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La scuola in piazza. Il racconto dei protagonisti

Dalla mancanza di aule alle lezioni dimezzate. Parlano prof, studenti, genitori e precari

27/09/2020
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la Repubblica

Viola Giannoli

L'insegnante

"Lezioni anche in presidenza. L'assenza di spazi ci penalizza"

Cristina Ronchieri insegna lingua francese all’Istituto professionale alberghiero Giuseppe Minuto di Marina di Massa, in Toscana. Sotto la pioggia sventola la bandiera rossa dei Cobas mentre dice che "la scuola deve tornare al centro degli interessi dello Stato, anzitutto al centro dei finanziamenti: servono miliardi per assumere i docenti e per costruire o ristrutturare edifici degni di ospitare una scuola pubblica". Nel 'suo' alberghiero, racconta, "abbiamo ripreso le lezioni a tempo parziale perché non tutte le cattedre sono coperte. Ma per nostra scelta abbiamo rifiutato la didattica a distanza e deciso di accogliere i nostri ragazzi in presenza: l’unico modo per portare avanti una formazione vera". Eppure il problema principale dei primi giorni di scuola "è proprio la mancanza di spazi. Viviamo una carenza terribile di aule che non solo non ci fa stare in sicurezza, ma non ci fa neanche lavorare in maniera accettabile con i nostri studenti. La presidenza non c’è più: è stata trasformata in una classe. E così anche la stanza dei tecnici. Nelle aule in cui non ci sono distanze minime stiamo tutti con la mascherina. Lo sopportiamo, per evitare di vederci tramite un pc, ma non è una situazione a lungo sostenibile".

 


La mamma

"Un incubo gli orari ridotti senza baby sitter full time"

"La mia vita da genitore? Stravolta dagli orari ridotti della scuola di mio figlio". Maria Zappata è la mamma di un bambino che frequenta una scuola primaria di Roma, iniziata con una settimana di ritardo rispetto agli annunci e lezioni dimezzate. "Io e mio marito – spiega – abbiamo modificato in pochi giorni tutta l’organizzazione familiare per permettere a nostro figlio di frequentare la scuola, fondamentale dopo mesi di mancata didattica dal vivo e di socializzazione". Ogni mattina fanno lo slalom nel traffico romano: "Adesso usciamo di casa in due con la macchina. Abbiamo orari precisi da rispettare sia per l’ingresso che per l’uscita dalla scuola, attendiamo il nostro turno chiusi tra i sedili per evitare assembramenti, poi schizziamo fuori, lascio mio figlio in classe, mio marito mi aspetta fuori al volante e corriamo al lavoro". La stessa cosa avviene ogni giorno all’uscita. "Siamo fortunati perché possiamo andare a lavorare dopo le 9 – dice Maria – ma tanti nostri amici spendono centinaia di euro per una persona che porti e riprenda i bimbi a scuola. Con i nuovi orari e le lunghe file all’ingresso per il cambio vestiti e il controllo della temperatura non c’è altra soluzione".


Il precario

 

“La graduatoria era sbagliata, lunga attesa per la supplenza”

«Autocertificazioni sbagliate, graduatorie scorrette, assegnazioni irregolari, retromarce. Un vero pasticcio, non c’è un altro modo per dirlo». Francesco Di Lucia arriva da Termoli, in Molise, dove insegna chimica all’istituto tecnico industriale Majorana. Da tre anni è un docente precario, appeso a chiamate e contratti annuali. «Ho ottenuto una cattedra fino a giugno anche stavolta, ma sono entrato a scuola in grave ritardo a lezioni già iniziate. Colpa delle autocertificazioni presentate con titoli falsati o con errori, di una prima graduatoria sbagliata e poi ritirata, di assegnazioni frettolose, di ricorsi e appelli piovuti sulle spalle dei dirigenti scolastici, e di una seconda graduatoria uscita in ampio ritardo, a scuole già riaperte. Un percorso a ostacoli che ha pregiudicato l’inizio dell’anno sia per noi professori che per i ragazzi, e per i loro genitori, che da settimane hanno fatto tre ore al giorno di lezione e basta». Tra le rivendicazioni indirizzate al governo e alla ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina ce n’è una su tutte: «Chiediamo la stabilizzazione per chi ha lavorato nelle scuole e fatto tanta esperienza - spiega Francesco sotto l’impermeabile rosso della Flc Cgil - I concorsi sono sacrosanti, ne andrebbe fatto uno l’anno, ma il nostro lavoro va riconosciuto».

La liceale

“Distanza minima e mascherine, un ritorno in aula disastroso”

Si fa presto a dire Dad. Maria Sabrina Carraturo ha 18 anni, alla manifestazione è arrivata in pullman da Terni (Umbria), dove frequenta l’ultimo anno del liceo scientifico Galileo Galilei. Sopra l’impermeabile, legata al collo con un piccolo nodo, porta la bandiera con una freccia bianca e rossa dell’Unione degli studenti, poggiata sulle spalle come un mantello. Per lei la scuola è cominciata soltanto ieri, con quattordici giorni di ritardo. «A inizio settembre avevo la febbre, ho dovuto fare due tamponi dall’esito negativo per rientrare in classe, avevo avvisato per tempo la segreteria scolastica ma non mi è mai stata attivata la didattica a distanza. Così ho già perso due settimane di lezioni». Ma non c’è solo la disorganizzazione nel reinventare la didattica per chi si ammala di coronavirus o prende una più comune influenza stagionale nel mirino degli studenti. «La riapertura è stata disastrosa, senza il rispetto delle norme sanitarie e chiarezza sulle regole. Nella mia scuola è passata una settimana prima che fosse emanata una circolare per chiarire che con la distanza minima tra i banchi possiamo abbassarci la mascherina». Ora il metro richiesto tra un tavolo monoposto e l’altro c’è «ma per ricavare le classi non abbiamo più spazio per riunirci in assemblea».