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Il Manifesto-All'università, purché sia breve

All'università, purché sia breve Boom delle mini-lauree tra le matricole dell'anno accademico 2000. Un rapporto dell'Istat A.CAM. - ROMA E' assalto alle mini-lauree fresche di riforma, attive...

30/12/2001
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il manifesto

All'università, purché sia breve
Boom delle mini-lauree tra le matricole dell'anno accademico 2000. Un rapporto dell'Istat
A.CAM. - ROMA

E' assalto alle mini-lauree fresche di riforma, attive dall'anno prossimo in 9 università d'Italia. Nel 2000, infatti, il numero dei nuovi iscritti al primo anno accademico, in calo dal 1994, è cresciuto di quasi cinque punti percentuali rispetto al totale calcolato nei dodici mesi precedenti. E il boom è tutto tra chi ha scelto i corsi sperimentali (quelli che adottano la formula tre + due, che adesso attende il giudizio del mercato del lavoro), perchè continua la storica discesa tra i nuovi iscritti alle "vecchie" lauree: in questo caso, rispetto all'anno precedente, ci sono quasi cinque matricole su cento in meno.
I dati sono contenuti nella ricerca Istat "Università e lavoro: statistiche per orientarsi". Considerati gli effetti del calo demografico, l'aumento dei nuovi iscritti fa intravedere un trend esponenziale per l'anno futuro, quando le nuove lauree saranno attive in ogni ateneo d'Italia. L'appeal sugli studenti, in particolare, sarebbe proprio dei corsi super-specialistici in materie matematico scientifiche: già dall'anno scorso, infatti, è sceso il numero dei nuovi iscritti alle facoltà di ingegneria di tipo classico, emarginate nella scelta rispetto ai più allettanti e brevi nuovi corsi triennali.
Dietro questi numeri, gonfi allo stato di aspettative ancora tutte da dimostrare, resta però invariato lo status medio dei nostri giovani laureati: in Italia si arriva alla laurea tardi (il 40% degli iscritti non ha ancora terminato gli studi al suo 27esimo anno di età, e su 100 iscritti nell'anno 2000 si calcolavano 85 fuoricorso) mentre 60 studenti su 100 abbandonano gli studi, soprattutto durante il primo biennio.
Il quadro è negativo soprattutto nel confronto con i dati registrati sul resto d'Europa: i laureati d'Italia sono in media "più vecchi", e dunque meno competitivi, rispetto ai possessori di equipollenti titoli conseguiti all'estero. Né cambia il segno negativo sui laureati complessivi del nostro paese: in Italia - escluso chi ha conseguito un diploma universitario, l'1,5% della popolazione - i laureati sono soltanto il 15,5% sul totale dei giovani (contro il 35,6% in Inghilterra, quasi il 40% in Francia, più del 33% negli Stati Uniti).
Quali i motivi della cattiva performance italiana? Secondo l'Istat, la chiave è proprio nel sistema universitario finora adottato, e questo sarebbe dimostrato anche dall'improvvisa corsa a quelle poche facoltà che hanno già scelto di rimodernarsi: le vecchie lauree, in sostanza, sono da troppi considerate "lunghe" e difficili, troppo orientate al lavoro teorico e alla ricerca, distanti tanto dal mondo della scuola quanto da quello del lavoro. Con questo, in parte, si spiegherebbero le ondate di abbandoni tra gli iscritti al primo e al secondo anno: insuperabile, per tanti ex-scolari, lo "stacco" tra una micro-dimensione scolastica e i vasti e dispersivi ambienti accademici. Inoltre, tanti sarebbero gli iscritti all'università senza una vera motivazione allo studio, studenti in attesa di trovare, tra un esame e l'altro, un'occupazione stabile.
Peccato, tuttavia, che la realtà sia in verità più rosea di quanto venga immaginata. Tra chi ha un'età compresa tra i 35 e i 64 anni ed è in possesso della vecchia laurea, il tasso di disoccupazione è quasi nullo: l'1,6% sul totale delle forze lavoro, che corrisponde al cosiddetto tasso di disoccupazione "frizionale", ovvero endemico ad ogni sistema economico.
Dal rapporto emerge un altro dato significativo: a parità di titolo di studio, ma anche di profilo professionale, le donne rusultano meno occupate degli uomini. E' il risultato, secondo l'Istat, di un pregiudizio del datore di lavoro nella scelta del proprio dipendente.