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Daniel che studia alla luce di un lampione

Il bambino, 9 anni, è stato immortalato da una ragazza nelle Filippine. Senza una casa e un papà, si sente fortunato perché va a scuola. Anche se fa i compiti per strada

03/07/2015
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la Repubblica

ADRIANO SOFRI

LA fotografia del bambino filippino che fa i compiti alla luce di un lampione l’avrete vista quasi tutti, e avrete cliccato “mi piace” e condiviso con più entusiasmo del solito. (Ieri le condivisioni su Repubblica erano 60 mila). La sera del 23 giugno Joyce Gilos Torrefranca, una studentessa dell’università di Cebu, l’aveva fotografato e messo su facebook con la sobria didascalia: “Un bambino mi ha ispirata”.
Adesso raccontiamo la storia intera, che anche dopo essere andata così lontano dalla sua luce di lampione non perde di poesia. Il protagonista ha 9 anni, si chiama Daniel Cabrera, il cognome è quello di un padre che la madre non sposò, e si ammalò e morì in galera a Mindanao. La madre, Maria Christina Espinosa, sbriga qualche lavoretto e chiede la mancia alla “carinderia” McDonald’s di Mandaue City (quasi 400 mila abitanti). L’insegna famosa campeggia nella foto — i suoi grandi capi si sono dichiarati orgogliosi dell’aiuto, “anche piccolo”, che il fast-food ha dato alla famiglia. Piuttosto piccolo, finora, in effetti. La signora Espinosa arrotonda facendo la lavandaia. Guadagna il minimo indispensabile, spiega, per tirare avanti con Daniel e il suo fratellino Gabriel, 7 anni, scolaro anche lui: 60 piso, l’equivalente, se ho calcolato bene il cambio, di 1 euro e 20. Altri 4 figli sono rimasti coi parenti a Mindanao. Daniel fa la terza.
Possiede una sola matita, ne aveva un’altra, dice, gliel’ha rubata un compagno, e perciò ha messo nella cartella un rosario, che scongiuri un altro furto. Non gli manca niente, dice, tranne l’album per disegnare. Sua madre glielo comprerà, ha promesso, appena potrà.
Due giorni dopo lo scatto di Joyce, quando già dilagano le condivisioni su fb, il giornalista del sito web filippino Rappler. com, Dale G.Israel, fa visita al parcheggio di Daniel. Gli chiede che cosa vorrà fare da grande, e annota lealmente che evidentemente Daniel non ci aveva mai pensato; ora ci pensa, poi dice: “Il poliziotto. Forse anche il dottore”.
L’intervistatore trascrive le risposte in cebuano, la lingua dei Bisaya, la più diffusa fra le lingue indigene. Frugando in rete grazie alla storia di Daniel, ho imparato che il primo a documentarne l’esistenza fu il vicentino Antonio Pigafetta, il grande diarista di bordo di Magellano nella spedizione del 1521. Wikipedia (che incorre in un perdonabile Pigateffa) riporta esempi affascinanti del Cebuano, ricco di intrusioni di spagnolo e di inglese, con la traduzione letterale. Per esempio: “Init kaáyo ang adlaw karon” — Caldo molto il giorno oggi. O: “Hain/Asa ang mga libro?”? In-dove i quei libri? E il più utile, su fb e fuori: “Higala ta ka” — Sei mio amico.
La famiglia di Daniel dorme pressoché all’addiaccio sotto il muricciolo di recinzione del Mc-Donald’s, accatastando qualche panca per proteggersi dal freddo e la pioggia. La luce Daniel la trova dov’è, e anche i quattro legni inchiodati che gli fanno da scrittoio.
Quando era più piccolo, il “Barangay Captain”, il capo della circoscrizione di Subangdaku, Ernie Manatad, raccolse lui e altri 31 bambini in una scuola domenicale di recupero, per toglierli da una strada rischiosa per la criminalità e il traffico di camion. “Ne valeva la pena”, dice ora.
La fotografia è bella e singolare, e però si aggiunge a un intero genere. Vi ricordate quelle dell’estate scorsa, la gracile ragazzina di Gaza che rovista fra le macerie della sua casa, ne estrae i libri e i quaderni di scuola, si volta un momento verso la persona che la sta fotografando senza cambiare l’espressione seria, poi va via con la sua pila di libri slogati.
Il dottor Giomen Probert Ladra Alayon, che era con Joyce quella sera, spiega che il compito a casa che Daniel stava svolgendo consisteva nell’identificare gli animali illustrati nel suo libro. Molti commenti alla foto hanno lodato la determinazione con cui il bambino si prepara un futuro. Forse. Ma sarebbe bello che Daniel si stia contentando dei suoi 9 anni, e del piacere gratuito di riconoscere gli animali e trascriverne i nomi in inglese.
Succede che i bambini non abbiano affatto pensato a chi e che cosa vogliono diventare da grandi, e che rispondano — “il poliziotto, il medico…” — perché sono indulgenti, e risarciscono i grandi che già non sono diventati quello che avrebbero voluto. Da grande, forse, Daniel verrà in Italia. Ci sono 170 mila filippine e filippini in Italia, molti hanno un prestigioso titolo di studio, e fanno una quantità di cose, per così dire, insperate.

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