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Bussetti: alla ricerca pensi l’Europa. Ma i fondi ci saranno dal 2021. E ora?

L’intervento del ministro dell’Istruzione in Senato per la presentazione delle sue linee programmatiche

12/07/2018
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Corriere della sera

Gianna Fregonara e Orsola Riva

«Bambole, non c’è una lira!», diceva Tino Scotti alle sue girls quando, visti i magri incassi al botteghino, doveva dare loro l’amara notizia che neanche quella sera sarebbero state pagate. Con ben altra franchezza da quella del mitico impresario dell’avanspettacolo in tv, questo è quanto il ministro dell’Istruzione Marco Bussetti ha mandato a dire al mondo dell’università e della ricerca italiane durante l’odierna audizione in Senato per presentare le linee programmatiche del suo dicastero . «Servono finanziamenti talmente ingenti che non si possono recuperare solo dal pubblico, serve un partenariato pubblico-privato in favore della ricerca», ha detto Bussetti lanciando il progetto per la creazione di un’Agenzia nazionale sulla ricerca. Detto altrimenti: università e enti di ricerca soffrono di un sotto finanziamento cronico così drammatico che non è neanche da pensare che il governo possa coprire i costi per un rilancio.

Più ricercatori, ma chi paga?

Bussetti ha ragione da vendere: la spesa italiana nella ricerca ammonta a meno dell’1,5 per cento del Pil (1,38 per cento secondo l’Istat) contro una media europea del 2 per cento. E a pesare negativamente è senz’altro anche la scarsità di investimenti da parte di un tessuto industriale fatto da piccole e medie imprese poco interessate a investire in R&S. Non solo è sottofinanziata, ma anche sottodimensionata la nostra università: soffre di una carenza drammatica di personale da quando (governo Berlusconi) ha subito un’emorragia di diecimila posti e un lungo periodo di blocco del turnover. Bussetti è stato molto schietto in merito: «Siamo in fondo alla classifica dei Paesi Ocse per numero di professori universitari e ricercatori in rapporto agli studenti. Abbiamo quindi bisogno di accrescere in modo significativo il numero dei ricercatori e dei professori, non solo consentendo la sostituzione di ogni professore pensionando ma anche creando le condizioni affinché i giovani talenti possano rientrare in Italia: riallineando il salario a quello degli altri principali centri di ricerca e dare loro la possibilità di sviluppare un percorso di carriera, di disporre di infrastrutture fisiche e tecnologiche (ad esempio, laboratori attrezzati) adeguate e finanziate in maniera costante, nelle quali poter continuare a sviluppare l’attività scientifica».

«Voglio più fondi possibile»

Rientro dei cervelli, riallineamento degli stipendi, potenziamento dei laboratori. Tutto sacrosanto. Ma chi se non il titolare del ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca (questo è il significato dell’acronimo Miur) deve prendersi in carico questa emergenza nazionale che rischia di condannare il Paese a un drammatico arretramento economico e culturale? E invece Bussetti punta tutto sui privati e sui fondi europei. «Voglio agire sui finanziamenti messi a disposizione nell’Ue - ha detto -, voglio ottenere quanti più fondi possibili dal prossimo finanziamento quadro (Horizon Europe) che ha un valore di 100 miliardi di euro complessivi. È una opportunità da non farsi sfuggire; stiamo lavorando per portare al tavolo di Bruxelles una posizione unita e coesa». Sì, ma i fondi sono ancora da negoziare, approvare e raccogliere tra gli Stati membri, la torta va poi divisa tra tutti e 28 i Paesi e riguarda il periodo 2021-2027, cioè la prossima legislatura.

Un piano per la sicurezza

E adesso? Il governo italiano cosa è disposto fare e quanto è disposto a mettere per rilanciare la ricerca ora? Solo per fare esempio: che fine faranno quei 400 milioni stanziati dal governo Gentiloni per la ricerca di base (i cosiddetti bandi Prin) che come ha ricordato il presidente della Federazione italiana Scienze della vita Gennaro Ciliberto sono arrivati «come un salvagente a tanti naufraghi al limite della sopravvivenza»? Mistero. Non era quella la sede, si dirà, per parlare di soldi. Ma quando invece ha parlato della necessità di intervenire sulla messa in sicurezza degli edifici scolastici - altra drammatica emergenza italiana - Bussetti ha mostrato ben altra fermezza. «È importante intervenire, senza indugio, sulle strutture scolastiche e sulle infrastrutture tecnologiche e di laboratorio. È mia ferma intenzione agire, facendo ricorso a tutte le forme di finanziamento, nazionali e comunitarie, a cui potremo accedere, certificando e mettendo in sicurezza gli istituti scolastici, con un piano pluriennale di investimenti», ha detto.

«Non stravolgerò la buona scuola»

Quanto alla famigerata Buona Scuola di Renzi, il ministro ha ribadito che non ha affatto intenzione di smontarla pezzo per pezzo come promettevano di fare i Cinquestelle nel loro programma elettorale. «La scuola e l’università sono state oggetto di riforme a ritmo tale che la nuova si presentava quando l’altra non era ancora realizzata. Non voglio ricorrere a nuove riforme e ulteriori strappi, né è intenzione del governo stravolgere la Buona Scuola ma i nodi emersi vanno affrontati e sciolti in modo condiviso». Un esempio per tutti, la contestatissima alternanza scuola-lavoro che il M5S voleva eliminare del tutto e che il ministro di area leghista vuole solo migliorare: «Il più delle volte è stata intesa come un obbligo, sia dai ragazzi che dalle aziende, e non come un’opportunità. Nostro compito è fare quegli aggiustamenti necessari perché il Miur non può tollerare percorsi che non siano di qualità e che non garantiscano la dovuta sicurezza. Ma lo strumento non è da archiviare». Anche se, a legger bene fra le righe, le parole del ministro potrebbero lasciare spazio a un intervento di revisione assai più radicale di quanto non sembri se il Miur decidesse di eliminare il monte orario obbligatorio di 400 ore per i tecnici e 200 per i licei.

I 5000 contro-esodati

Quanto alla questione di queste ultime settimane dei cosiddetti «contro-esodati della scuola», circa 5000 mila docenti, assistenti e bidelli che pensavano di andare in pensione quest’anno ma sono rimasti appesi, il ministro Bussetti aveva spiegato già in mattinata alla radio che «il diritto alla pensione dall’anno scorso lo stabiliscono non più gli uffici scolastici provinciali ma l’Inps. E viene calcolato con criteri differenti». Più precisamente: l’Istituto nazionale di previdenza sociale adotta l’anno commerciale anziché quello solare ma in questo modo conteggia cinque giorni lavorativi in meno all’anno che, moltiplicati per 40 anni di servizio, fanno 200 giorni. «Queste modalità - ha soggiunto il ministro - provocano a volte il fatto che alcune persone per pochi giorni non arrivano ad avere il diritto alla pensione e quindi gli viene comunicato che dovranno fare un anno in più di servizio. Il problema delle pensioni quindi è dell’Inps che lo sta affrontando». Una risposta un po’ pilatesca che il sindacato dei precari Anief ha subito rinviato al mittente: «Se il Ministro vuole tenere fede ai suoi impegni, non può dichiarare placidamente che il meccanismo adattato dall’Inps è questo e non si può fare niente. Bussetti si faccia sentire, invece di elogiare ad ogni occasione il lavoro dell’Inps e del suo presidente Tito Boeri: perché spetta al Ministro dell’Istruzione tutelare i suoi dipendenti, ancora di più laddove risultano vittime sacrificali di un cavillo-beffa. Non costringa il sindacato, anche stavolta, a raccogliere le carte per portarle in tribunale».