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La ricostruzione comincia dalla scuola

Prima di tutto e purtroppo, non è un ritorno alla normalità. Se cerchiamo un luogo in cui si è già avverato lo slogan più abusato di questi tempi — "nulla sarà più come prima" — , questo luogo è sicuramente la scuola.

31/08/2020
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la Repubblica

di Ezio Mauro

Mentre i partiti e i loro leader parlano d’altro, e non si sa bene di cosa, la società aspetta il giorno delle verità: è il 14 settembre, data della riapertura generale delle scuole (anche se sei Regioni pensano di posticipare) dopo il ciclone Covid che ha amputato l’anno scolastico, cambiando i riti, i diritti e i doveri di almeno due generazioni e terremotando gli equilibri delle famiglie.

Nessuno ha ancora calcolato il costo di questo buco sociale, culturale, formativo, psicologico che si è spalancato per mesi nel cuore dell’età adolescenziale italiana, costretta a fare i conti con la distanza, la maschera, l’Interdetto e il lockdown proprio nel momento della grande avventura, dell’esplorazione, della conquista dell’autonomia e della libertà. La chiusura — necessaria — della scuola è una mutilazione intellettuale della parte più viva e più sensibile della nostra comunità nazionale. E oggi, cosa significa la riapertura?

Prima di tutto e purtroppo, non è un ritorno alla normalità. Se cerchiamo un luogo in cui si è già avverato lo slogan più abusato di questi tempi — "nulla sarà più come prima" — , questo luogo è sicuramente la scuola.

Basta vedere le misure necessarie che i presidi e i direttori degli istituti dovranno adottare, su suggerimento dei tecnici e degli scienziati che assistono il governo, e che cambiano profondamente usi e consuetudini del costume scolastico italiano. Orari diversi d’ingresso e d’uscita per scaglionare l’afflusso; classi scomposte e ricomposte in piccoli nuclei; locali fissi per ogni nucleo; strumentazioni, materiale didattico (e giochi, per i più piccoli) riservati ed esclusivi: contatti tra le classi da evitare; banchi monoposto a distanza di sicurezza; mascherina dai sei anni in su; mense con accesso a rotazione, pasti monoporzione, stoviglie usa e getta; intervallo a orari diversi, in molti casi da trascorrere in aula; lezioni a distanza, in rete, per una quota di studenti di ogni classe delle superiori; controllo della temperatura agli studenti ogni mattina da parte delle famiglie, e se possibile anche all’ingresso a scuola col termoscanner.

Si capisce da questa organizzazione difensiva che ci troviamo di fronte alla spinta contrastante di due esigenze radicalmente contrapposte: riportare a scuola un esercito di 9 milioni di persone (tra alunni e docenti) ed evitare che la densità di questa popolazione necessariamente a contatto incentivi in misura pericolosa la propagazione del virus. Del resto è doppia e contraddittoria anche la richiesta che viene dal cittadino allo Stato: riapri le aule scolastiche ai miei figli, perché hanno bisogno di acculturazione, educazione, socializzazione, ma fai in modo che tutto avvenga in sicurezza, perché la salute è il bene primario che sei chiamato a tutelare. Lo Stato si trova così impegnato a garantire un bene collettivo — l’istruzione — e insieme la tutela individuale dell’integrità fisica di ognuno. È un suo dovere, naturalmente: ma la pandemia radicalizza le condizioni in cui questa obbligazione democratica deve compiersi, esasperando i problemi.

La prima questione è che le norme di sicurezza sono per definizione generali, mentre ogni attacco del virus è particolare, specifico: quindi non sappiamo come le famiglie degli studenti reagiranno psicologicamente al «lieve incremento dell’indice di trasmissione del contagio» che il Comitato tecnico scientifico considera fortemente prevedibile con la riapertura delle scuole, quando questo «incremento» dalle statistiche si tradurrà nel nome e cognome dei loro figli. C’è poi un altro discrimine nelle misure disposte per tutti a scuola, e riguarda l’età degli studenti, dunque la loro capacità di esercitare una responsabilità personale di prudenza nei confronti dell’epidemia: nelle scuole d’infanzia, ad esempio, si deroga alla norma, perché è impossibile già in partenza contare sull’uso delle mascherine e sul distanziamento consapevole. Aggiungiamo la sicurezza dei docenti e del personale di servizio, oltre il 40 per cento dei quali supera i 55 anni, quindi è esposto (o portatore) di patologie che possono renderlo "fragile" davanti alla minaccia del virus, spingendolo a chiedere mansioni di lavoro diverse dal contatto diretto con una popolazione concentrata e attiva come quella studentesca. Infine i trasporti, dove si stima manchino addirittura 20 mila autobus e 30 mila conducenti per un distanziamento di sicurezza sui mezzi: che invece su pressione delle Regioni si affolleranno di più con la riapertura scolastica, passando dall’attuale limite del 50-60 per cento della capienza al 75. Col risultato che proprio mentre cresce l’infezione cresce anche l’addensamento.

Per tutte queste ragioni, riaprire le scuole mentre ripartono i focolai non è semplice, pur essendo indispensabile. Gli occhi di tutte le famiglie sono puntati sul governo, perché spetta allo Stato istituire le scuole di ogni ordine e grado, garantire l’obbligatorietà e la gratuità dell’istruzione primaria, fissare gli obiettivi formativi, assicurare agli studenti meritevoli — come vuole la Costituzione — il diritto di raggiungere i gradi più alti dello studio, anche se privi di mezzi. Ma le Regioni dovrebbero ricordare che in questa materia non sono semplici e disinvolte controparti ma soggetti attivi del sistema complessivo di governo, perché a loro competono la formazione professionale, la programmazione della rete scolastica e del personale, e la distribuzione delle risorse umane e finanziarie.

Dai problemi minori (le mascherine trasparenti per gli insegnanti dell’infanzia, in modo che i bambini possano distinguere e seguire i movimenti labiali) al grande tema della tracciabilità dentro gli istituti in caso di contagio di uno studente, la riapertura delle scuole è una prova di sistema, uno stress test che coinvolge tutto il Paese. Il cattivo stato dell’edilizia scolastica, le condizioni igieniche arretrate, la cronica carenza di aule, la mancanza di una formazione specifica dei docenti sull’emergenza Covid, l’assenza di un servizio medico a presidio di ogni scuola, il rifiuto di molti docenti di sottoporsi all’esame sierologico, indicano un ritardo cronico — e colpevole — nell’urgenza di portare tutto l’universo scolastico a regime nella difesa dal virus: con lacune pericolose nella logistica, nella prevenzione, nella diagnostica, nella sanificazione, addirittura nell’informazione.

Soprattutto, i nodi arrivano al pettine a pochi giorni dalla riapertura, con in più la scadenza elettorale del 20-21 settembre che sospenderà le lezioni appena iniziate per portare una popolazione adulta ed estranea nelle scuole dove saranno ospitati 55 mila seggi, per i quali non si è ancora trovato posto altrove, in edifici pubblici neutri come i musei o i municipi: eppure le date erano note da tempo, il rischio Covid anche. Piuttosto, il sistema sembra concentrato sui nuovi 350 banchi monoposto consegnati per prime alle capitali dell’infezione, Codogno, Alzano, Nembro, su un fabbisogno di 2 milioni.

Ma la questione è molto più complessa delle aule a rotelle, e la politica dovrebbe rendersi conto che proprio per questo oggi non basta più l’ordinaria amministrazione. Perché la riapertura in tempi di Covid (e di finanziamenti europei) è certo un rischio necessario: ma è anche un’occasione da non perdere per uno sforzo straordinario indirizzato a rimettere in piedi la scuola in tutto il Paese, colmando disuguaglianze territoriali, scompensi, ritardi, responsabilità, e portando l’Italia al livello dei sistemi più avanzati. Il rilancio del Paese comincia esattamente da qui, dove si costruisce il "dopo".

Serve dunque un impegno congiunto e ambizioso per una vera e propria ricostruzione, come accade ogni volta che la politica incrocia concretamente la vita delle persone: scoprendo in questo caso che qui governo e Regioni rischiano l’osso del collo, perché la scuola è il crocevia dello scambio tra Stato e società, è lo strumento chiave dell’emancipazione e dell’organizzazione sociale, è il primo tramite tra il privato e il pubblico, è contemporaneamente un fondamento della democrazia e un presupposto del mercato del lavoro. In questo senso, addirittura, la scuola aperta è il vero reddito di cittadinanza permanente, l’elemento primario del contratto sociale, la forma visibile del welfare state. Cosa che dovrebbe interessare prioritariamente una maggioranza che si definisce di centrosinistra: forse.