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Caro Iacona, la scuola cambia battendo la povertà educativa, non addossiamo le colpe ai docenti

Peppe De CristofaroSottosegretario all'Istruzione, Università e Ricerca

02/03/2020
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L'Huffington Post

Caro Riccardo Iacona,

il racconto di Presa Diretta sulla scuola italiana sconta una evidente, anche se sottaciuta, impostazione ideologica dove a farla da padrone sono il modello aziendalista e la “ambigua” rincorsa al merito, dimenticandosi completamente della centralità degli art. 3 e 34 della nostra Costituzione.

Senza riprendere quanto già ampiamente precisato da Roars sull’esattezza dei dati Ocse-Pisa riportati dalla trasmissione e anche sulla loro affidabilità, la trasmissione indica chiaramente la strada dell’educazione all’adattabilità e alla flessibilità come la giusta mission del Sistema d’Istruzione. Per parafrasare una citazione di Montaigne a cui si ispira la riforma dell’insegnamento di Edgar Morin, alle teste “ben addestrate” per lavorare, preferisco quelle “ben fatte” per pensare!

Inoltre, la retorica dei docenti demotivati, frustrati e che non si aggiornano perché sottopagati, non regge alla prova dei fatti e fa male alla scuola italiana. I docenti sono giustamente molto arrabbiati perché vengono pagati molto poco e perché spesso sono precari e vivono molto lontano da casa.

Ma tutt’altro che demotivati. Anzi, la loro frustrazione nasce proprio dalla loro grande motivazione. È la frustrazione di chi fa scuola in contesti difficili, senza strutture, materiali e attrezzature adeguate, in classi molto numerose e edifici fatiscenti. È la frustrazione di chi sa che l’accesso a scuola è “separato” e che non vengono dati a tutti gli studenti le stesse possibilità e opportunità di successo formativo, perché diverse sono le situazioni di partenza (come spiega bene questa recente ricerca del Politecnico di Milano).

E se diverse sono le situazioni di partenza, forse proprio da quei contesti dobbiamo partire per invertire la rotta con una iniezione di risorse e investimenti “ordinari” in grado di aumentare l’organico e implementare il tempo-scuola.

Se pensiamo poi che la ricetta giusta sia la selezione e assunzione del personale docente da parte dei Presidi, allora siamo davvero molto lontani dalla scuola che ho in testa democratica, plurale, inclusiva, equa e di qualità.

In questi primi mesi di questa mia esperienza di governo, avendo avuto modo di entrare in molte scuole d’Italia e di incontrare centinaia di studenti, docenti e presidi, mi sono convinto che la vera emergenza della scuola italiana è l’emergenza del paese e si chiama povertà educativa.

Non esistono soluzioni da bacchetta magica, ma è necessario uno straordinario impegno di tutti i livelli del governo italiano per contrastare questo fenomeno e far tornare a essere la scuola il fulcro del percorso di emancipazione, di riscatto sociale e di crescita culturale e personale delle giovani generazioni.

La scuola italiana oggi sembra premiare chi ha talento e chi proviene da un contesto familiare e sociale non deprivato e interessarsi troppo poco di tutti gli altri. Così non si riducono le diseguaglianze, ma si riproducono e in taluni casi addirittura si rafforzano.

La scuola, la più grande e diffusa infrastruttura pubblica del Paese, la più capillare e la meglio radicata rischia così di perdere la sua funzione di principale leva sociale del Paese per ridurre le diseguaglianze e promuovere l’inclusione sociale.

La scuola italiana è davanti a un bivio tra rinnovamento radicale e pericolo di divenire strumento di esclusione e frammentazione sociale. Se l’istruzione vuole tornare a essere un fattore di emancipazione e di attivazione dell’ascensore sociale, nel rispetto dell’art. 3 e 34 della nostra Costituzione, non dobbiamo permettere che esistano scuole di “seconda scelta” e studenti di serie B.

Addossare le “colpe” di tutto questo ai docenti demotivati è davvero molto falso e ingeneroso. Ben vengano allora le didattiche attive, le avanguardie educative e le competenze trasversali, ben venga la scuola-comunità come centro culturale e formativo di una intera comunità, e non mi stancherò mai dirlo, ben vengano gli studenti al centro del sistema d’istruzione, protagonisti del loro apprendimento, autonomi, responsabili e attivi.

Se tutto questo, però, non perde di vista la possibilità di offrire le stesse possibilità e opportunità a tutti, soprattutto ai “privi di mezzi” culturali, economici e sociali.


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