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Maestri diplomati, posto a uno su cinque

Il rebus dei maestri diplomati. Contratto solo a uno su cinque, agli altri solo supplenze brevi

10/08/2018
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la Repubblica

Gian Antonio Stella

La bacchetta magica, per carità, non ce l’ha nessuno. Ma il mega-salvataggio giallo-verde promesso prima del voto a tutti i maestri diplomati tanti anni fa e poi esclusi per l’obbligo della laurea non ci sarà. Tra quanti sognavano il posto fisso meno di uno su 5, a settembre, avrà un contratto. Non annuale: 10 mesi. E gli altri? «Al massimo occasionali supplenze brevi». In attesa d’un concorso che, viva la meritocrazia, non prevede un punteggio minimo. Tutti promossi. Per entrare in ruolo, però, potrebbero servire 29 anni…

La denuncia parte da Tuttoscuola che è andata a esaminare la «parte scolastica» del Decreto Dignità e i numeri reali che ne escono. Secondo la rivista diretta da Giovanni Vinciguerra il pasticcio sarebbe stato fatto con le modifiche introdotte dal Parlamento che «hanno radicalmente cambiato il testo iniziale che», in attesa di trovare una soluzione, «si limitava a sospendere per quattro mesi l’applicazione della sentenza del Consiglio di Stato».

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Quella sentenza in seduta plenaria che alla vigilia di Natale dell’anno scorso, dopo vari verdetti contrastanti, aveva stabilito che no, l’ammissione provvisoria alle Gae (le graduatorie ad esaurimento per le assunzioni) dei diplomati magistrali abilitati a insegnare prima che diventasse obbligatoria la laurea, andava bocciata. Con la conseguente esclusione di tanti precari (ormai quasi esclusivamente donne) che avevano insegnato per anni. Ma anche di molte aspiranti maestre che, preso il diploma, avevano fatto altri mestieri senza insegnare un solo giorno. Come una casalinga palermitana scovata mesi fa dalla nostra Valentina Santarpia: aveva 57 anni, si era diplomata nel lontano 1978, non aveva fatto neppure una supplenza ma, vista l’occasione, si era fatta avanti col solito ricorso per avere lei pure una cattedra. Esperienza? «Ho cresciuto quattro figli».

Intendiamoci: cinquantamila diplomati abilitati e tenuti in sospeso per anni tra sentenze ballerine sono un problema sociale serio. Parliamo di quattro volte i dipendenti dell’Ilva di Taranto. Certo è che in campagna elettorale, a costo di scontentare i giovani laureati vincitori di concorso, i due viceconsoli del governo pentaleghista si erano sbilanciati assai. «Non permetteremo che la vita lavorativa di oltre 50 mila insegnanti precari venga spezzata da una sentenza ingiusta», aveva detto Matteo Salvini, «Da papà, prima che da politico, io sto con le maestre azzerate da Renzi e dal Pd. Alla faccia della “buona scuola”». «Chi ha dedicato decenni della propria vita alla scuola non può essere sbattuto fuori con un “grazie e arrivederci”», aveva rincarato Luigi di Maio, «La politica deve farsi carico di questa questione».

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Ma il rattoppo, a leggere il dossier Tuttoscuola, sembra peggiore del buco. Fatti i conti, dei 6.669 contratti a tempo indeterminato firmati nel 2017-18 grazie all’ammissione provvisoria alle graduatorie, non se ne salverebbe uno e delle circa 2600 supplenze annuali neppure. Al loro posto solo 9300 supplenze fino al 30 giugno 2019. E gli altri 41.000 precari illusi da tante promesse che rappresentano l’81% del totale? Come già detto: «nulla, solo supplenze brevi».

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Se fin qui siamo nel campo della presa d’atto di una realtà più complicata dei sogni (auguri!), il «concorso straordinario» riservato ai maestri abilitati con la laurea «in scienze della formazione primaria» necessaria dal 2002 e ai diplomati magistrali senza quella laurea ma «abilitati entro l’anno scolastico 2001/2002», va però a tradire un principio fondamentale sbandierato dai due partiti di governo. Quello del merito. Della necessità assoluta, per il nostro Paese, di garantire sì a tutti il diritto a una vita dignitosa ma anche di dare spazio, finalmente, ai più bravi. Ripristinando davvero l’ascensore sociale.

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Certo, un punto nuovo c’è: possono partecipare alla selezione, sia tra i laureati sia tra i vecchi diplomati, solo coloro che «abbiano svolto, nel corso degli ultimi otto anni scolastici, almeno due annualità di servizio specifico, anche non continuative, su posto comune o di sostegno, presso le istituzioni scolastiche statali». Per capirci: quanti hanno preso il diploma quarant’anni fa e non hanno fatto un’ora di lezione, son tagliati fuori. Un dramma, per molti. Ma un sollievo per quei genitori che temevano che i loro figli, di sanatoria giudiziaria in sanatoria giudiziaria, si ritrovassero negli anni chiave dell’infanzia e delle elementari, <maestri> che di tutto avevano fatto prima tranne che i maestri.

Quello che non torna è l’impianto del «concorso straordinario». Più volte, infatti, nel contratto di governo firmato dal capo politico del Movimento 5 Stelle e dal segretario della Lega, viene ribadito il bisogno di «meritocrazia». Ad esempio a proposito dell’università, dove l’assunzione sbagliata di un luminare può pesare meno di quella sbagliata di una maestra: «Occorre riformare il sistema di reclutamento per renderlo meritocratico, trasparente e corrispondente alle reali esigenze scientifico-didattiche degli atenei, garantendo il regolare turn-over dei docenti». Giustissimo. Sacrosanto.

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Il concorso straordinario per maestri, al contrario, accusa il giornale di Vinciguerra, «non prevede la prova scritta, ma solo una prova orale didattico-metodologica. Da anni nei concorsi per docenti si accertano anche competenze linguistiche e informatiche. In questo no. È un ritorno all’antico che rifugge dai nuovi profili professionali e dalle esigenze di una scuola moderna».

Peggio: il peso di questa unica prova orale «è meno della metà di quello assegnato ai titoli: 30 a 70 con l’esplicita intenzione di contenere la valutazione della prova. Il candidato potrebbe anche fare scena muta o affermare che Maria Montessori è stata ministro dell’istruzione: non verrebbe bocciato e risulterebbe vincitore ugualmente». E non basta ancora: «I titoli culturali, la laurea, la specializzazione professionale, i corsi d’aggiornamento valgono meno della metà dei titoli di servizio: massimo 20 punti contro 50». A farla corta: «Questi criteri favoriscono coloro che, con un’età più avanzata, sono da molti anni nella scuola, mentre penalizzano i giovani laureati che non possono aver prestato numerosi anni di servizio». Il tutto in un sistema scolastico che, come è noto, vede l’età media dei docenti a 53 anni e 3 mesi nella scuola primaria e addirittura 54 in quella dell’infanzia.

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Potrebbero essere da 86 a 92 mila i candidati a questo concorso. Per il 67% nati al Sud, dove però ci sono solo il 36% delle cattedre disponibili: piaccia o no a Salvini, nuovo tsunami in arrivo. Ma per quanti posti veri, reali, concreti? «Negli ultimi anni nella scuola dell’infanzia si sono resi disponibili mediamente ogni anno 3.600 posti comuni e 1.160 di sostegno; si può stimare che nei prossimi anni sia ancora questo il trend ». Di conseguenza, visto che «le norme attuali per le immissioni in ruolo prevedono il 50% a favore degli iscritti GAE e per il restante 50% degli iscritti nelle graduatorie di merito, i candidati del “concorso straordinario” per l’infanzia avranno a disposizione 1800 posti comuni e 580 di sostegno per complessivi 2.380 posti». Se partecipassero «70 mila candidati, occorreranno quindi 29 anni per esaurirle». Quanto alla primaria, i posti a disposizione saranno 6.250. Avanti così, di anni per smaltire tutti ne basteranno undici. Peccato che, una volta arrivati alla meta, molti avranno già l’età della pensione…