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Diritti e doveri

di Concita De Gregorio

24/03/2019
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la Repubblica

La lingua della paura dice chi sei. È lì che abita la nostra identità profonda. È quella lingua, che viene alla coscienza senza controllo da un luogo remoto, a definire chi siamo. Di questo sono certa, pensavo ascoltando le telefonate dei bambini che chiamano casa dal bus perché qualcuno sta minacciando le loro vite. Hanno paura in italiano. Sono bambini italiani.

Mia madre è nata e cresciuta in un Paese diverso da questo, che è il mio. Tuttora quando conta, quando si arrabbia molto, quando c’è un’emergenza usa la sua lingua d’origine. Va a stare nel luogo dell’istinto, cinquant’anni vissuti altrove non lo hanno scalfito. I miei fratelli e io siamo abituati a questo codice lessicale da sempre: quando mamma torna alla sua lingua c’è un pericolo. Oggettivo, a volte, tuttora. Per noi figli bambini, all’epoca, di certo: un rimprovero, una punizione in arrivo.

Quando ascolto le conversazioni di Rami, Adam e degli altri bambini del bus con i loro genitori sento questo: i bambini parlano alle loro madri, ai loro padri, in italiano. Hanno accento lombardo. Sono minacciati, hanno paura, temono di morire. Sono veramente in pericolo, e parlano italiano. I genitori rispondono in un’altra lingua, arabo forse — non sono in grado di riconoscerla — i bambini continuano a parlare italiano. Una, due, tre volte. Solo in un caso, a una madre che forse non capisce o non crede, uno dei piccoli si rivolge infine nella lingua della madre. Si trasferisce nell’identità della donna, cambia codice. Uno di loro — un ragazzino molto sveglio, lo ha indicato così la sua maestra: intelligente — usa la lingua dei padri per non farsi capire: come trucco, consapevole. D’istinto tutti gli altri invece, scappando, urlando, parlano italiano. È la loro lingua della paura. Delle risate, dei giochi, dei sogni. È il loro posto.

La cittadinanza è il nostro posto. Deve coincidere con la lingua in cui sogniamo, diciamo i nomi dei mesi e facciamo le somme, ci arrabbiamo e abbiamo paura. Non c’è molto da aggiungere. Abitiamo un luogo nella nostra mente che deve coincidere con il luogo che i nostri corpi abitano: se non coincide siamo stranieri in casa. E non c’è nessuna ragione — non ne vedo una, davvero — per dire Rami o Adam sia meno italiano di un altro bimbo nato nello stesso ospedale lo stesso giorno nelle mani dello stesso medico, cresciuto nello stesso quartiere frequentando le stesse scuole, giocando nella stessa squadra. Lo si potrebbe chiedere, per esempio, ai convegnisti del Forum sulla famiglia in procinto di tenersi a Verona. E se un bimbo “italiano senza cittadinanza” diventa un campioncino dell’Hellas? E se vince il certamen di latino, se canta da soprano all’Arena? Allora sì, allora ai buoni e ai bravi si concede l’italianità come un premio? E a quelli nati da genitori veronesi che invece bocciano a scuola o che non eccellono negli sport che si fa, gliela si toglie? C’è qualcosa di orribile e dispotico in questa idea della concessione sovrana. Qualcosa che non ha niente a che vedere con uno stato di diritto.

Si impara alle elementari, in cortile: le regole del gioco servono — si invocano — quando c’è qualcuno che non le rispetta. È la regola!, si dice a chi la vìola. Cioè a dire: se fossimo governati da santi e da benefattori, da Gandhi e da Madre Teresa, non avremmo — in teoria - bisogno di leggi. Servono, le leggi, soprattutto quando qualcuno prova a forzarle. È per questo che devono essere lì da prima: a garanzia dei pericoli, a costruire il futuro.

Probabilmente lo ius soli oggi non è la prima delle preoccupazioni per milioni di italiani che non hanno lavoro, che sono pagati al nero quando sono pagati, che non possono andare in pensione. Non è percepito come emergenza. È comprensibile. Anche negli anni Settanta c’erano emergenze più gravi del divorzio, l’aborto. L’Italia però, per noi che ci viviamo adesso, è il paese che è anche grazie a quelle leggi — immaginate da qualcuno che ha saputo pensare il tempo a venire. Oggi stringiamo alleanze con la Cina. Negli angoli delle nostre strade, nei ristoranti e nei negozi cinesi, ci sono ragazzi che parlano italiano coi loro genitori e traducono per loro. Sono la seconda generazione, a volte già la terza. Non sono italiani, i commercianti di via Paolo Sarpi a Milano che aprono negozi di street food con la laurea alla Bocconi in tasca? Non sarà grazie a loro e ai loro figli che potremo avere relazioni più consapevoli con i paesi da cui provengono i loro nonni? Ma questi sono già criteri di convenienza, considerazioni mercantili. Servono, per carità. Prima, però, chi governa dovrebbe avere in mente chi siamo — tutti quanti — e cosa possiamo diventare. Qual è la lingua della nostra paura. Quale quella dei nostri sogni. Il diritto di cittadinanza e la politica ( la politica come dovrebbe essere) si trovano a questo incrocio. Sono il posto dove i sogni sanno sconfiggere le paure, in italiano chiamare casa. Il posto dove ogni bambino, senza essere obbligato a esserlo, può diventare eroe.