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Manifesto: Piena occupazione e ricerca, come uscire dalla crisi

di Luigi Berlinguer

04/02/2010
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il manifesto

Luigi Berlinguer
Il dramma di Sergio Marra, l'operaio di Bergamo che, perso il lavoro, ha scelto la morte dandosi fuoco deve servire a noi tutti da lezione. E fa bene il manifesto a raccontare e riflettere (da mesi) su quei lavoratori - centinaia di migliaia - di imprese grandi, medie e piccole buttati fuori dal circuito produttivo senza nessuna tutela.
Il governo italiano non vuole capire cosa c'è dietro il vocabolo licenziamento. Ci sono esistenze messe a repentaglio, fonti di sussistenza che vengono di colpo a mancare per chi perde il lavoro e per chi viveva di quel lavoro. Ritengo che nella società globale, come si usa dire, la sinistra, i democratici, abbiano un compito: imporre all'opinione pubblica non solo il tema del lavoro, ma quello strategico della piena occupazione. Perché solo la piena occupazione può essere la risposta valida di una mobilità positiva. Se prevale l'insicurezza, si determina paura. Ed è questa paura, oggi, la cifra dei fenomeni sociali contemporanei e persino delle loro gravi strumentalizzazioni politiche.
Sui quotidiani la notizia del suicidio di Sergio Marra è accompagnata da altri articoli - e il fatto mi ha molto impressionato - pieni zeppi delle edulcorate parole dei nostri ministri che parlano freddamente di ripresa, di crisi economica superata. Ministri che presentano un quadro non soltanto falsamente ottimistico, ma credo insultante per chi non ha lavoro, per chi aveva un lavoro e lo ha perduto.
Le critiche, rispetto agli attuali indirizzi della politica economica italiana, non riguardano solo le responsabilità di non aver adottato misure efficaci, riguarda anche la «morale politica», quella che vorrebbe nascondere sotto il tappeto della propaganda la condizione reale di centinaia di migliaia di persone. È noto che siamo di fronte a mutamenti profondi nell'orientamento dei consumi e a forme radicali di ristrutturazioni produttive. Ed è parimenti noto che le politiche di destra siano incuranti delle contraddizioni che tali cambiamenti provocano e delle lacerazioni che ne scaturiscono tanto nel tessuto occupazionale quanto in quello sociale. Si sa. E tuttavia si continua a considerare la situazione dell'economia solo in base ai parametri degli investimenti, delle risposte dei mercati finanziari, cancellando di fatto la componente essenziale del lavoro e dell'occupazione.
È giunta l'ora di rovesciare il discorso. Ne ho abbastanza dei nipotini della «scuola di Chigago» e delle loro teorie che incidono sulla vita reale di milioni di persone. Nella valutazione del Pil occorre inserire il livello occupazionale e la qualità del lavoro. Così come quello della ricerca e delle basi strutturali dell'innovazione. Autorevoli economisti, statistici e analisti chiedono da tempo una revisione di quei parametri. È urgente, e non solo agli effetti scientifici, che anche la politica della sinistra e dei democratici ponga al centro della sua azione il rovesciamento degli indirizzi di politica economica e delle scelte di governo con l'obiettivo di portare al centro del dibattito il tema della piena occupazione.
Per far questo è necessario investire in ricerca, in innovazione e in formazione. Dopo l'unificazione monetaria, l'Europa può ripartire se punta alla «Maastricht della ricerca». Moltiplicando gli investimenti in ricerca e innovazione si produrrebbero risultati sociali molto rilevanti. Si riaprirebbe un mercato del lavoro di qualità, si offrirebbero opportunità a coloro che i nostri ministri fanno finta di non vedere, ma esistono e sono tanti. Troppi.