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La sfida del liceo occupato "Tornare in aula si può ci siamo fatti il tampone"

La protesta al Severi-Correnti di Milano. Genitori e prof: siamo d'accordo

16/01/2021
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La Stampa

monica serra

milano

«Raga, venite! Sono arrivati i tamponi». Camice azzurro, mascherina, guanti in lattice. È la mamma medico di una studentessa a mettersi a disposizione per fare i test a una trentina di alunni. «Vogliamo dimostrare alla Regione Lombardia e al governatore Attilio Fontana che tornare in classe si può. E in sicurezza», dicono i ragazzi. Che, pur di tornare alla loro scuola, il liceo Severi-Correnti di Milano, 1370 alunni tra scientifico, linguistico e professionali in zona Sempione, hanno fatto una colletta per comprare i tamponi rapidi a loro spese. E, in una piccola aula dell'istituto, pulita e sanificata, un tavolo rotondo, due sedie di legno, la mamma-dottoressa si è attrezzata per eseguire gli esami. Uno dopo l'altro, tutti sono risultati negativi e hanno potuto prendere parte alle lezioni, «finalmente e simbolicamente» in presenza, nel cortile coi tavoli nel verde a distanza di sicurezza.

La protesta contro la didattica a distanza, che si sta ripetendo in tanti istituti e licei d'Italia, anche sulla scia delle sentenze del Tar lombardo, qui fa un salto di qualità. «Oggi vogliamo dimostrare che le scuole si possono riaprire in sicurezza», spiega Alice, portavoce di Rete studenti Milano, frangetta corta e 

mascherina colorata. «In sicurezza perché in totale autonomia, noi del collettivo Severi-Correnti abbiamo acquistato dei tamponi e con l'aiuto di un medico, ci siamo tutti sottoposti al test prima di entrare nell'istituto». Aggiunge Giorgio: «Se lo abbiamo potuto fare noi, da soli, figuriamoci cosa avrebbe potuto fare la Regione se solo avesse voluto». E ancora, sottolinea Alice: «Siamo qui perché siamo stufi e stufe di essere tralasciati dal governo: serve riaprire. Se non nell'immediato, comunque con un sistema di tutela di chi vive la scuola ogni giorno».

Fuori, sulla ringhiera dell'istituto, gli studenti hanno appeso striscioni colorati. Su tutte campeggia la scritta: «Avevate in mano il nostro futuro e ce l'avete tolto». Tutto intorno il presidio a sostegno, fatto di studenti di altre scuole, di mamme e insegnanti di Priorità alla scuola. Dice una di loro, Chiara Ponzini: «E' la prima bolla scolastica modello rsa: i ragazzi dopo le lezioni si riuniranno in assemblea e dormiranno a scuola, potranno stare insieme e in sicurezza».

Per la notte, si sono attrezzati con sacchi a pelo e coperte, e hanno deciso di occupare la palestra dopo una lunga discussione andata avanti per ore. «Noi docenti siamo i primi ad appoggiare le ragioni della loro protesta anche se non condividiamo la decisione di occupare l'istituto», sorride Ilaria Magistretti, la prof di Italiano e latino. «Di stare chiusi in casa i ragazzi non ne possono più. Gli manca tutto: la loro vita, la socialità. Io per prima, tutte le volte che posso fare lezione a distanza ma dall'aula, vengo a scuola».

La pensano così anche i genitori degli studenti. Alcuni di loro fanno parte del comitato A scuola, che qualche giorno fa ha presentato il primo ricorso al Tar contro la dad. E proprio i giudici amministrativi hanno bacchettato Regione Lombardia, per la sua decisione di inasprire le misure previste dal governo, definendo «irragionevole» la «chiusura generalizzata delle scuole», assunta per «pericoli solo probabili» neanche direttamente legati alle lezioni in presenza. Ma al «rischio di assembramenti correlati agli spostamenti degli studenti». Una ordinanza, cui ne sono seguite altre, che non basterà a riportare in classe gli studenti: da domenica la Lombardia torna in zona rossa, «e addio al lavoro e agli sforzi fatti fino a oggi».A comunicare la decisione di occupare la palestra per la notte sono stati due rappresentanti degli studenti, Paola e Matteo: «Tutti i tentativi di dialogo con le istituzioni in questi mesi sono serviti a poco. Ora abbiamo deciso di andare fino in fondo. Tutti insieme, per ricostruire le fondamenta di una scuola che il nostro Paese ha trascurato troppo a lungo». —