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Rivolta contro la scuola che scheda i bimbi rom

Un istituto veneto chiede l’etnia. Le famiglie: brutto clima, abbiamo paura Il preside ritira il modulo: "Ma l’obiettivo era integrare". L’Unar: incostituzionale

14/07/2019
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la Repubblica

Enrico Ferro

PADOVA — Indicare in un modulo l’etnia di appartenenza, barrando la casella rom, sinti o caminanti. Questa era la prassi per iscrivere i bimbi alle scuole elementari e medie di Fossò e Vigonovo, comuni veneziani della riviera del Brenta. Nel Veneto dell’integrazione che scricchiola la discriminazione entra a scuola, si incista nella burocrazia fai-da-te e viene a galla dopo più di dieci anni. È la paura di una famiglia sinti a fare esplodere il caso. «In Italia tira una brutta aria, quando abbiamo visto quel foglio ci siamo spaventati e abbiamo chiesto aiuto», dicono supplicando l’anonimato, dopo essersi rivolti allo Sportello sociale Gap che fa capo a Rifondazione comunista.

«Un modulo illegale» taglia corto Augusta Celada, direttore dell’Ufficio scolastico regionale del Veneto. Perché questo era, predisposto e prodotto autonomamente da qualche addetto alla segreteria su iniziativa dei superiori. Triantafillos Loukarelis, dell’Unar, l’ufficio anti discriminazioni razziali presso la presidenza del Consiglio, lo definisce «inaccettabile e contrario alla Costituzione ». Davide Casadio e Dijana Pavlovic, della "Federazione Rom e Sinti insieme", chiedono l’intervento degli ispettori ministeriali per farlo togliere dalla circolazione. Nell’occhio del ciclone e sempre più con il cerino in mano è rimasto il dirigente scolastico Carlo Marzolo che rischia conseguenze anche dal punto di vista disciplinare per questa violazione della privacy. «Lo toglierò, non ho problemi a farlo se viola la legge» risponde Marzolo, preside dell’istituto comprensivo Marconi che raggruppa 5 plessi di scuola primaria e 2 di secondaria e che, contemporaneamente, per il principio degli accorpamenti, guida anche l’istituto alberghiero di Abano Terme. Un uomo solo per un totale di duemila studenti. «Ma la finalità è sempre la tutela delle persone con percorsi scolastici diversi. Accusare una scuola di operare in modo discriminatorio è molto triste. Dirigo l’istituto comprensivo da sette anni e non sapevo dell’esistenza di quel modulo. Gira da una decina d’anni». Molti l’hanno compilato ma nessuno l’aveva segnalato prima d’ora.

Il caso è stato denunciato da Paolo Benvegnù e Daniela Ruffini, esponenti padovani di Rifondazione comunista e responsabili dello sportello contro le discriminazioni. «Seguiamo da tempo questa famiglia allargata » racconta Benvegnù. «Sono cittadini italiani da generazioni, li abbiamo aiutati a fare domanda per l’alloggio popolare. Stavano facendo le pratiche per iscrivere i figli a scuola e questa è stata la sorpresa». Categorica la compagna di partito Ruffini: «I bambini sono tutti uguali, non si schedano in base all’etnia. E se l’intento è quello statistico se ne parla con i genitori. L’importante è che qualcuno quel modulo sparisca per sempre». Fino a tre anni fa il Miur chiedeva agli istituti una sorta di rendiconto per aggiornare le statistiche nazionali. «Ma tre anni fa le richieste sono cessate, perché questa pratica violava la legge sulla privacy » spiega a Repubblica una fonte del ministero dell’Istruzione.

Nell’istituto comprensivo di Fossò e Tombelle i bambini provenienti da famiglie nomadi sono meno di una decina. «Il loro percorso scolastico viene spesso vanificato dalla discontinuità. Vengono qualche mese, poi se ne vanno altrove» ragiona il preside Carlo Marzolo. «Per questo c’è la necessità di sapere chi e quanti sono. Era comunque una carta riservata, come tante ne girano nei nostri uffici. Sarebbe rimasta in segreteria».


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