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Il no di Asor Rosa “Così muore l’università”

«Il numero chiuso? La morte dell’università »

17/05/2017
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la Repubblica

«Il numero chiuso? La morte dell’università ». Anzi: «Un’idea mostruosa per nascondere le inefficienze dei nostri atenei, dove non ci sono più né docenti né aule per accogliere gli studenti». Alberto Asor Rosa, una vita in cattedra alla “Sapienza” di Roma, critico, docente, oggi scrittore, le aule affollate dei corsi umanistici le conosce bene. Ma la risposta, dice chiaro, non può essere quella di «selezionare gli studenti».

Professore, perchè il numero chiuso sarebbe la morte dell’università?

«Perché invece di accogliere più giovani, invece di formare più laureati, noi sbarriamo l’accesso. E non con una selezione vera, ma con test d’ingresso abnormi, assurdi, che non premiano certo i migliori. Invece più è larga la platea che frequenta le università, più grandi sono le potenzialità che vengono fuori».

In certi casi però è questione di sopravvivenza. Aule piccole, pochi docenti.

«Ma è questo lo scandalo. Per coprire la mancanza di risorse i rettori si inventano il numero chiuso, facendolo passare per meritocrazia. La realtà è che le università sono senza soldi, non hanno più professori, non hanno aule né strutture. E le facoltà più penalizzate sono proprio quelle umanistiche. Come è accaduto ad esempio a Roma, nel dipartimento di Letteratura italiana: c’erano 20 docenti e oggi ce ne sono soltanto 2. E allora qual è la risposta? Invece di fare nuovi concorsi tagliano il numero degli studenti».

Con il risultato di avere assai meno laureati rispetto al resto d’Europa.

«Siamo prigionieri di una contraddizione. Da una parte si dice che abbiamo pochi laureati, dall’altra però ogni giorno si fa il conto di quanti laureati fuggono dal nostro paese perché per loro non c’è lavoro. Siamo di fronte ad un problema gigantesco. Quasi una catastrofe, figlia delle politiche suicide degli ultimi anni».

Dunque è sopratutto un problema di risorse?

«Certo. Le porte dell’università devono essere aperte a tutti, garantendo però il livello dell’insegnamento. Bisogna assumere docenti, rilanciare la ricerca, non fare il numero chiuso sulla base di test assurdi. E soprattutto investire sulle facoltà umanistiche, le più penalizzate dai tagli e dall’abbandono ».