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L’Italia investe nella ricerca meno di sloveni e cechi Un ritardo che vale il futuro

La sfida: risalire dal 27° posto nel mondo e coinvolgere le donne

21/02/2021
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Corriere della sera

Gian Antonio Stella

entisettesimi. Ci farebbero una malattia, i tifosi dell’Italia, se finissimo ventisettesimi ai Mondiali di calcio. Una malattia. Essere così bassi nel ranking della Ricerca mondiale, invece, pare interessare sì e no.

E i dati, implacabili, dicono che Mario Draghi, il quale nel suo primo discorso da premier ha insistito cinque volte sull’obbligo assoluto di investire molto di più nella Ricerca, sa che l’accelerazione non sarà facile. Certo, i Ricercatori italiani si fanno onore nel mondo. Evviva. Ma sui finanziamenti ripartiamo da una condizione di avarizia.

Lo conferma Observa - Annuario Scienza Tecnologia e Società 2021 , a cura di Barbara Saracino e Giuseppe Pellegrini, edito dal Mulino e prossimo all’uscita. Nella classifica dei Paesi che mettono più soldi in Ricerca & Sviluppo rispetto al Pil (escluse le spese per la difesa che in alcuni Stati letteralmente divorano i bilanci) non stiamo solo dietro Israele, Corea, Taiwan o Germania ma anche dietro Slovenia, Repubblica Ceca, Ungheria... La quota che destiniamo al settore (meglio: al futuro, perché da lì passa il rilancio) è solo dell’1,4% del nostro prodotto interno lordo. Inferiore alla media europea (2,0%) e a quella Ocse: 2,4%. Bassissima rispetto alla Danimarca, alla Germania o all’Austria che investono il doppio. Umiliante rispetto a Israele che, già in vetta nove anni fa, ha dato agli stanziamenti un altro colpo di acceleratore salendo al 4,9% del Pil. Il triplo di noi. Sarà un caso se poi è stato il più reattivo anche sui vaccini?

Altra classifica, altra bastonata: per numero di Ricercatori impiegati in R&S ogni mille occupati è in testa la Danimarca con 15,7, seguita ancora da Corea, Svezia, Finlandia... E noi siamo ancora a un terzo: 6 su mille. Davanti a Romania, Sudafrica o Messico. Ma dietro la media Ue, quella Ocse o la Slovacchia. Un delitto. E se per certi versi consola sapere che l’Università copre il 37,3% e il settore pubblico il 15,6% di tutti i Ricercatori italiani, colpisce come il settore privato (che nella media Ocse assorbe quasi due terzi di quanti lavorano alla Ricerca e allo sviluppo, con punte del 72,8% in Svezia, 74,4 in Giappone, 82,0 in Corea) galleggi da noi al 43,6. Peccato.

Un peccato soprattutto alla luce dei numeri portati a casa dai Ricercatori italiani coinvolti nel progetto Horizon 2020, il Programma Quadro della Ue per la Ricerca e l’innovazione 2014-2020. Gli azzurri sono quinti in Europa tra i Paesi beneficiari di finanziamenti con oltre 4 miliardi e mezzo di euro ricevuti e 13.020 partecipazioni ai progetti. Dietro Germania, Regno Unito, Francia e Spagna. Un risultato che avrebbe potuto essere migliore se i nostri giovani, spiega l’archeologa Maria Luisa Catoni, già presidente di una commissione dell’European Research Council, «avessero potuto contare sull’aiuto di uffici di supporto al confezionamento dei progetti europei perché non basta avere una buona idea: è necessario tradurla in un progetto». E lì entra in ballo il supporto determinante delle università, da noi un po’ in ritardo, non tanto per dare una spintarella ai nostri ma per permettere loro di battersela alla pari con gli altri. L’Università di Cambridge, per dire, si vanta sul suo sito di fornire «workshop e sessioni d’informazione sul programma del CER, controlli e consigli sulle proposte di pre-presentazione, consulenza prima dei colloqui per i candidati, sostegno amministrativo...». Il genio, così, fiorisce meglio...

Si può dare di più, per dirla con Morandi, Ruggeri e Tozzi? Certo. Lo dimostra la Germania che nel 2013, col progetto «Roadmap for Research Infrastructure» dell’allora ministro per l’Educazione e la Ricerca Johanna Wanka (che già non partiva da zero) decise di darsi una tabella di marcia per «fornire un eccezionale ambiente per la Ricerca» capace di attrarre Ricercatori di tutto il mondo e internazionalizzare la Ricerca tedesca. Obiettivo raggiunto in una manciata di anni scalzando infine dal primo posto la Gran Bretagna storicamente avvantaggiata dalla lingua. Potremmo farcela anche noi, magari giocando anche carte che altri non hanno, come l’ospitalità di un Paese bellissimo, il clima e una cucina di assoluta eccellenza?

Dobbiamo provarci. Mette malinconia tra le tabelle elaborate da Observa sulla base di una miriade di fonti, quella sulla attrattività delle nostre università. Stando al rapporto Education at a Glance 2020 la quota di studenti stranieri, che vede in testa gli atenei australiani (26,5%), neozelandesi e britannici, scende in Italia al 5,6%. E non è una questione di lingua più o meno parlata: la nostra è la quarta più studiata al mondo. Eppure ci ritroviamo sotto le università slovacche, finlandesi, estoni, ungheresi. Allora? Problemi di tasse, anche se altrove sono molto più care? Di maggiore apertura in tanti atenei stranieri all’insegnamento in inglese? Di burocrazia, visto che un vietnamita potrebbe sentirsi respinto da moduli che alla prima riga della domanda d’iscrizione chiedono il codice fiscale? Per non dire dei docenti stranieri che, secondo l’ultimo rapporto Anvur sono 473 su 53.801, meno dell’1%. Un dato che non può stupire in una fortezza accademica dove i docenti under 40 sono addirittura scesi in Italia dal 16,3 al 13%. Contro il 24% della Spagna, il 31,5 del Regno Unito, il 46,1 dei Paesi Bassi, il 54,4 della Germania.

Un dato che, insieme con altri come l’età media dei Ricercatori salita a 45 anni e addirittura a 49 per quelli pubblici, la dice lunga su come l’università e la Ricerca, per quanti meriti abbiano le persone che ci lavorano spesso sottopagate e ancor più spesso demoralizzate da troppi tagli e troppi concorsi chiacchierati, debbano essere profondamente riviste, cambiate, dotate di finanziamenti più seri, rilanciate fino a riprendersi posizioni perdute e conquistare nuovi spazi a livello mondiale. Una svolta che deve passare attraverso l’apertura alle donne: quel 22° posto su 25 Paesi nel ranking Female Teachers 2020 di Eurostat sulla presenza femminile tra i docenti universitari grida vendetta.

Sarà poi un caso se nella classifica dei Paesi europei più innovativi, stilata sulla base di ventisette indicatori nel dossier Innovation Union Scoreboard 2020, siamo solo diciottesimi dopo la Repubblica Ceca e Malta? Quanto alla scuola... Ma ne parleremo domani.