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Ripensare la docenza universitaria: un appello a fare rete, costruire momenti collettivi e mobilitazioni negli atenei

Resoconto del seminario del 25 settembre, organizzato dalla FLC CGIL.

25/09/2017
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Suona strano sentire parlare di dignità della docenza universitaria e del suo valore sociale. Dovrebbero essere concetti scontati. Eppure Alessandro Arienzo li ha richiamati aprendo i lavori del seminario nazionale “Ripensare la docenza universitaria dopo la legge 240/10. Contrattazione, istanze negoziali o stato giuridico?” che si è tenuto il 25 settembre 2017 presso la CGIL nazionale a Roma, a cui hanno partecipato come relatori: Marco Barbieri, dell’Università di Foggia, Alessandro Bellavista, dell’Università di Palermo, Vincenzo Bavaro, dell’Università di Bari e Roberta Calvano dell’Università Unitelma Sapienza di Roma, coordinati da Arienzo dell’Università Federico II di Napoli e coordinatore del Forum della docenza universitaria della FLC CGIL.

Dignità, dunque, concetto rilanciato di recente dal Movimento di docenti universitari che ha proclamato il recente sciopero che tanto ha fatto e fa discutere.

Ma cosa sta succedendo all’università?

La discussione, molto partecipata, ha messo il dito sulla piaga. Il disagio espresso dalla docenza universitaria è la punta dell’iceberg della riorganizzazione in senso neoliberista dell’università, secondo un modello di tipo manageriale che, strumentalizzando l’autonomia, sta mettendo in competizione gli atenei, scardinando l’idea stessa di sistema nazionale di istruzione universitaria e avvilendo e burocratizzando con sistemi standardizzati anche il lavoro docente, la sua creatività e la sua libertà.

La registrazione dell’intero seminario (prima sessione e seconda sessione) darà il senso dell’ampiezza e della complessità del dibattito e anche della difficoltà di trovare soluzioni univoche.

In estrema sintesi nelle relazioni sono stati affrontati, per così dire, gli aspetti sia tecnici che politici della domanda che stava alla base del seminario: se si debba ripensare il ruolo della docenza universitaria e la disciplina del suo lavoro alla luce di un rinnovato stato giuridico o attraverso l’introduzione di forme negoziali.

Marco Barbieri si è chiesto se la contrattualizzazione del rapporto di lavoro (regime privatistico) metta in forse la funzione pubblica e la potestà pubblica della docenza. Richiamandosi alla storia della contrattualizzazione del rapporto di lavoro pubblico, ha spiegato che questioni che attengono più specificamente l’ambito professionale come la libertà di insegnamento e di ricerca siano sempre fuori dalla competenza negoziale. Dunque non c’è illegittimità costituzionale in una scelta del genere. Semmai il problema da affrontare è come una eventuale contrattualizzazione possa evitare una proliferazione di contratti di ateneo, forti ciascuno della propria autonomia istituzionale e dell’autogoverno.

Anche secondo Alessandro Bellavista la contrattualizzazione della docenza non ha impedimenti di ordine costituzionale. Il ragionamento che ha avviato è di ordine politico e si riferisce al clima ostile del momento verso il sindacato e verso la contrattazione: si potrebbe correre il rischio che si sviluppino forme di contrattazione individuale.

In effetti, in questo sia i relatori sia il pubblico che è intervenuto, ha sottolineato come lo stato giuridico e le forme di “privilegio” che questo poteva comportare sono state scardinate dalla legge 240/10 e dal modello manageriale e dall’Anvur che hanno costruito un sistema competitivo tra università e tra discipline. Tra i problemi aperti c’è la distinzione tra docenti a tempo determinato e docenti a tempo indeterminato, tra ricercatori ecc. Una diversificazione che rende difficile “fare sistema”.

Dubbi sull’efficacia della contrattualizzazione del rapporto di lavoro li ha espressi Roberta Calvano, che di fronte alla deriva neoliberista ritiene il sistema pubblicistico preferibile. Secondo Calvano questo sistema tutela meglio l’indipendenza dei docenti. E d’altronde, ha affermato la contrattualizzazione non sta salvaguardando i docenti di scuola dalle divisioni e da interventi sulla libertà di insegnamento.

Di avviso diverso Vincenzo Bavaro che ritiene la contrattazione uno strumento più efficace nella situazione attuale del sistema universitario. È uno strumento che dà voce alla docenza e frena il ricorso ai contratti individuali.

Il dibattito si è sviluppato proprio su questo punto: quale strumento sia più efficace per tutelare il lavoro, quindi retribuzioni, organizzazione, orari ecc., ma anche la dignità professionale, l’autonomia, le relazioni accademiche. Il contratto, cioè il regime privatistico, oppure lo stato giuridico, il regime pubblicistico?

Francesco Sinopoli ha avuto il compito non facile di tirare le fila di una discussione di alto livello e piena di preoccupazioni. Una discussione che la FLC CGIL vuole alimentare e rendere molto più partecipata.

Fermo restando l’interesse del sindacato verso le forme negoziali, Sinopoli ha precisato, però, che non c’è nessun interesse da parte della FLC CGIL di forzare su questo punto.

La cosa più importante, secondo il segretario, è cogliere il disagio che lo stesso Movimento che ha proclamato lo sciopero esprime. La docenza universitaria ha bisogno di esprimere una rappresentanza, perché non è giusto che si diffondano divaricazioni così profonde nel trattamento, non solo economico, tra docenti anche dello stesso ateneo. La rappresentanza significa la costruzione di un contropotere organizzato e di una mobilitazione della categoria. Creare un senso di comunità contro le divisioni che il modello cosiddetto manageriale che guarda ai contratti individuali cerca di creare. La tutela del lavoro parte da qui. La libertà di ricerca è di insegnamento è già sotto attacco, basti pensare al modello Anvur.

Intervenire sulle tutele, ha detto Sinopoli, apre la strada a forme negoziali, sia pure senza modificare da subito il sistema. Ma, ha precisato, non c’è contrasto tra istanze negoziali e autogoverno universitario. La condizione attuale della docenza ha bisogno di risposte sindacali.

Fare rete, costruire momenti collettivi e mobilitazioni. Con questo appello si è concluso il seminario.

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