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La crisi dei professionali è un brutto segnale per chi cerca lavoro

riforma dopo riforma, gli istituti professionali hanno smarrito la loro vocazione originale e oggi non riescono più a diplomare giovani davvero forti sul mercato del lavoro

16/02/2017
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Corriere della sera

Orsola Riva

C he peccato mandare in malora lo straordinario patrimonio di competenze delle scuole professionali. Di quella sapienza artigiana prima e industriale poi che ha reso grande il nostro Paese. E invece, riforma dopo riforma, gli istituti professionali hanno smarrito la loro vocazione originale e oggi non riescono più a diplomare giovani davvero forti sul mercato del lavoro (e chissà se l’ennesima revisione del percorso professionale al vaglio del Parlamento andrà nella direzione giusta). Se ne sono accorte anche le famiglie che, passato l’«effetto Masterchef», ormai disertano queste scuole (le iscrizioni sono scese al 15 per cento). Come dar loro torto se a un anno dal diploma professionale tre ragazzi su dieci sono disoccupati? Il dato è contenuto nell’ultima indagine Almadiploma: il tasso di disoccupazione scende al 21,2 per cento tre anni dopo ma è fermo al 20,1 a 5 anni dalla maturità. Che la crisi morda di più chi prima cerca lavoro è fisiologico. Ma queste percentuali raccontano anche di una scuola che, a dispetto del nome, non riesce a preparare i suoi allievi per una professione. Lo ricordava ieri «Lo studio economico dell’Italia» dell’Ocse. In nessun Paese vi è un divario tanto ampio fra le competenze richieste dalle imprese e quelle offerte dai lavoratori. Problema che vale per tutti i diplomati (e più avanti anche per i laureati) ma che è particolarmente drammatico nel caso dei professionali, autentico fanalino di coda italiano (si vedano i dati Invalsi e Ocse-Pisa). Troppo spesso i docenti delle scuole medie tendono a dirottarvi chi parte già più svantaggiato (come per esempio i figli degli immigrati). Condannando questi istituti a diventare delle scuole-ghetto che, invece di funzionare da ascensore sociale, si riducono a fare da nastro trasportatore. La cosa più triste è che i ragazzi sono i primi a rendersene conto: più della metà dei diplomati professionali si dichiara pentito della scuola scelta.