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il discutibile no all’inglese

Le lezioni all'Università

03/02/2018
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Corriere della sera

Maurizio Ferrera

Niente inglese, siamo italiani. Il Politecnico di Milano e altre università dovranno chiudere i percorsi di laurea nella lingua di Shakespeare. Lo hanno deciso i giudici. Ma il senso dei corsi in inglese non era un’offesa a Dante, ma quello di ampliare l’offerta formativa.

Il Politecnico di Milano e forse molti altri Atenei dovranno chiudere i percorsi di laurea in inglese. È quanto ha disposto il Consiglio di Stato, applicando una precedente sentenza della Corte Costituzionale. Tenere «intieri corsi di studio» in una lingua diversa dall’italiano viola almeno tre principi della nostra Carta: il primato dell’italiano, la parità di accesso all’istruzione universitaria e la libertà di insegnamento. La Corte fa il suo mestiere. Ma cercano di farlo anche le Università. Rettori e professori (anche se non tutti) sono partiti da una banale constatazione: l’inglese è oggi diventato la prima lingua franca di massa della storia, un fatto praticamente irreversibile. È curioso che la Corte non nomini mai esplicitamente l’inglese e insista nel parlare di «lingue diverse dall’italiano».

Così essa rifiuta infatti la premessa empirica che ha mosso le scelte degli Atenei. I quali non hanno voluto offendere l’onore della lingua di Dante, ma solo integrare e ampliare l’offerta formativa. I giovani che non conoscono l’inglese restano esclusi dai circuiti più dinamici dell’economia, della cultura, della ricerca. È a questa parità di accesso che oggi bisogna guardare. I giudici hanno ragione a dire che oggi mancano «adeguati supporti formativi». Ma traggono la conclusione sbagliata nel sostenere che i corsi di studio in inglese discriminano

gli studenti che «non lo conoscono affatto». Sarebbe stato più logico suggerire agli Atenei di rimediare a

questa lamentevole lacuna.

La supposta violazione della libertà d’insegnamento è poi la motivazione meno condividibile. In molti ambiti (non in tutti, certo) l’inglese è indispensabile per accedere a quel «sapere scientifico che deve essere trasmesso ai discenti».

Nelle discipline scientifiche e sociali la conoscenza dell’inglese è oggi una precondizione per fare ricerca e pubblicare. E ormai in tutti i concorsi per professori è previsto l’accertamento delle competenze linguistiche. Di quale libertà parliamo? Il diritto da tutelare è un altro: agli studenti vanno garantite opportunità, livelli e modalità formative (inglese incluso) in linea con i migliori standard Ue. Nel proprio Paese, a costi abbordabili.