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Documento su Programmazione e Finanziamento delle Università

Negli ultimi anni si sono ripetuti allarmi sullo stato finanziario degli atenei italiani: la progressiva e continua riduzione delle risorse effettivamente rese disponibili ha ormai compromesso la capacità del sistema universitario italiano di perseguire i propri fini istituzionali, didattica e ricerca di elevata qualità

09/10/2003
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ADU, ANDU, APU, CISL-Università, CNU, SNALS-Università, Snur-CGIL, UIL-Paur

Negli ultimi anni si sono ripetuti allarmi sullo stato finanziario degli atenei italiani: la progressiva e continua riduzione delle risorse effettivamente rese disponibili ha ormai compromesso la capacità del sistema universitario italiano di perseguire i propri fini istituzionali, didattica e ricerca di elevata qualità.

Sono diminuiti gli investimenti nella ricerca e, il Fondo di Finanziamento Ordinario è cresciuto, quando è cresciuto, meno di quanto avrebbe dovuto anche solo per compensare l'inflazione reale e l'aumento di alcune spese incomprimibili, tra cui certamente anche quelle per il personale docente e tecnico-amministrativo. Al tempo stesso il Sistema è stato impegnato in profonde riforme che avrebbero richiesto adeguati finanziamenti.

I primi a pagare per la crisi delle università sono ovviamente gli studenti - la diminuzione delle risorse effettivamente disponibili costringe gli Atenei ad intervenire sulla quantità e qualità dei servizi messi a loro disposizione a incominciare dalla didattica e dal diritto allo studio.

Ne sono vittime anche i giovani aspiranti ricercatori che hanno visto progressivamente chiudersi ogni possibilità di reclutamento, fino al blocco decretato anche formalmente per l'anno in corso, e aumentare indicibilmente la durata di un precariato che non è decente né moralmente né sotto il profilo retributivo e delle aspettative individuali.

La scelta di molti Atenei, sbagliata - ma quasi inevitabile nel contesto degli aumentati impegni didattici e della precedente lentezza delle carriere - di utilizzare le poche risorse disponibili esclusivamente per finanziare progressioni di carriera del personale docente e non anche per nuove assunzioni ha aggravato ed accelerato un processo che sta deteriorando inaccettabilmente la qualità della formazione universitaria.. Oltre a un ricorso spesso indiscriminato ai professori a contratto, c'è stata una crescita smisurata dell'utilizzo improprio, non retribuito e non riconosciuto, in funzioni docenti di assegnisti, borsisti, e dottorandi.

Dovrebbe essere ovvio che in queste condizioni i migliori giovani ricercatori tendono a cercare soluzioni alternative, qualche volta anche all'estero, impoverendo anche in prospettiva il sistema universitario nazionale e ciò risulta in chiara antitesi con le determinazioni programmatiche dell'attuale Governo: la riforma dello stato giuridico della docenza universitaria, per ora solo annunciata, che prevederebbe la messa ad esaurimento del ruolo dei ricercatori invece della sua trasformazione nella terza fascia, sembra voler ratificare e stabilizzare questa situazione intollerabile.

Il Ministero dell'IUR e quello del Tesoro hanno proposto ripetutamente, salvo marce indietro a nostro avviso puramente tattiche, un inaccettabile scambio: la soppressione di fatto e di diritto dell'autonomia degli Atenei, nella parte essenziale del reclutamento del personale docente e tecnico-amministrativo, in cambio dell'impegno del Governo a coprire gli aumenti della spesa del personale: l'imprudenza negoziale della CRUI, se vogliamo così definire molto benevolmente alcuni passaggi, ha contribuito a portare la vicenda a questo punto. Ma è bene ricordare anche, che è del tutto improprio sotto il profilo istituzionale il ruolo di rappresentanza esclusiva delle autonomie universitarie che la CRUI tende ad assumere. Decisioni di grande rilievo non possono essere demandate ad un rapporto bilaterale CRUI - Governo.

Non erano del tutto chiari i dettagli tecnici di questa operazione, né, pare, i tempi della sua possibile realizzazione, ma era invece ovvia la conseguenza: il blocco sine die di ogni prospettiva di ricambio di personale, proprio alla vigilia di un periodo nel quale avverrà il pensionamento di più della metà dell'attuale corpo docente nell'arco di pochi anni.

In questo contesto, le norme riguardanti l'Università che è dato rintracciare, ad una prima rapida lettura, nella legge finanziaria in corso di approvazione non fanno che confermare i peggiori timori. In particolare:

1.L'art.4 al comma 1 impone al "Sistema Universitario" (chi è istituzionalmente?) di concorrere "alla realizzazione degli obiettivi di finanza pubblica per il triennio 2004-2006", ponendo un limite massimo al fabbisogno finanziario delle Università, fissandolo nella misura del 4% del consuntivo dell'anno precedente, e introduce, per il MIUR, il diritto di procedere annualmente alla determinazione del fabbisogno programmato per ciascun ateneo, sentita la CRUI.

Non c'è più obbligo per il MIUR né possibilità per i singoli Atenei di procedere alla programmazione triennale ed è il MIUR che decide unilateralmente sulla base di obiettivi da lui stesso individuati.

Nella sostanza si fa passare in altra forma quell'articolo sul FFO che, uccidendo l'autonomia, tanta opposizione aveva suscitato, aggiungendovi un'ulteriore riduzione reale della capacità di spesa delle singole Università.

2. L'art. 11, comma 1, conferma il blocco delle assunzioni anche per il 2004. La deroga prevista al comma 2 risulta illeggibile nella sua operatività concreta, anche in collegamento con il blocco dell'anno scorso e il decretino di fine luglio.

3. L'art.11, comma 11, consente anche alle università l'assunzione di personale a tempo determinato.

4. L'art.11, comma 13, impone alle amministrazioni dello Stato, anche ad ordinamento autonomo - quindi anche alle Università? - per ciascuno degli anni 2005 e 2006 una riduzione di personale non inferiore all'1% rispetto a quello in servizio al 31 dicembre 2004.

Lo stanziamento, infine, di 160 milioni di Euro (tab.C Finanziaria) di incremento del fondo di finanziamento ordinario servirebbe a sanare momentaneamente le difficoltà finanziarie delle università ma sarebbe un intervento una tantum e quindi, tra pochi mesi, si riproporrebbe il problema.

Il quadro generale che emerge da quanto successo in questi ultimi mesi e la persistenza di un indirizzo politico generale di definanziamento della scuola, dell'università ed della ricerca, la volontà di riscrivere le regole secondo un nuovo centralismo, la esibita sordità del Governo al confronto con i Sindacati e le Organizzazioni rappresentative della docenza, ci spinge a proclamare lo stato di agitazione nelle sedi e ad invitare i docenti universitari a partecipare alle iniziative che verranno prese.

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