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Il premier: “Ci sono università di serie B”

"UN errore pensare che siano tutte di serie A, sarebbe antidemocratico. Occorre una marcia in più per imporsi sullo scenario mondiale” La protesta degli studenti: “Sembra di sentir parlare la Gelmini”. La Crui: “Ma la qualità media degli atenei deve restare alta”

19/02/2015
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la Repubblica

Corrado Zunino

Il presidente del Consiglio si presenta al Politecnico di Torino, ateneo dell’eccellenza italiana dove il 91 per cento degli ingegneri lavora un anno dopo la laurea, e chiaramente dice: «Negare che vi siano diverse qualità nell’università italiana è ridicolo. Ci sono università di serie A e B nei fatti e rifiutare la logica del merito e la valutazione dentro le facoltà, pensare che tutte possano essere uguali, è antidemocratico, non solo antimeritocratico ». Matteo Renzi, quando era sindaco di Firenze, diceva cose anche più dure: «Il ministro Gelmini avrebbe dovuto avere il coraggio di chiudere la metà delle università italiane: servono più a mantenere i baroni che a soddisfare le esigenze degli studenti». Era febbraio del 2011. Oggi, alla vigilia della chiusura del decreto “La buona scuola” e dell’apertura della “Buona università”, il presidente del Consiglio abbassa il livello formale ma non la sostanza del suo pensiero: «Non possiamo pensare di portare tutte le novanta università italiane nella competizione globale, così ci spazzerebbero via tutti quanti ». Ancora: «Un grande ateneo ha il compito di stare non sul mercato, ma nello scenario internazionale. Ci serve un passo in più affinché le grandi realtà non siano stritolate dai confini amministrativi. Non si può gestire il Politecnico di Torino come fosse un comune di cinquemila persone». Il 2015 sarà un anno costituente per il mondo accademico, dice.
Il rettore dei rettori, Stefano Paleari, presidente della Crui, è vicino a Renzi mentre lui dichiara. E successivamente preferisce non aprire un fronte polemico, ora che potrebbero tornare i soldi per l’università italiana. «Non ho letto aggressività nelle parole del premier», dice Paleari, «le università di A e B sono un modo per dire che ci sono funzioni diverse nei diversi atenei. Alcuni stanno sul mercato internazionale, curano le eccellenze, altri sono veri e propri insediamenti sociali in territori difficili. Resta il fatto che la qualità media di tutti deve restare buona». Crede nell’anno costituente, Paleari: «Nelle ultime cinque stagioni ci sono stati sottratti 800 milioni, abbiamo perso diecimila ricercatori e tutti i docenti sotto i quarant’anni. L’inversione di tendenza è obbligatoria, ma non sarà necessario chiudere atenei. Il mondo accademico è cambiato dal 2011 a oggi. Non riceviamo più finanziamenti a pioggia, non abbiamo più rettori a vita. Io ho 50 anni e a fine anno torno a fare il professore e il ricercatore nella mia università di Bergamo».
Il rettore del Politecnico di Torino, Marco Gilli, già aveva confermato fedeltà al governo durante l’inaugurazione dell’anno accademico: «Siamo certi che l’azione riformatrice avviata saprà affrontare le principali criticità del nostro sistema e saprà creare le condizioni perché le università possano avviare in tempi brevi un significativo ricambio generazionale. Premier, le assicuriamo piena collaborazione».
A fine mese si apre il viaggio politico-amministrativo della Buona università. Questi i cardini della futura legge: uscita dei lavoratori degli atenei dalla pubblica amministrazione, creazione di un comparto autonomo con un contratto unico e poi, sulla strada del Jobs Act, tutele crescenti per i precari e soprattutto i ricercatori, quindi superamento del sistema ingabbiante dei punti organico.
Le uniche parole conflittuali arrivano dagli studenti, già critici rispetto alla Buona scuola. «Dichiarazioni chiare e preoccupanti quelle del premier», scrive l’Unione degli universitari, «ricordano le politiche della Gelmini che l’università l’ha distrutta. Le parole di Renzi esprimono un’idea di università diametralmente opposta a quella della nostra Costituzione che chiede luoghi accessibili a tutti, strumenti di ascesa sociale, motori culturali e di rilancio per il Paese tutto. Oggi proseguire gli studi sta diventando impossibile per chi non ha mezzi in partenza: il numero di laureati, infatti, è il più basso d’Europa. Antidemocratico e antimeritevole è un diritto allo studio inesistente».