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Manifesto: Quell'indispensabile autonomia per rompere il legame servile negli atenei

La lettera aperta di Giulio Palermo ai ricercatori precari dell'università italiana non poteva che suscitare polemiche

30/12/2007
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il manifesto

Benedetto Vecchi
La lettera aperta di Giulio Palermo ai ricercatori precari dell'università italiana non poteva che suscitare polemiche (il manifesto, 12 dicembre. Molti hanno respinto al mittente le accuse verso la presunta complicità di borsisti, dottorandi, assegnisti nei confronti del potere baronale. Da Jusef Hassoun a Marco Di Branco, da Gennaro Carotenuto a Iacopo Zetti, da Carlotta De Filippo a David Lognoli, tutti hanno contestato punto su punto le argomentazioni di Giulio Palermo. Il quale sosteneva una tesi volutamente provocatoria. Da un lato, contestava il fatto che la «qualifica» di ricercatore precario è sbagliata, visto che si è ricercatori solo dopo aver svolto un concorso. Dall'altro sottolineava come molti degli uomini e delle donne che svolgono attività di ricerca nelle università sono complici del regime di cooptazione vigente negli atenei italiani.
Tutte le lettere inviate al manifesto ribadiscono, a ragione, il fatto che senza i ricercatori precari l'università italiana sarebbe al collasso. Non solo perché svolgono attività di ricerca in un «ambiente» dove la riduzione dei finanziamenti è una costante da oltre un ventennio, indipendentemente se chi siede a palazzo Chigi sia espressione di una colazione elettorale di centrosinistra o di centrodestra. Non solo perché fanno attività gratuita di tutor verso gli studenti. Non solo perché svolgono esami, anche se non è di loro competenza. Ma soprattutto perché, con passione, puntano a produrre e far circolare conoscenza, mentre gli «strutturati» - i docenti e i rettori - hanno un atteggiamento proprietario nei confronti dei corsi di laurea o degli atenei che dirigono. In altri termini puntano a salvaguardare un «bene comune» (l'università pubblica) che il potere politico considera sempre più un costo da rimuovere dal bilancio statale al di là della ribadita, e sempre disattesa, fedeltà al pur timido programma di Lisbona, dove i paesi membri dell'Unione europea avevano solennemente preso l'impegno di aumentare i finanziamenti per la ricerca scientifica e per le formazione.
L'aspetto più controverso dell'intervento di Giulio Palermo non è tuttavia la definizione di ricercatore. Il nodo da sciogliere è il rapporto tra ricercatori e docenti. Storicamente, in Italia, è stato sempre un rapporto servile, che è stato messo sotto accusa dal Movimento studentesco del Sessantotto e dal movimento del Settantasette, che vedeva come protagonisti sia gli studenti che i precari dell'università di quel periodo. Da allora ogni intervento legislativo è stato sempre burocraticamente presentato come una modernizzazione dell'università che puntava, tra le altre cose, a spezzare il perverso doppio legame tra ricercatori e docenti. Cosa che non è mai accaduta.
Va però riconosciuto alle diverse organizzazione di lavoratori precari della conoscenza dell'università di aver messo, negli ultimi anni, l'accento sul carattere strutturale della precarietà nella vita degli atenei. E di come la precarietà funzioni come una costante arma di ricatto nelle mani del «potere baronale». Inoltre, va anche ricordato che le speranze che avevano accompagnato il cambio di governo sono state bruciate nell'arco di una finanziaria, quando si è capito che non c'era nessuna inversione di tendenza da parte dell'esecutivo. La contrazione dei fondi per la ricerca e l'università ha infatti continuato a orientare la scelta dell'attuale governo di centrosinistra. Mentre sulla regolarizzazione dei precari ci si è persi nel labirinto delle cifre dei precari da mettere in ruolo o nel più oscuro tecnicismo. Tutto questo quando accade che mancano i fondi non solo per acquistare macchinari o strumenti di ricerca, ma anche la carta igienica. Mentre l'accesso alle funzioni di docenza e di ricerca nell'università non segue solo logiche di classe o di ceto, ma segue i sentieri del nepotismo o del clan.
Il vero nodo da sciogliere è dunque quello della precarietà e del suo superamento come condizione di subalternità. Ogni possibile soluzione deve quindi passare non solo sulla presa di parola dei ricercatori, ma sulla loro autonomia dai centri di potere dell'università. Uno dei lettori ha scritto, a ragione, che andrebbe sviluppata e salvaguardata una soggettività politica autonoma dei ricercatori. Una soggettività autonoma, si potrebbe aggiungere, che punti a stabilire un'alleanza con gli studenti per aumentare i finanziamenti destinati alla ricerca. Perché da far saltare nell'università non è solo il rapporto servile tra ricercatori e potere baronale. Obiettivi dei ricercatori precari, e degli studenti, è anche l'accesso al sapere come diritto universale, la trasformazione e la riqualificazione dei piani di studio, anche autogestendo seminari, mettendo così in crisi quella tendenziale trasformazione dell'università in una fabbrica di forza-lavoro che ha introietta la precarietà come condizione permanente della sua presenza nel mercato del lavoro. E dato che da qui a pochi giorni cominceranno i de profundis del Sessantotto va pragmaticamente ribadito che essere realisti vuol dire chiedere l'impossbile.