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Scuola e lavoro, serve un salto di qualità

L'istruzione non può essere delegata alle imprese. E' fondamentale innalzare l’obbligo scolastico a 18 anni. Il sindacato chiede investimenti nel sistema formativo. L’emergenza della dispersione e del basso livello di competenza della popolazione adulta

03/02/2015
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Scuola e lavoro, serve un salto di qualità (foto Simona Caleo /Cgil) (immagini di (foto Simona Caleo /Cgil))

“L’istruzione è la pre-condizione del lavoro: non sono sullo stesso piano, e non sono neanche paragonabili”. È con queste parole che il segretario generale della Cgil Susanna Camusso ha concluso il convegno “Scuola Lavoro: le chiavi del futuro”, organizzato stamani a Roma da Cgil e Flc Cgil. Per Camusso la preminenza va data al sistema di cultura e di istruzione: “Non posso delegare all’esecutività, quindi all’impresa, la decisione sulla qualità dell’istruzione, il cui periodo va invece allungato”. Ma per intervenire seriamente sul sistema formativo italiano “serve avere un’idea del Paese. Se non c’è cultura non c’è neanche innovazione, non è possibile investire se non si ha un orizzonte, se non si sa cosa fare del Paese”. In Italia questa “idea” sembra mancare, denuncia Camusso: la decisione che si sta prendendo è quella di “delegare tutto al sistema delle imprese, di far decidere a loro quale sarà lo sviluppo, e quindi di delegare alle imprese anche la scuola. In questo modo si propugna un’idea funzionalista dell’istruzione, che si accompagna alla svalutazione del lavoro, all’idea che il lavoro è solo merce comprabile e vendibile, che è sempre più in atto”.

Siamo radicalmente contrari all’egemonia dell’impresa sulla scuola. È netta anche la posizione di Mimmo Pantaleo, segretario generale della Flc Cgil. “L’istruzione, quindi le competenze e le conoscenze, deve essere veicolo di cambiamento dell’impresa, non il contrario”, ha detto Pantaleo: “Se sottomettiamo l’istruzione all’impresa, andiamo a distruggere la base culturale della scuola, perché oggi l’impresa, come fa anche il Jobs Act, chiede sempre meno competenze e saperi, puntando a una competizione fondata sui bassi salari”. Vi è poi, ha aggiunto il segretario Flc Cgil, la necessità di investire: “C’è l’impoverimento salariale dei lavoratori della scuola, c’è la riduzione delle ore e delle risorse sull’alternanza scuola lavoro e sulle attività laboratoriali degli istituti tecnici. È quindi necessario invertire questa tendenza, soprattutto nel Mezzogiorno”.
 

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“La sfida del lavoro necessita di basi solide, indispensabili per affrontare i cambiamenti del lavoro, la sua innovazione, ma anche la sua discontinuità. Per questo occorre innalzare il livello d’istruzione, dare vita a un vero apprendimento permanente e portare l’obbligo scolastico a 18 anni”. Lo ha detto la segretaria confederale Cgil Gianna Fracassi, intervenendo stamani a Roma al convegno “Scuola Lavoro, le chiavi del futuro” organizzato da Cgil e Flc Cgil. Nel corso dell'appuntamento, che apre un ampio percorso di confronto, approfondimento e partecipazione, sono state presentate le proposte della confederazione di corso d'Italia su un tema decisivo per il futuro del Paese e per l'occupazione dei giovani. Per Fracassi la scuola deve cambiare, attuare una “rivoluzione”, ponendosi “grandi obiettivi, su cui piegare riforme e risorse”. Secondo l’esponente Cgil la questione più urgente è l’innalzamento del livello d’istruzione, necessario per “acquisire quelle competenze che ci rendono pronti per il lavoro, oltre che cittadini consapevoli”. Ma bisogna anche “affrontare la disuguaglianza nell’accesso al sapere, sconfiggere la piaga della dispersione scolastica, garantire il diritto allo studio”.
 
Sul punto specifico del diritto allo studio, Fracassi ha aggiunto che “ci giungono segnali di difficoltà, da parte delle famiglie impoverite dalla crisi, di sostenere non solo il percorso universitario, ma ormai anche il normale percorso di istruzione”. Bisogna quindi, conclude la segretaria confederale Cgil, “garantire la gratuità dell’intero percorso scolastico, superando le incertezze sulle risorse che si ripropongono ogni anno”.

Il grande problema dell’Italia è il basso livello di competenza della popolazione adulta. A richiamare l’attenzione su questo aspetto è il linguista ed ex ministro della Pubblica istruzione Tullio De Mauro, nel suo intervento di stamani al convegno. De Mauro ha ricordato che “l’80 per cento degli italiani ha difficoltà a capire un grafico, a leggere un articolo di giornale, a fare un calcolo, a scrivere un testo accettabile. C’è un sostanziale analfabetismo, che va combattuto individuando una strategia nazionale di istruzione per gli adulti”.

Per Luigi Berlinguer, anche lui ex ministro della Pubblica istruzione, la priorità non cambia: occorre innalzare i livelli di istruzione e battere la dispersione scolastica. “La dispersione scolastica – ha spiegato – non viene creata solo dalle difficoltà economiche delle famiglie, ma è anche figlia del sistema, di un impianto educativo strutturato sulla trasmissione autoritaria del sapere”. Per Berlinguer, bisogna superare “l’impianto logocentrico” della scuola italiana, perché “crea dispersione e induce obbedienza, costruendo una scuola di classe, e quindi una società di classe”. In questo senso, ha concluso, bisogna recuperare materie formative come l’arte e la musica, che sono “parte essenziale del sapere, come lo sono la creatività e l’espressività, che mettono al centro il soggetto e non solo l’oggetto”.

“Il sistema formativo italiano è un colabrodo”. A dirlo è Daniele Checchi, docente all’Università Statale di Milano. Secondo Checchi bisogna “ragionare in termini di filiera formativa: ebbene, su 100 giovani che entrano nella scuola secondaria di secondo grado, solo il 12 per cento arriva alla laurea quinquennale. Il sistema, quindi, fa acqua da tutte le parti”. Assieme al basso tasso di scolarità, la filiera formativa italiana ha altri due problemi: “I bassi livelli di competenza e il fatto che, pur essendo selettivo, visto che partono in 100 e arrivano in 12, la sua selettività non è organizzata sulla base di criteri di merito e di capacità, bensì di origine sociale”. Le responsabilità di questo sono molte, conclude Checchi: “La più evidente è una responsabilità antica, nasce con la stratificazione della conoscenza voluta da Gentile e arriva fino a noi con la riforma dell’ex ministro Gelmini, con la creazione dei tre canali di licei, istituti tecnici e scuole professionali. È quindi una scuola fondata sulla gerarchia dei saperi, che a propria volta legittima la gerarchia dei poteri”.

La grande questione della scuola italiana è l’innovazione didattica. Per il vicepresidente di Confindustria Ivanhoe Lo Bello, intervenuto stamani al convegno, il “nostro sistema scolastico ha significative competenze su temi ancora attuali, ma abbisogna di un’innovazione didattica importante, per far sì che le prospettive dei ragazzi possano accompagnare il grande cambiamento che sta investendo il mondo del lavoro”. Lo Bello ha anche parlato dell’alternanza scuola lavoro, combattendo “l’idea arcaica che sia una forma di sfruttamento minorile, mentre invece è un elemento importante con cui abbattere il tasso di abbandono scolastico”, e della formazione professionale, che va in parte “sottratta alle Regioni, restituendo al centro nazionale la facoltà di valutarla e di gestirla”.