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Così funzionano le lezioni a distanza

Alla «Savoia Benincasa» di Ancona l’89% dei docenti è avanzato con il programma insegnando online Azzolina: «Una piattaforma sul sito del ministero»

01/03/2020
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Corriere della sera

Valentina Santarpia

In quattro giorni di chiusura, gli studenti dell’istituto superiore Savoia Benincasa di Ancona, una delle scuole fondatrici delle Avanguardie educative, non si sono persi (quasi) nessuna lezione: l’89% dei docenti è riuscito a completare le ore come da programma. Lavagne in condivisione, documenti scaricabili sulla piattaforma gratuita, esercizi collaborativi: l’istituto, che raccoglie studenti di liceo scientifico, linguistico e tecnico economico, è l’esempio ideale di come dovrebbe funzionare la didattica a distanza, che in questi giorni sta diventando fondamentale per le chiusure da coronavirus. «Abbiamo avuto una risposta altissima di cui sono molto felice — ammette Alessandra Rucci, 55 anni, preside di questa scuola da 13 —. Ma non si improvvisa, è frutto di 10 anni di lavoro e pazienza».

Anche il presidente dell’Associazione dei presidi italiani, Antonello Giannelli, sottolinea: «Non abbiamo un sistema, ma tanti esempi virtuosi: dobbiamo far sì che questa situazione diventi un pungolo». E allora, da dove si parte? Il ministero dell’Istruzione si è attivato nei giorni scorsi, con una task force. «Conto di avere per lunedì sul nostro sito una piattaforma dedicata», ha assicurato la ministra Lucia Azzolina, lanciando subito due call per tutte le realtà pubbliche o private che vogliano mettere a disposizione gratis soluzioni tecnologiche, di software e di hardware.

E chi non sa come muoversi potrà fare gemellaggi con scuole che hanno già un’esperienza solida, partendo da un presupposto: in base alle fasce d’età, gli studenti possono essere coinvolti in modi diversi. «Per i bambini della primaria bisogna pensare a modalità semplici, che non richiedano molto impegno e non abbiano bisogno di un account personale», spiega Marina Lodigiani, educatrice di ImparaDigitale. «L’ideale è creare una bacheca virtuale condivisa, in cui i bimbi possano entrare senza una registrazione e da cui scaricare audio, video o schede. Dalla scuola secondaria di I grado in poi i ragazzi sono più autonomi, e allora si può creare una classe, con Google suite for education o Microsoft. È come ci fosse una stanza virtuale dove il docente può far entrare solo gli studenti che hanno l’account protetto. I ragazzi, dotati di webcam e microfono, possono partecipare alle lezioni. Chi parla è messo in primo piano in automatico, e il docente può silenziare gli altri per non creare baccano, o invece farli partecipare alla discussione, o anche condividere il suo schermo per mostrare qualcosa alla lavagna. La registrazione poi può essere salvata e rivista. In parallelo, il registro elettronico può essere usato dai docenti per lasciare materiali ai ragazzi, che possono scaricarli, completarli e restituirli online».

Tutto perfetto? Non proprio. Ci sono elementi problematici che vanno considerati. Il primo è l’autonomia degli studenti, che devono essere in grado di gestire la tecnologia. Il secondo, è la durata e la cadenza delle lezioni. Ad esempio, all’Ungaretti di Melzo, che è una Apple distinguished school, da lunedì hanno suddiviso le lezioni: «Facciamo meeting di tre ore per la primaria, 4 per la secondaria, tutte attraverso la piattaforma Zoom, a cui i ragazzi accedono con l’Id dell’insegnante», spiega la preside Stefania Strignano. Ma un altro nodo è la possibilità per tutti di partecipare: «C’è un 10 per cento di studenti che non raggiungiamo — conferma Lodigiani —. Per motivi di connessione, di competenze, di strumenti. Serve un’assistenza dedicata». Potremmo completare l’anno scolastico in versione virtuale? «Credo di no — chiude Lodigiani —. Siamo preparati per affiancare la didattica tradizionale a quella virtuale, ma non siamo pronti per sostituirla».


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