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Webscuola-intervista al presidente dell'ANP

presidi e l'autonomia Il presidente dell'Associazione Nazionale Presidi, Giorgio Rembado, parla del futuro dei dirigenti scolastici in un'intervista concessa a Webscuola. Il ruolo de...

26/04/2002
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presidi e l'autonomia

Il presidente dell'Associazione Nazionale Presidi, Giorgio Rembado, parla del futuro dei dirigenti scolastici in un'intervista concessa a Webscuola.

Il ruolo del dirigente scolastico sta cambiando, l'autonomia gli impone di trasformarsi in una figura che assomiglia sempre meno al tradizionale "preside".

Gestione delle risorse, rapporti con il personale, la conoscenza dei nuovi strumenti, collaborazioni con gli enti locali: di tutto questo parliamo con il professor Giorgio Rembado, presidente dell'ANP (associazione nazionale presidi).

Professor Rembado, il ruolo del dirigente scolastico ha subito in questi anni notevoli cambiamenti, quali sono i più importanti?

I cambiamenti come sempre non sono immediati, ma sono il frutto di processi graduali certamente accentuati negli ultimi anni, in particolare dal 1997, anno di approvazione della legge sull'autonomia.

Il punto di partenza di questo processo era un capo di istituto visto come un primus inter pares, come un docente tra i docenti, con in più una funzione essenzialmente di coordinamento dell'attività della scuola.

Oggi siamo di fronte ad un gestore di risorse, sia finanziarie che umane.

Di quali strumenti dispone oggi un dirigente per aggiornarsi e ricevere informazioni su tematiche complesse come la gestione finanziaria e contabile, la gestione del personale, le iniziative europee?

Qui c'è una differenza profonda rispetto al passato. Prima il principale strumento era (e purtroppo a volte resta) lo strumento della circolare, tipico del centralismo burocratico, e la scuola era un terminale periferico dell'amministrazione con un capo d'istituto esecutore di decisioni e orientamenti provenienti dal Ministero.

Oggi invece il capo d'istituto ha sempre meno bisogno delle indicazioni del centro, ma sempre più bisogno di rapportarsi a strumenti conoscitivi e a soggetti che operano sul territorio (comuni, aziende, associazioni) e confrontarsi con le esigenze delle famiglie e delle comunità.

Proprio rispetto alla necessità di intrattenere stretti rapporti con gli enti locali e con le realtà produttive presenti sul territorio, quali problemi devono affrontare oggi i dirigenti?

Intanto bisogna uscir fuori da una mentalità che sia di tipo meramente rivendicativo, il rapporto classico con il comune era quello di chiedere: chiedere risorse, chiedere spazi.

È chiaro che la scuola ha sempre bisogno di tutto e quindi anche di elementi aggiuntivi a quelli forniti dallo stato, ma è altrettanto chiaro che un rapporto corretto con l'ente locale si costruisce attraverso la progettazione in comune che la scuola sa costruire.

In questo caso però credo che più che resistenze di tipo personale e culturali ci possano essere difficoltà nell'ambito delle competenze: le competenze tecniche e professionali che anche gli enti locali devono trovare e darsi, perché il dialogo è efficace se c'è una base comune d'intesa, se c'è un linguaggio condiviso e un intendimento.

L'altro pericolo che si può creare nel rapporto tra scuole e comunità locali molto grandi è che queste non acquisiscano un ruolo neocentralistico. Se la scuola passasse dal centralismo nazionale al neocentralismo degli enti locali questo rapporto che si sta costruendo potrebbe subire una reazione di tipo repulsivo.

Bisogna stare molto attenti perché la scuola è portatrice di un'autonomia funzionale ancora da costruire, che esiste nella norma e solo parzialmente nella realtà, e quindi è sensibile all'intervento di soggetti esterni che ne possono conculcare la capacità di progettazione, determinazione e decisione.

Qual è invece la situazione riguardo agli strumenti informatici, come internet o l'e-learning?

Questo sicuramente è un tema che può avere un grande futuro, ci sono resistenze di tipo psicologico, che però ci sono sempre nei momenti di grande cambiamento.

Io credo che ci sarà sempre bisogno di un rapporto diretto e interpersonale, di stabilire una relazione tra soggetti, ma tutto ciò premesso è chiaro che questo tipo di opportunità formativa avrà un grande sviluppo in futuro.

Quali tipi di problemi devono affrontare i dirigenti su tematiche complesse come l'applicazione della legge 626? Chi li aiuta in questo difficile compito?

Per la 626 i problemi sono essenzialmente di risorse economiche. La legge 626 risponde a standard internazionali perché concepita a livelli europei, livelli apprezzabili e importanti non solo nelle scuole ma anche negli uffici e nelle aziende perché ciascuno di noi deve essere garantito rispetto alla propria sicurezza nazionale

Ma se non ci sono le risorse finanziarie le disfunzioni non possono essere rimosse, e soprattutto nel centro sud, dove spesso si utilizzano edifici che non sono neppure nati come edifici scolastici e dove ci sono mille carenze che necessitano di essere messi a norma con interventi estremamente costosi.

Il dirigente si trova oggi nella scomoda posizione di "controparte" delle R.S.U. Come stanno gestendo i suoi colleghi questo delicato ruolo?

È un grosso impegno, è uno degli aspetti questo che ha cambiato profondamente il ruolo del dirigente nella scuola, anzi, direi che è il compito che comporta l'inserimento di un ruolo dirigenziale nel mondo della scuola,

La contrattazione, anche quella a livello della singola scuola, è un elemento fondante dell'autonomia stessa, e una delle anomalie del servizio scolastico di qualche tempo fa consisteva nel fatto che si andavano a definire e concordare con risposte ai problemi del personale al di fuori dell'istituto e delle sedi dove alla fine viene erogato il servizio, con uno iato profondo tra le esigenze del personale e le esigenze del servizio.

L'avere riportato le contrattazioni con le Rsu all'interno della sede scolastica è lo strumento essenziale per far si che questa disarmonia possa essere ricondotta ad equilibrio.

Questo comporta anche l'introduzione di un livello di conflittualità all'interno della scuola, io aggiungo però da questo punto di vista che è un'introduzione salutare perché almeno stabilisce una sede naturale e idonea per questo conflitto.

Nei prossimi anni a suo parere prevarrà un modello di preside manager, di preside educatore oppure addirittura di "preside sindaco", con funzioni più simili a quelle di un amministratore locale?

Non è facile ricondurci ad un modello esterno alla scuola, il riferimento al modello del manager, per esempio, ha creato tanti equivoci nel corso degli anni precedenti: tutti coloro che erano in contrasto con il principio di autonomia delle scuole hanno visto un pericolo di aziendalismo nella scuola, intendendolo come un'omologazione dell'istituzione scolastica a quello dell'impresa.

Un pericolo che non è mai esistito ma l'utilizzo del termine manager ha dato possibilità a nemici dell'autonomia di esprimere questa preoccupazione.

Anche il modello del sindaco che viceversa è più accettabile presente comunque differenziazioni profonde: il sindaco è espressione di una volontà popolare, il preside di una selezione di competenze ecco perché i due soggetti sono difficilmente riconducibili ad un unicum.

Se io non avessi la preoccupazione di istaurare un equivoco del tipo di quello già verificatosi con la definizione "preside manager" del preside è quello dell'amministratore delegato, il quale risponde della propria gestione al Cda, infatti il dirigente scolastico risponde a tutti i soggetti che esprimono un interesse nell'ambito della scuola.

Può farci in conclusione un bilancio della situazione attuale legata all'autonomia scolastica?

Dobbiamo innanzitutto precisare che esiste un'autonomia scolastica a regime, ovvero quella prevista dalla norma dal primo settembre del 2000 e successivamente potenziata con la revisione del titolo quinto della costituzione con la legge costituzionale numero 3 del 2001.

D'altro lato però l'autonomia ha un processo di realizzazione che può essere più o meno lento ma anche differenziato a seconda delle attività locali, e quest'ultima (e non quella prevista) è l'autonomia che poi le famiglie, gli studenti e i soggetti della comunità scolastica conoscono, non quella della norma.

Come seconda considerazione devo dire che ci sono degli elementi preoccupanti, che potrebbero far pensare alla tentazione di comprimere l'autonomia della scuola, come il blocco dei concorsi (tipico, strumento per depotenziare l'autonomia) oppure parti del regolamento attualmente in corso di elaborazione riguardo all'ordinamento dell'organizzazione ministeriale in cui si reintroducono livelli periferici quali quelli dei Csa, che vanno a sostituire i provveditorati agli studi ma di fatto recepiscono le stesse funzioni, con in più l'aggravante di attribuire loro il potere di verificare la coerenza dei progetti dell'offerta formativa delle scuole, che sono il documento dell'autonomia per eccellenza con gli indirizzi regionali.

Un terzo elemento di preoccupazione lo vedo nella riforma dei cicli, dove esiste una norma che attribuisce una quota dell'attribuzione del curriculum al centro e una alle regioni dimenticando l'autonomia scolastica.

Per concludere dico che l'autonomia è una cosa che deve essere gradualmente irrobustita attraverso il rapporto con le autonomie locali, stando però attenti a non fare passi indietro perché ci sono purtroppo spinte verso un ritorno alla centralizzazione e in modo più o meno involontario si è deciso di portare una controriforma sull'autonomia.