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Fondo d’Istituto e autonomia scolastica

di Marina Boscaino

24/03/2013
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Il Fis (Fondo di Istituto) è l’insieme di risorse finanziarie che arrivano alla scuola per retribuire attività aggiuntive, e/o l’intensificazione delle attività. Riguarda sia docenti che ATA.

L’art. 26 del CCNL del 31 agosto ’99 istituì – in conseguenza dell’autonomia scolastica, entrata in vigore l’1 settembre del 2000 – per tutte le scuole di ogni ordine e grado il fondo dell’istituzione scolastica, destinato a retribuire le prestazioni del personale finalizzate a sostenere esigenze didattiche e organizzative derivanti dalla concretizzazione del Pof e la qualificazione e l’ampliamento dell’offerta di istruzione e formazione, anche in relazione alla domanda proveniente dal territorio.

Con il contratto del 15 marzo 2001 vengono introdotti nuovi finanziamenti e ulteriori finalizzazioni delle somme assegnate, dividendo sostanzialmente il fondo in 3 tranches, una destinata a tutto il personale della scuola, una per retribuire attività ulteriori svolte da docenti, una dagli Ata. Dopo vari cambiamenti, con il CCNL 2007 si prevede che una specifica ripartizione del fondo deve determinare specifiche quote destinate al personale docente, al personale Ata, ai diversi ordini e gradi di scuola presenti nell’istituto, alle diverse professionalità. E’ del tutto evidente, dunque, che all’inizio dell’anno il collegio docenti (che deve elaborare il Pof) e le RSU (che devono contrattare l’utilizzo delle risorse e l’entità dei compensi) hanno necessità di avere un quadro sufficientemente preciso della situazione finanziaria. Quest’anno l’ammontare della cifra che verrà destinata alle scuole è stata comunicata pochissime settimane fa.

Le ragioni di un ritardo
Il 12 dicembre scorso Cisl, Uil, Snals e Gilda – non l’Flc – hanno siglato un’ipotesi di accordo, che ha previsto la riduzione del Mof (Fis + incarichi specifici per gli Ata, Funzioni Strumentali per i docenti, ore eccedenti per coprire le assenze, fondo per la pratica sportiva, fondo per aree a rischio) per pagare gli scatti di anzianità maturati nell’anno 2011. Da una parte si leva, da una parte si mette (in ritardo); in un per nulla dignitoso gioco delle tre carte che vede la scuola e i suoi lavoratori (e, di conseguenza, gli studenti) al centro di una irresponsabile politica di taglio e disinvestimento. Per pagare il legittimo scatto ai docenti che lo hanno maturato, si riducono le entrate delle scuole: concretamente – dopo il definitivo accordo del 30 gennaio, che varia i parametri e le conseguenti cifre (decurtate drasticamente) da imputare a ciascuna voce e ha sbloccato l’erogazione dei fondi, che finalmente è stata comunicata alle scuole – gli istituti comprensivi (già messi a dura prova dalla legge 111/11, quella relativa al dimensionamento scolastico) subiscono un taglio medio del 40%, gli istituti superiori del 25% sul FIS oltre al taglio del 30% per tutti gli ordini di scuola sulle altre voci del MOF.

Previsioni della Legge di Stabilità
Ma non è finita qui. L’art. 149 della Legge di Stabilità 2013 propone diversi emendamenti al comma 450 dell’articolo 1 della legge 27 dicembre 2006, n. 296, e successive modificazioni, in particolare:

«Per gli istituti e le scuole di ogni ordine e grado, le istituzioni educative e le università statali, tenendo conto delle rispettive specificità, sono definite, con decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, linee guida indirizzate alla razionalizzazione e al coordinamento degli acquisti di beni e servizi omogenei per natura merceologica tra più istituzioni, avvalendosi delle procedure di cui al presente comma. A decorrere dal 2014 i risultati conseguiti dalle singole istituzioni sono presi in considerazione ai fini della distribuzione delle risorse per il funzionamento».

I fondi per il funzionamento sono quelli per acquistare carta, toner, stampanti, carta igienica, detersivi; la previsione è che dal 2014 potrebbero essere dunque erogati solo a quelle scuole che saranno state in grado di evidenziare atteggiamenti virtuosi, dematerializzando e risparmiando. Esigenze ed istanze che potrebbero essere persino condivisibili, in un regime di austerità e di sacrificio (più o meno) collettivo (almeno così vogliono farci credere).

La “produttività
Diventano elemento totalmente incondivisibile, invece, se le leggiamo nel contesto dell’accordo del 12 dicembre, in cui si introduce l’impegno di fissare nel prossimo contratto (probabilmente posticipato almeno di un ulteriore anno) alcuni criteri di “produttività”. Cosa si intenda con questo termine minaccioso e per nulla adatto alla scuola sta nella mente dei nostri burocrati. Quel che è certo è che la “proposta indecente” delle 24 ore di lezione a salario invariato può però darcene un esempio:produrre” di più agli stessi costi. Dimenticando che la scuola non è mai stata, non è e non potrà mai essere un luogo di produzione: non si “producono” cittadinanza consapevole e cultura.

Ma non allontaniamoci dal discorso principale: il combinato delle due norme non propone uno scenario incoraggiante rispetto al futuro dei finanziamenti ai singoli istituti. E, a proposito delle 24 ore, il MOF dal prossimo anno sarà ulteriormente decurtato di 47,5 milioni di euro: un taglio previsto dalla Legge di Stabilità quale risarcimento per il fallimento di quella sconsiderata operazione.

Contributo volontario?
E mentre il Miur in una nota ribadisce – a fronte di denunce di comportamenti scorretti – che il contributo delle famiglie è “volontario” e non può essere imposto in nessun modo; che le scuole devono procedere a comunicazione chiara e trasparente di tale opzionalità; che la scuola è un servizio di cui si usufruisce gratuitamente e che pertanto il mancato pagamento non può essere in alcun modo sanzionato (tutti principi sacrosanti, sconfessati dalla pratica e dalle condizioni in cui le scuole sono state messe), intanto le scuole affondano. La devoluzione è nell’aria, si tocca con mano.

Che fine ha fatto la 440/97?
Ricordate la legge 440/97 (Istituzione del Fondo per l’arricchimento e l’ampliamento dell’offerta formativa)? Leggete dall’art. 1 a quali fondamentali funzioni era destinato quel fondo:

1. A decorrere dall’esercizio finanziario 1997, è istituito nello stato di previsione del Ministero della pubblica istruzione un fondo denominato Fondo per l’arricchimento e l’ampliamento dell’offerta formativa e per gli interventi perequativi” destinato alla piena realizzazione dell’autonomia scolastica, all’introduzione dell’insegnamento di una seconda lingua comunitaria nelle scuole medie, all’innalzamento del livello di scolarità e del tasso di successo scolastico, alla formazione del personale della scuola, alla realizzazione di iniziative di formazione post-secondaria non universitaria, allo sviluppo della formazione continua e ricorrente, agli interventi per l’adeguamento dei programmi di studio dei diversi ordini e gradi, ad interventi per la valutazione dell’efficienza e dell’efficacia del sistema scolastico, alla realizzazione di interventi perequativi in favore delle istituzioni scolastiche tali da consentire, anche mediante integrazione degli organici provinciali, l’incremento dell’offerta formativa, alla realizzazione di interventi integrati, alla copertura della quota nazionale di iniziative cofinanziate con i fondi strutturali dell’Unione europea.

Che fine hanno fatto quella legge e la sua intenzionalità? Abbiamo trascorso un anno – l’intero 2012 – ad ascoltare attoniti le visionarie e romantiche esternazioni del ministro Profumo:

Io sto ragionando insieme alle persone del Ministero, come dare una maggiore ‘autonomia responsabile‘ trasferendo direttamente alle scuole le risorse senza vincolo di utilizzo in modo tale che ci sia una maggiore autonomia reale, un’autonomia nelle scelte e credo che questo sia la strada“.

Parole – queste e altre – che non hanno avuto alcun tipo di concretizzazione, né di input operativi. L’unico tipo di concretizzazione è di segno esattamente opposto, ed è nella miseria in cui, ancora di più, si sono relegate le scuole.

Parole che sono rimaste lì, affidate alla indubitabile gentilezza e sobrietà di chi le pronunciava, a conferma che si può millantare credito anche con stile. Alla fine di gennaio dello scorso anno, arriva la notizia che il MIUR ha accreditato alle scuole i fondi destinati all’autonomia derivanti dalla legge 440/97; dall’entrata in vigore dell’autonomia scolastica, 1° settembre del 2000, ad oggi (e soprattutto negli ultimi 3 anni) il budget destinato alle scuole si è sempre più assottigliato ed è stato utilizzato dal MIUR per finalità che non avevano niente a che vedere col miglioramento dell’offerta formativa: dai 269,2 milioni di euro del 2001 agli 87.872.477,00 del 2011, con un taglio del 70%. Per lo scorso anno (fonte Flc) sono state stanziate cifre che hanno consentito alle scuole di ricevere ciascuna circa 1000 euro, pari in media a 1,40 euro a studente (sic!). E tutto ciò mentre i “grandi misteri” che investono il nostro Paese e anche il Miur (pensate, ad esempio, alle pillole del sapere) continuano ad essere irrisolti.

Forse sarebbe ora di cominciare a porci quesiti impopolari, ma obbligatori alla luce dei fatti. Interrogarci, ad esempio, sul senso dell’autonomia scolastica che – se precedentemente interpretata quasi esclusivamente in termini economici – oggi sta clamorosamente venendo meno persino anche da quel punto di vista. La scuola dell’autonomia del ’97 è stata progressivamente tradita dalla pratica. I tagli cui stiamo assistendo non sono solo tagli orizzontali, che riducono le potenzialità di quel progetto. Ma tagli che lo negano definitivamente, restituendoci un modello che non potrà non ricorrere ad interventi esterni, sponsorizzazioni, ingerenze per sopravvivere. Una scuola – come la nostra vita – egemonizzata dal primato dell’economia e del profitto. Dalla prevalenza di ciò che è immediatamente monetizzabile. Dalla subordinazione culturale a un concetto di produttività che, in nome di bilanci astratti e di allocazione di risorse destinate a ciò che maggiormente è funzionale a quella visione del mondo, dimentica clamorosamente i bisogni fondamentali degli individui e l’interesse generale della collettività.
(Si ringrazia Carla Bianchi della Flc Cgil per la preziosa rilettura).

da vivalascuola


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