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E se puntassimo sulla leva della responsabilità e del buon reclutamento?

di Domenico Sarracino

04/01/2016
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Edscuola

L’articolo di A. Valentino “Nei panni del DS. E non solo…”, apparso su ScuolaOggi diversi giorni fa, ci porta nel mezzo delle più dibattute questioni del nostro sistema scolastico. L’articolo – denso e problematico – illuminando le varie facce delle questioni in discussione, corre lungo un crinale sottile e scivoloso, ma è sempre teso a indagare le soluzioni positive per il nostro sistema scolastico. L’ho letto attentamente, interrogandomi in particolare sui temi della valorizzazione del merito e della responsabilità.

Sullo sfondo delle mie riflessioni c’è il grande malessere che attaversa le scuole e che, riguardando un po’ tutte le sue componenti – ultimamente anche i Ds – non puo’ non richiamare l’attenzione di tutti quelli che hanno ben presente l’importanza di realizzare un sistema scolastico saldo e coeso.

La mia idea è che, gira e rigira, la questione del merito alla fine debba essere riconsiderata. Come ho già avuto modo di scrivere, a me pare una forzatura posta in astratto ed un po’ estranea alle scuole perché proveniente da altri mondi che hanno organizzazioni e obiettivi del tutto diversi. E’ mia convinzione che sia necessario concentrare ogni sforzo affinchè gli insegnanti siano il più possibile tutti bravi o, se volete, mediamente bravi, diversamente bravi perché le facce che connotano il profilo dell’insegnante sono diverse, come sono diversi gli allievi ed i loro bisogni educativi. E’ evidente che ci sono diversi modi di essere bravi e diversi livelli, ma andarli ad individuare in modo incontestabile e a collocarli in una graduatoria fatta con parametri numerici o di altro tipo, che privilegino questo o quell’elemento, sia operazione così sfuggente ed ambigua che facilmente porta a lacerazioni, a perdersi e a dividere, e a intorbidare le acque di una comunità educativa che può fondarsi solidamente se si alimenta di un sentire comune e dell’impegno di tutti e di ciascuno. Le difficili ed infinite discussioni presenti nelle scuole a questo proposito ne sono una prova e dovrebbero far riflettere.

In più, questa questione ha anche altri aspetti che possono avere sviluppi imprevisti ed incalcolabili, tali da implicare anche il rischio di far “saltare” la scuola pubblica, la scuola della Repubblica, intesa come cemento che fonda lo stare insieme del nostro Paese e   la coesione sociale. Insomma vedo un’altra minaccia dietro l’angolo: se io sono genitore, è ovvio che cerchi di assicurare ai miei figli quegli insegnanti che sono stati giudicati migliori facendo di tutto per averli e, in caso contrario, sentendomi deprivato di un qualcosa che mi spetta. In tal caso cosa si fa, cosa fanno le scuole, cosa fanno i genitori non toccati dalla “buona sorte”? Non è difficile immaginare tensioni inestricabili, contenziosi, scontento e sfiducia. E dopo, anche la scuola a domanda, a domanda del singolo, e, poi, anche a domanda di questo o quello indirizzo religioso, ideologico, etnico. E non sto parlando della scuola che interagisce con i contesti ambientali, territoriali e istituzionali, e dialoga e si pone in ascolto dei bisogni delle famiglie, nel quadro di indirizzi ed indicazioni nazionali, che è cosa giusta e dovuta. No, sto parlando di una scuola pubblica che aggredita da mille particolarismi necessariamente “finirebbe”, dando luogo a qualcosa che non so immaginarmi, ma che certamente sarebbe altro rispetto al diritto-dovere di fornire   una buona istruzione pubblica per tutti, in coerenza con il mandato costituzionale.

E allora, se la questione del merito ha queste implicazioni e rischi, perché non ci mettiamo con più determinazione, attenzione e risorse sulla strada di un reclutamento più efficace, meglio organizzato, meglio sostenuto, meglio curato? Perché non consideriamo, questa,   la questione delle questioni avendo di mira l’obiettivo di fare entrare nelle scuole docenti tutti qualificati, certo diversi gli uni dagli altri, ma aventi quei livelli di buona professionalità che la scuola di oggi richiede? E perché non rendere successivamente davvero funzionanti i livelli specifici di controllo lungo l’iter del lavoro professionale?

Con l’organizzazione del nuovo anno di prova per i neoimmessi in ruolo, già sperimentato l’anno scorso e che su quelle linee è stato organizzato quest’anno, possiamo dire che una nuova strada, più rispondente ad un reclutamento più efficace sia stata aperta, in particolare con quella parte del corso che riguarda la fase del “peer to peer”, il bilancio delle competenze iniziali e finali, il patto per lo sviluppo, etc.. Strada questa che certamente deve essere battuta con più decisione, più attenzione ai tempi, più riconoscimento ai tutor, più cura da parte di tutti se non si vuole correre il rischio che anche questa occasione sia bruciata dai soliti ritardi, disfunzioni e insufficiente considerazione dei mezzi che occorrono.

La leva della responsabilità

La svolta verticistica con la legge 107 c’è ed è evidente. E c’è poco da dire, confligge con l’idea di comunità scolastica ed anche di leadership educativa, e mette fortemente in discussione la condivisione delle responsabilità, l’idea di collegialità reale, la motivazione a far sentire tutti compartecipi di un compito e di certi obiettivi: un’idea certo mai realizzata fino in fondo, ma che c’era e che si doveva rilanciare e rinvigorire, non rattrappire ulteriormente.

Io credo che questi principi vadano ribaditi, perchè la scuola ne ha un rinnovato bisogno. La comunità educativa fondata sulla collaborazione-cooperazione è sempre stata un dover essere, una linea di tendenza, se volete anche una lotta tra la comodità dell’inerzia e la spinta ad operare insieme, a migliorare; bisognava e bisogna perciò affrontare cause e ragioni di questa situazione, non per affossare la comunità educativa, ma per indagare e tentare-sperimentare condizioni nuove per rilanciarla e renderla più effettiva rivedendo la funzione degli OO.CC. e mettendoli in condizione di poter funzionare e decidere. In questa prospettiva il principio su cui far leva è quello della responsabilità , che dobbiamo riuscire a mettere a fondamento e cemento del trinomio collegialità-collaborazione-cooperazione. Perché la collegialità come finora l’abbiamo conosciuta , sostanzialmente “irresponsabile”, manca di quella forza che è determinante per muovere all’azione e che deriva dal sentirsi tutti responsabilizzati, sia come gruppo che come singoli, rispetto ad un compito ben definito, come possono essere i risultati dell’azione didattica, la riuscita degli alunni, il buon funzionamento complessivo della scuola, il miglioramento, lo sviluppo e la crescita professionale.

Una responsabilità che deve portare a prefiggersi il cambiamento-miglioramento, costruendolo fattivamente passo dopo passo in una visione nella quale il problema mio è il problema di tutti e i problemi della scuola sono i problemi di ciascuno. E per agire in quest’ottica occorre monitorare, conoscere e indagare il funzionamento della scuola, il livello dei servizi che offre, i risultati che consegue; e interrogarsi su ciò che occorre per migliorare, interpretando bisogni ed esigenze; saper leggere i cambiamenti socio-economici e psicologi del contesto e degli allievi, definendo obiettivi e modalità di verifica anche con il concorso di altri soggetti del mondo scolastico. E su queste basi operare per ridurre, combattere e fronteggiare le difficoltà presenti nelle scuole.

So bene che dire tutti responsabili può significare nessuno responsabile, e credo perciò che bisogna entrare di più dentro questo snodo per legare la responsabilità di tutti a quella di ciascuno. Ma perché non provare a lavorarci da subito, censendo e valorizzando le buone esperienze che certo non mancano? Sicuramente una scuola non attraversata da competizione e meritocrazia, che respiri l’aria fresca della trasparenza e della collaborazione, della fiducia reciproca, ha più elementi per unire le forze e migliorare. Ed è in rapporto a ciò che deve riemergere la delicata centralità del ds, che va urgentemente sottratto alla deriva burocratica e verticistica in corso e restituito innanzitutto al ruolo di leader educativo, di figura cioè che – per cultura, esperienze didattico-educative, capacità relazionali e motivazionali, visione d’insieme – è garante dei diritti-doveri di tutti, sa mettere insieme le forze, le sa motivare e coordinare, sa stimolare ciascuno e tutti alla collaborazione per il miglioramento. In questo senso le modalità di reclutamento dei nuovi Ds, di cui all’annunciato bando di concorso, costituiscono un’importante verifica.

Tentare la via di una sperimentazione

A fronte dei nodi irrisolti, Valentino propone una “sperimentazione di dispositivi” triennale (come il Ptof) e sensata. Sebbene allo stato delle cose, restino salde le considerazioni su svolte, riterrei opportuno provare a cimentarsi, a patto però che sia fatta con lo spirito di ricerca e di verità che è proprio dello sperimentare, cioè – mi si perdoni la franchezza – non a tesi precostituite, ma volta a rappresentare effettivamente fenomeni, situazioni, effetti, ricadute sui contesti scolastici e in particolare sul clima delle scuole e sulle comunità professionali. Insomma proviamo a vedere veramente “l’effetto che fa”, prché a priori ed in astratto tutti facciamo previsioni, ma tutti sappiamo che spesso le cose pensate in un modo, diventano altre, dando luogo a situazioni impreviste ed insospettate, soprattutto quando il tempo le rende abitudini e routine. E allora ben venga la “sperimentazione triennale” prima che il disegno venga generalizzato al buio ed in mezzo a tanti marosi, curando che sia realizzata sulla normalità e quotidianità delle situazioni scolastiche. Mi si permetta di dire questo perché si sono viste diverse “sperimentazioni” che alla loro generalizzazione successiva hanno fallito essendo state costruite in condizioni particolari, con risorse e cure speciali, non replicabili nelle situazioni normali. Ricordo, ad esempio, la sperimentazione di diversi anni fa sull’Organico funzionale che, dopo aver mobilitato tanta gente e suscitato tante attese, crollò impietosamente su se stessa perché ci si accorse che, se si volevano generalizzare gli organici delle scuole con i nuovi parametri, la spesa per i docenti sarebbe lievitata in modo insostenibile. Ma ci voleva tanto a fare un po’ di conti prima?

Taccio infine sui contesti scolastici resi così “opprimenti” e spesso insostenibili dall’insieme di situazioni precarie e mal governate che si affastellano disordinatamente, anno dopo anno, sulle scuole e su chi ha il peso di doverle reggere. E su come questo quadro possa incidere negativamente, di per sé, sulla reale situazione delle scuole e dei Ds impedendo alla riforma di dispiegarsi anche se fosse largamente condivisa e ben fondata. Ma su questo sottoscrivo in pieno le parole di Valentino.