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Pavonerisorse: Integrazione della diversità: qualche solido dubbio sarebbe doveroso

Marina Boscaino

15/12/2008
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PavoneRisorse

Una scala sconnessa, buia, ripida, marmo consumato, le mura sgranate, con in fondo una finestra da cui trapela uno squarcio di luce. Inferriate forzate, divelte, in uno spazio fatiscente, privo di vita, opprimente. Scritte incise sui muri con una grafia stenta, contatti con un “fuori” proibito, spesso incomprensibili. Tutto rigorosamente in bianco e nero. Sono le bellissime foto di Maria Andreozzi, che mi hanno aiutato a comprendere – sabato pomeriggio, ad Aversa, una piccola città in provincia di Caserta – il manicomio al quale quel luogo è definitivamente associato. L’ultimo internato, dopo la Basaglia, è morto nel 1999: anche dopo la legge, i degenti rifiutavano il trasferimento in altre strutture. Poi il luogo è diventato abbandono puro. La dismissione, come l’ha fotograta Maria.

Anita era nata nel 1909. Curava con la morfina serie patologie renali. Dopo una crisi di astinenza, nel 1953, fu fatta internare dal fratello ad Aversa, dove è morta nel 1995. La sua vita è la concretizzazione di un percorso coatto di induzione alla follia: cartelle cliniche sempre perfettamente in linea con i parametri “normali”. Sarebbe bastata una semplice cura disintossicante. E come lei tanti, le cui esistenze sono state bruciate nel luogo del ricovero coatto, della reclusione e dell’occultamento; per non vedere, per allontanare gli indesiderati, gli scomodi, dal consesso dei “normali”, degli integrati: come le ragazze internate perché in attesa di un bambino fuori dal sacro vincolo del matrimonio; o come il ragazzo omosessuale, chiuso ad Aversa con la diagnosi di “disagio etico”.

Cosa c’entra tutto questo con la scuola? C’entra, comunque. Perché, come ha detto uno psichiatra intervenuto alla presentazione, l’unico modo per dare la libertà è quello di fornire strumenti per aiutare a capire cos’è la libertà. Il disagio psichico – in questo senso – è simile al disagio sociale: entrambi hanno bisogno di un codice che consenta l’emancipazione dalla propria “diversità”. Il 3 dicembre è stata la “Giornata Mondiale delle persone con disabilità”. Non starò qui a dilungarmi sulle cifre (87.000 gli studenti disabili nelle nostre scuole), sull’importanza di una normativa nazionale che ne impedisce il confinamento in “istituti speciali”, sul numero degli insegnanti di sostegno e sulle modalità di certificazione del disagio: tutti elementi su cui si deve continuare a ragionare. Vorrei, invece, qui evidenziare come un’interpretazione veramente efficace dell’articolo 3 della Costituzione prevederebbe una preparazione differente della scuola nell’affrontare il disagio. L’approccio di carattere clinico tende a sostituire quello, auspicabile, di carattere psicopedagogico, che implicherebbe un’adeguata formazione di tutti gli insegnanti e non la delega agli addetti. Tale delega si sostanzia nella sempre crescente richiesta di sostegno, che non fa altro che confinare ed emarginare ulteriormente i ragazzi, imprimendo loro un’etichetta che porteranno con sé per tutta la vita. Si tratterebbe, nella maggior parte dei casi, di fornire alla comunità scolastica nella sua interezza gli strumenti per decodificare un universo simbolico e di linguaggi diverso. E di riconoscere “alle competenze relazionali – di contenimento e di ascolto – la dignità”, come sostiene il mio amico Aldo Musciacco, presidente del Cidi di Napoli, ”di “saperi sull’uomo”, alla stessa stregua della filosofia, delle scienze, della letteratura. L’integrazione, se si sostanzia in una “reductio ad unum” – ad una presunta normalità, ad una presunta omogeneità – produce l’effetto di una ghettizzazione ulteriore e non di un riconoscimento delle differenze”. Che è, viceversa, la direzione in cui la scuola deve procedere nelle diverse, difficili “integrazioni” che sempre più massicciamente dovrà affrontare. Che cosa differenzia, infatti, l’apparato cognitivo, il sistema simbolico, rituale, linguistico di un bambino cinese da quello di uno italiano?

Suggestioni a confronto. Associazioni di realtà lontane – la drammaticità del manicomio e l’intenzionalità positiva della scuola -, di allontamenti differenti. Riflessioni a ruota libera dopo un pomeriggio emozionante. Siamo davvero convinti che tutto ciò che è “diverso” – e che, pertanto, ci fa paura, ci inquieta – lo sia realmente? Che non si tratti di infrangere convenzioni condivise, per allontanare problemi spinosi come la creazione di paradigmi di comunicazione differenti? Che la formazione dei docenti non debba prevedere una strumentazione adeguata perché la scuola tutta si faccia carico della formazione dei ragazzi diversamente abili? Che esista una “zona” in cui il diverso debba essere “riparato”, per poi essere riammesso (ed eventualmente triturato) negli ingranaggi consueti? E che, viceversa, non debba esserci uno spazio realmente comune, con soggetti condivisi, di confronto ed interazione? Abbiamo seriamente riflettuto sul fatto che nelle grandi città del Sud la percentuale di riconoscimento di handicap è maggiore che altrove? Si tratta solo di malcostume locale o forse esiste un preciso rapporto tra condizioni di degrado sociale e sviluppo di disturbi, soprattutto sul versante psicotico e di patologie dovute a traumi da parto? Non ho certezze. Ma solidi dubbi.


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