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La scuola del futuro avrà porte sempre aperte

Modello Singapore. Le imprese dovranno aiutare il sistema a identificare le nuove competenze

20/10/2019
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Corriere della sera

di Edoardo Campanella* e Francesco Profumo**

La destrutturazione del sistema educativo è la naturale conseguenza della Quarta rivoluzione industriale. Il modello d’istruzione tradizionale, basato sull’apprendimento passivo di nozioni e procedure lungo un arco predeterminato di tempo, riflette l’organizzazione del lavoro altamente standardizzato della prima rivoluzione industriale. Ma è sempre più inadeguato in un’economia nella quale l’accelerazione dell’obsolescenza della conoscenza (5 anni) e la riduzione della permanenza sul posto di lavoro (5-7 anni) imporrano un continuo «ritorno a scuola».

Nonostante riforme e accorgimenti di vario tipo, la scuola di oggi, in Italia come nel resto del mondo, ricalca la struttura delle fabbriche di ieri. Gli insegnanti, come i capireparto con i loro sottoposti, richiedono conformismo da parte di studenti che assimilano nozioni in modo passivo. Le classi stesse, ordinate per file di banchi individuali, ricordano le industrie tessili inglesi di metà Ottocento, nelle quali le macchine da cucire erano posizionate su piccoli tavoli allineati, dietro ai quali sedevano diligentemente i tessitori.

Ellwood Patterson Cubberley, un eminente professore di Stanford di inizio secolo scorso, elaborò la teoria della factory model education, elogiando orgogliosamente tale modello educativo. L’industria dettava legge e la scuola non poteva che adattarsi. Anche un percorso di studio breve e poco brillante era sufficiente a trasmettere la forma mentis necessaria per affrontare la vita in fabbrica, dove routine e standardizzazione erano predominanti.

Tale approccio appare tuttavia inadatto per le fabbriche 4.0 che richiederanno sempre più una forza lavoro creativa, adattabile e flessibile, in grado di affrontare un progresso tecnologico in continua evoluzione ed accelerazione. Basti pensare che, secondo quanto riportato dal World Economic Forum, il 65% degli studenti di prima elementare svolgerà, una volta terminato il loro percorso di studi, professioni che oggi non esistono ancora, in un mondo nel quale i confini tra reale e virtuale saranno sempre più labili.

Per quanto difficile possa essere immaginare il futuro, o proprio per tale ragione, la scuola dovrà sempre più insegnare a imparare e ogni persona dovrà studiare tutta la vita. In un Paese come l’Italia dove neanche il 10% dei lavoratori di età compresa tra i 25 e i 64 anni frequenta attivamente corsi di formazione durante la propria carriera professionale si tratta di un cambio di mentalità importante. Re-immaginare in profondità il sistema educativo significa innanzitutto preservare gli aspetti migliori di quello esistente come il rispetto per l’autorità, la disciplina e la trasmissione di nozioni base, ma superandone gli inevitabili meccanismi di autodifesa e inerzia.

Talento e competenze

Nuove istituzioni parallele dovranno emergere per fornire training specializzato

Ormai vi è un consenso diffuso sull’importanza di investire in soft skills, stimolare il pensiero critico e affinare la capacità di risolvere problemi complessi. Bisogna andare oltre l’approccio compartimentalizzato alle singole discipline, passando a uno multidisciplinare che stimoli la predisposizione al pensiero non convenzionale. Le scienze si dovranno mescolare con le arti e le materie umanistiche. L’acronimo Stem, che indica in inglese le discipline scientifiche e tecnologiche, dovrà includere la A di arte, diventando Steam.

Tuttavia, non è più solo una questione di ciò che si studia, ma di come. Lo studente deve essere messo al centro, facilitandone l’apprendimento secondo le sue effettive capacità, anche attraverso l’utilizzo di nuove tecnologie. La collaborazione orizzontale tra compagni e verticale con i professori deve sostituire almeno in parte competizione e gerarchie. I ruoli tra maestri e allievi dovranno essere sempre più ibridi. E si dovranno sperimentare nuovi metodi di insegnamento, che coinvolgano nuove tecnologie ma non solo.

Oltre all’apprendimento attivo, è necessario dotare il sistema dell’istruzione di un elevato grado di flessibilità in entrata e in uscita per favorire carriere agili e non lineari. Visto il rapido tasso di obsolescenza delle competenze anche più sofisticate, i percorsi di studio non dovranno più concentrarsi in un unico blocco temporale, ma dovranno seguire un percorso a zigzag: le porte della scuola in senso lato dovranno rimanere sempre aperte per riassorbire con facilità qualunque lavoratore lungo l’intero arco di una vita professionale. In questo senso, la flessibilità si tradurrà in destrutturazione del sistema.

Flessibilità non richiederà solo percorsi mirati e asciutti. Nuove istituzioni parallele alla scuola e all’università dovranno emergere per fornire training specializzato, ma senza essere considerate di serie B. Per garantire la flessibilità in uscita, talento e competenze, e non il titolo di studio o l’età di un candidato, dovranno diventare l’unico ostacolo alla libera circolazione dei cervelli all’interno del mercato del lavoro. E le imprese dovranno aiutare il sistema della formazione a identificare le competenze del futuro come succede a Singapore, dove gli imprenditori e il governo lavorano su orizzonti temporali di cinque anni all’interno della Skills Future Initiative.

La transizione verso la scuola del futuro sarà lunga e accidentata. Per non rassegnarsi alla disoccupazione tecnologica, dovremo essere tutti disposti a imparare, disimparare e re-imparare.