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Unità: La provocazione di Brunetta: donne in pensione più tardi

A un mese e mezzo dai tornelli in Tribunale, il ministro della Funzione Pubblica riconquista i riflettori con una svolta, a suo dire, femminista

13/12/2008
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l'Unità

Brunetta si scopre paladino dei diritti delle donne e per raggiungere la parità vuole aumentare l’età pensionabile a 65 anni. Protestano tutti, anche la Cisl. Calderoli: «La prendo come una battuta»Donne: al lavoro fino a 65 anni. A un mese e mezzo dai tornelli in Tribunale, il ministro della Funzione Pubblica riconquista i riflettori con una svolta, a suo dire, femminista. La nuova offensiva contro sprechi e nullafacenza di Stato parte da Stresa, dove Brunetta ha preso parte al Forum «Terza economia» organizzato da The European House - Ambrosetti. L’idea di innalzare l’età pensionistica delle donne riguarda per ora solo il pubblico impiego, ma «potrebbe essere l’occasione per estendere questa logica a tutto il sistema». Il ministro prende spunto da una sentenza della Corte di giustizia europea, «che il 13 novembre ha condannato l’Italia per la violazione del Trattato che riguarda la parità di retribuzione tra lavoratori di sesso maschile e di sesso femminile per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore». Per questo, avverte Brunetta, occorre intervenire. Perché attualmente le donne sono due volte discriminate: nella carriera per l’interruzione legata alla fase riproduttiva e nelle pensioni più basse legate all’aver smesso di lavorare prima. E lui, che oggi è «il datore di lavoro di tre milioni e 650 mila persone» molte delle quali lavoratrici, promette di applicarsi «con determinazione al perseguimento di questo obiettivo». Per farlo sta mettendo in piedi una task force che valuterà costi e benefici dell’invecchiamento attivo di donne e uomini, che dovranno andare in pensione tutti alla stessa età. Il gruppo di studio non rimetterà mano «in maniera pesante alla riforma pensionistica, che dalla Dini in poi ha turbato spesso il sonno degli italiani». «Segnali forti di riformismo», plaude il vicepresidente della commissione Lavoro della Camera, Giuliano Cazzola del Pdl. Secondo cui «occorre favorire la permanenza al lavoro delle donne attraverso misure di conciliazione tra il lavoro e la famiglia».

Ma la bocciatura più rumorosa alla proposta di Brunetta, è quella del ministro per la Semplificazione normativa, il leghista Roberto Calderoli: «La prendiamo come una battuta, su un argomento che avrebbe dovuto essere oggetto di un’approfondita discussione nella maggioranza. Per la Lega l’età pensionabile delle donne va bene così». E i sindacati, dal canto loro, fanno fronte compatto per il no. «Niente passi falsi sulle pensioni», avverte Raffaele Bonanni. «Per le donne - ha spiegato il leader della Cisl - va salvaguardato il principio della libertà e della volontarietà di andare in pensione. Non è facile conciliare occupazione e famiglia, soprattutto dopo tanti anni di lavoro». Negativo anche il giudizio della Uil. Per il segretario generale della Uil Pa, Salvatore Bosco, «un problema come quello delle pensioni deve essere affrontato con un tavolo negoziale. Con la parità, in questo momento, non si risolve nulla». Mentre Carlo Podda, segretario della Fp-Cgil, suggerisce al ministro di occuparsi dei veri problemi che interessano le donne del pubblico impiego: dal divario nella retribuzione agli ostacoli all’avanzamento di carriera, fino alla maternità. Cerca di fare chiarezza Morena Piccinini, che della Cgil è segretaria nazionale. La sindacalista spiega, citando tra l’altro il ministro Sacconi, che l’età reale di pensionamento delle donne è più alta di quella degli uomini. Secondo i dati Inps del 2007, gli uomini riescono a raggiungere prima la pensione grazie all’anzianità contributiva. A differenza delle colleghe, che solo nell’otto per cento dei casi accumulano i contributi necessari per la stessa pensione di anzianità. «Quindi - spiega Piccinini - i 60 anni sono l’unica prima uscita reale per le donne». Riferendosi poi alla sentenza della Corte di Giustizia citata dal ministro, Piccinini dice che Brunetta sbaglia. «Quella sentenza chiedeva che la normativa che regola le pensioni fosse uguale per tutti e quindi di omologare tutto alla disciplina Inps». La segretaria nazionale ricorda infine la legge di parità tra uomini e donne del ‘77, che permette alle donne «se vogliono di lavorare fino a 65 anni».

GIUSEPPE VESPO

MILANO

g.vespo@gmail.com


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