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Tra Zecchino e Cofferati. Un summit sulla riforma universitaria

L'otto marzo scorso, organizzato da Luigi Labruna preside della facoltà di giurisprudenza di Napoli e presidente del Consiglio universitario nazionale, si è tenuto a Roma un importante convegno sui provvedimenti legislativi che dovrebbero cambiare il volto dell'Università italiana, insomma la famosa proposta Zecchino.

12/03/2000
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di Pietro Ciarlo
Professore ordinario
Facoltà di Giurisprudenza
Università di Cagliari

L'otto marzo scorso, organizzato da Luigi Labruna preside della facoltà di giurisprudenza di Napoli e presidente del Consiglio universitario nazionale, si è tenuto a Roma un importante convegno sui provvedimenti legislativi che dovrebbero cambiare il volto dell'Università italiana, insomma la famosa proposta Zecchino.

Al convegno hanno partecipato il ministro, il sottosegretario Luciano Guerzoni, Sergio Cofferati, il rettore della Federico II Fulvio Tessitore in qualità di vicepresidente della Conferenza nazionale dei rettori, Pino Acocella ordinario di filosofia a Napoli e responsabile nazionale della Cisl università, rettori e presidi di quasi tutte le università.

Dunque tanti napoletani e campani ia vrtici di un settore decisivo per lo sviluppo del paese e del Mezzogiorno. In questa notazione c'è un pò di orgoglio territoriale, ma soprattutto una agrodolce considerrazione politicae culturale. Il dolce sta nell'indubbio piacere di ritrovarsi insieme con idee comuni, l'agro nel fatto che, pur rappresentando i sentimenti nettamente prevalenti in seno alla comunità universitaria, ci ritroviamo comunque sulla difensiva.

Il dibattito ha preso le mosse dalla considerazione che il nuovo modello di università che si va preparando deve presupporre anche un nuovo ruolo della docenza universitaria. In astratto questa affermazione è del tutto condivisibile, ma quando si scende nel concreto le cose cambiano radicalmente. Ad esempio, per quanto riguarda gli studi giuridici, si propone una inattesa laurea in criminologia: ci stiamo chidendo di quanti criminologi abbia bisogno il paese. Viceversa l'attesa laurea in informatica giuridica prevede un solo insegnamento di informatica mentre per il resto riproduce l'attuale corso di studi in giurisprudenza, diritto ecclesiastico e canonico compresi: sulla coerenza di questa scelta forse si potrebbe chiedere lumi al sottosegretario Guerzoni, infatti nessuno meglio di lui potrebbe rispondere ricoprendo un così alto incarico ed essendo allo stesso tempo professore di diritto ecclesiastico.

Sul versante dello stato giuridico dei professori va dato atto al ministro della sua disponibilità ad accogliere gran parte dei rilievi che sono stati mossi alle sue proposte, anche se resta da chiedersi perchè esse, sia quelle legislative che quelle di concreta esecuzione, siano una qualità così scarsa da richiedere un faticoso lavoro di recupero che non sempre può giungere a buon fine.

Viceversa, posizioni assolutmente preoccupanti sono state espresse da Sergio Cofferati.

Innanzitutto, egli ha affermato che ai professori universitari dovrebbe essere preclusa qualsiasi attività esterna. Questa posizione così integralista porterebbe ad una separazione tra università e società non riscontrabile in alcuno dei paesi simili al nostro: cosa si vorrebbe che un ingegnere insegnasse a costruire palazzi senza mai poterne realizzare uno, oppure che un professore di procedura penale non possa mettere piede in un'aula di tribunale? Il problema degli impegni esterni c'è, ma sicuramente non è questo il modo di risolverlo.

Il secondo punto su cui Cofferati ha insistito è stata l'abolizione dei concorsi per passare da una qualifica universitaria ad un'altra, cioè la distruzione dell'idea stassa di una carriera selettiva. Forse qualcuno non si è accorto che i tempi del sei politico sono finiti per tutti, e non si è accorto neanche della fatica che sta facendo il ministro Berlinguer per cercare di introdurre una qualche forma di carriera, cioè di selezione qualitativa, tra il personale della scuola.

La verità è che nel nostro paese si va delineando una pericolosa convergenza tra certi ambienti politico-sindacali che sperano in una università appiattita, priva della sua funzione di produzione del sapere, in modo da poterne assumere il controllo, e quelle forze economiche che pensano di colpire la qualità dell'università pubblica per appropriarsi in via esclusiva del business della ricerca e della formazione specialistica.

Con ogni evidenza in un disegno di questo tipo non c'è posto per il Mezzogiorno, infatti il sistema si concentrerà nelle aree forti del paese: il Mezzogiorno innanzitutto nel suo interesse, ma anche in quello del paese deve impedire che questo disegno di destrutturazione dell'università pubblica si compia."