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Veneto, la Consulta boccia la legge sugli asili nido

Incostituzionale imporre la residenza minima di 15 anni per l’iscrizione dei bambini

26/05/2018
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il manifesto

Ernesto Milanesi

Il diritto romano (ed europeo) non può mai essere scalfito dalla legge venetista della Lega. Il 10 aprile scorso la Corte Costituzionale ha bocciato la normativa della Regione Veneto che assicurava una “corsia preferenziale” negli asili nido ai residenti da oltre 15 anni. E’ la sentenza numero 107 depositata ieri per la pubblicazione nella Gazzetta ufficiale.

Suona quasi come l’ultima eredità del governo Gentiloni: il premier aveva impugnato il primo comma dell’articolo della legge regionale numero 6 del 21 febbraio 2017 con cui si modificava la disciplina sugli asili nido in vigore dal 1990. Contemplava un «titolo di precedenza all’ammissione», ma per la legge originale si trattava esclusivamente dei «bambini menomati, disabili o in situazioni di rischio e di svantaggio sociale».

Davanti al presidente Giorgio Lattanzi e alla relatrice Daria De Pretis (ex rettora dell’Università di Trento) il 10 aprile scorso hanno argomentato le opposte ragioni l’avvocato dello Stato Paolo Gentili e i colleghi Ezio Zanon e Luigi Manzi per il Veneto.

Su mandato di palazzo Chigi, infatti, l’Avvocatura generale aveva prefigurato l’incostituzionalità della norma approvata a Venezia, in quanto tesa a “privilegiare” alcune famiglie rispetto alle altre. In gioco l’articolo 3 della Costituzione che assicura la pari dignità sociale e l’uguaglianza davanti alla legge. Ma anche il rispetto della normativa europea in materia di libera circolazione dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari.

La Regione Veneto aveva, invece, depositato il 5 giugno 2017 una memoria, integrata poi il 20 marzo scorso alla vigilia del pronunciamento della Corte Costituzionale. Vi si sosteneva, in buona sostanza, che la norma impugnata «non prevede un criterio escludente, ma unicamente un criterio suppletivo di preferenza a parità di condizioni per accedere agli asili nido».

Ma al di là del contenzioso giuridico, spiccava il risvolto squisitamente politico. La scelta del governatore Luca Zaia combaciava con lo slogan elettorale “prima i veneti” del 2015. E la maggioranza di centrodestra aveva provveduto a votare in aula la nuova normativa. Dietro i 15 anni di residenza si nascondeva il vero bersaglio: figli dei migranti in un’altra lista d’attesa per i pochi posti negli asili pubblici. Ne bastano, invece, “solo” 5 di anni certificati dall’anagrafe per poter accedere ai bandi con cui si assegnano le case di patrimonio pubblico. E’ l’articolo 25 della legge regionale numero 39 varata l’anno scorso insieme alla riforma delle Ater. E paradossalmente in aula Maurizio Conte, ex assessore leghista passato alla Lista Tosi, aveva invocato proprio i 15 anni previsti per l’accesso agli asili.

Una tendenza ormai consolidata su più fronti. Sindaci, amministratori, parlamentari della Lega hanno da sempre interpretato l’autonomismo amministrativo come prosecuzione con altri mezzi dell’originale secessionismo della Liga anni ’90. Di qui il percorso ad ostacoli per i “foresti” negli uffici anagrafe, i controlli negli appartamenti che ospitano i rifugiati, l’utilizzo dei regolamenti comunali per mettere sempre al primo posto gli indigeni.

La sentenza del palazzo della Consulta suona, invece, come una categorica affermazione di gerarchia giuridica. Non basta il referendum autonomista dello scorso autunno a guadagnare il diritto su Roma e Bruxelles. Tant’è che al negoziato con il governatore Zaia sulle competenze proprio il governo Gentiloni ha accompagnato il ricorso contro il Veneto sulla legge degli asili.

Da piazza Quirinale arriva ora il verdetto. Quel requisito è incostituzionale, «poiché introduce un criterio irragionevole per l’attribuzione del beneficio». E argomenta: non c’è “ragionevole correlazione” tra la residenza prolungata in Veneto e le situazioni di bisogno o di disagio. Infine, contrasta con la funzione educativa nei confronti dei bambini dell’asilo nido e con quella socio-assistenziale a vantaggio dei genitori privi dei mezzi economici per pagare le rette delle strutture private o religiose.

Zaia si è limitato a registrare la sentenza, aggiungendo però: «Nella nostra legge non vedo nulla di oltraggioso, ma contenuti di buon senso. Mi dispiace che, troppo spesso, quando si fa qualcosa per la gente che risiede nei territori scatti, quasi in automatico, un’ingiusta accusa di razzismo, perché così non è».