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Sulla scuola vi stupiremo

di Andrea Bagni

21/09/2014
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Da école
di Andrea Bagni

La proposta contenuta nel “patto formativo” di Renzi ha indubbiamente aspetti significativi. Di sicuro l’immissione in ruolo dei precari e la rinascita dell’organico funzionale. Decisioni in realtà già prese e quasi obbligate, tuttavia finalmente affermate con forza.

È poi anche significativo che il documento non sia scritto nel linguaggio tradizionale della buropedagogia “bancaria” scolastica – anche se permane, nella modernizzazione renziana, il debito verso un punto di vista funzionalistico, organico al mondo dell’economia, per quanto di new economy.

Ma è vero che il disegno di scuola avanzato è un progetto vasto e a modo suo alto. Un progetto che è animato da una grammatica forte che non aggiorna solo il discorso, ma ha l’intenzione chiara di rifondarlo.

Non sono sicuro che la scuola italiana abbia bisogno di questo sguardo così ambizioso e totalizzante. Forse una vera “rivoluzione” dell’istruzione oggi chiederebbe altro: una sorta di investimento – questo sì, peraltro, veramente rivoluzionario – sulla fiducia verso gli abitanti della scuola. Che crei le condizioni per stare sereni in un lavoro approfondito e vivo sul sapere, serio e capace di leggerezza. Che punti alla costruzione di un tessuto forte e insieme delicato di elaborazione della conoscenza, all’interno di relazioni intense di confronto e cooperazione fra generi e generazioni diverse. Dove l’obiettivo non è solo il prodotto, una conoscenza già confezionata da trasmettere, le risposte da imparare, ma il processo del conoscere, l’apertura alle domande e ai dubbi, ai desideri di giovani e adulti. Anche degli adulti, perché una scuola di insegnanti depressi e demotivati deprime e demotiva.

E tuttavia la proposta del governo Renzi ha il merito di spingere tutte/i a una riflessione complessa e impegnativa su quale idea abbiamo di formazione. Con quali relazioni con la società e il lavoro. Si tratta, in ogni caso, di essere all’altezza di questo progetto. E anche di questo linguaggio – che non si rivolge tanto agli addetti ai lavori (giustamente) quanto ai giovani, alle famiglie, all’opinione pubblica.

Penso si debba stare attenti, riguardo il documento governativo, a non cadere nella semplice ripetizione del solito discorso sulla “aziendalizzazione” della scuola e del sapere. Privatizzazione, gerarchia, mercificazione eccetera. Se anche c’è tutto questo c’è in modo decisamente nuovo, post-ideologico. Nel documento di Renzi (non pare si possa dire di Giannini) si parla di curiosità, creatività, pensiero critico, arte e musica. Di tempo pieno e laboratori. Non si tratta banalmente di una subordinazione del sapere all’economicismo, a prestazioni strettamente operative da misurare oggettivamente. Casomai si tratta di una espansione della sfera dell’economico alla dimensione della conoscenza – e della conoscenza anche creativa, personale. Insomma più che un sapere aziendalizzato, si direbbe una visione dell’azienda allargata al sapere, all’invenzione originale come risorsa produttiva. Un’azienda anche molto seduttiva. Più attenzione al brand, all’immagine modello Abercrombie o Eataly, che fabbrica metalmeccanica, sia pure modello Marchionne. Non a caso per la consultazione non si parla di tradizionali convegni di discussione. Si saltano le associazioni professionali o sindacali, tutti i corpi intermedi vissuti probabilmente come corporazioni da spezzare in questa post-democrazia fatta di leader e individui isolati, tenuti insieme dalla rete televisiva. Si parla di confronti attraverso co-design, jams, barcamp o world cafès. Se le tre famose i di Berlusconi (inglese, impresa, informatica) sono ancora sotto traccia ben presenti, lo sono dentro questa modernizzazione. Si persegue l’adeguamento delle ragazze e dei ragazzi all’esistente, ma lo si vuole entusiasta e autonomo – secondo un ossimoro dominante in questo neoliberismo dell’anima.

Perché il quadro complessivo resta quello della competizione nazionale che deve essere vincente sul mercato globale. Si parla di arte e musica per la formazione giovanile, giustamente. Ma torna continuamente il termine made in Italy a connotare il senso del progetto. Tradizione italiana. Patrimonio. Per certi versi il rovescio esatto della formula di Tremonti “con la cultura non si mangia” – ma sullo stesso piano teorico, con lo stesso paradigma di pensiero.

Secondo me sono in particolare tre i punti critici della proposta.

1. Il primo riguarda le/gli insegnanti e ha aspetti anche strettamente sindacali, sebbene non si riduca a una questione sindacale.

È il problema annoso della carriera e del merito. Il cuore della proposta di scuola del governo. Perché sembra ovvio premiare i migliori e meritevoli. Ci sono tanti vagabondi. Un atteggiamento diffuso dice, decidiamo di iniziare visto che siamo tutti d’accordo, e poi vediamo come realizzare la meritocrazia sacrosanta il meglio possibile. In realtà il ragionamento andrebbe rovesciato: vediamo come si può fare una cosa del genere e se il modo è accettabile, condivisibile nelle scuole, si parte. Se no, no. Perché introdurre una differenza di redditi e prestigio, una gerarchia di ruoli in un corpo collettivo, senza che quelle gerarchie siano condivise, sentite come legittime, può distruggere lo spazio della cooperazione e non portare quindi benefici al sistema. Su dati più o meno incerti di valutazione non si può edificare un castello tutt’altro che incerto, solido e potentemente simbolico di gerarchie professionali. Un conto è retribuire di più chi lavora di più, un altro stabilire chi è un buon insegnante e chi no.

La proposta di Renzi non mi pare risolva il problema. Non lo vede proprio. Eppure la costruzione innovativa è potentissima. Gli insegnanti non hanno più alcuna progressione di stipendio se non per il giudizio di un “nucleo interno di valutazione”. Si trovano catalogati attraverso un portfolio personale, accessibile in rete da tutti, sulla base di tre tipi di crediti (didattici, formativi e professionali), il primo dei quali è teso a valutare la qualità in classe dell’insegnante, affermata giustamente come quella decisiva. E però chi valuta cosa e come, resta per l’ennesima volta imprecisato. Giudica un gruppo formato non si sa bene da chi – si dice solo che ci sarà un esterno, un docente mentor e probabilmente il dirigente. Dirigente che potrà chiamare dal “catalogo” on line i docenti che più gli mancano per formare la squadra vincente con cui giocare la partita – tipo fantacalcio. Il riferimento alla squadra-con-cui-giocare-la-partita compare sei volte nel testo. Si legge poi che “i docenti mediamente bravi, per avere più possibilità di maturare lo scatto, potrebbero volersi trasferire in scuole dove la media dei crediti maturati dai docenti è relativamente bassa“. Lì potranno essere i primi e questo innalzerà il livello generale. Cioè uno mediamente bravo dovrebbe prendere accurate informazioni sul “merito” di tutti i docenti di un’altra scuola e chiedere il trasferimento perché se sono scarsi lì sarà messo bene nella competizione. Titolare invece che riserva. I nuovi arrivati alzerebbero il livello della squadra prima un po’ scarsa, e quindi sarebbero accolti a braccia aperte dai colleghi – che pure si vedrebbero minacciati nella loro progressione stipendiale. Un’idea del genere credo possa venire solo a chi non ha idea di cosa sia una scuola. Quello che accadrebbe delle relazioni complesse, di cooperazione e anche di affettività, che intessono un lavoro bene o male collettivo, mi sembra facile da immaginare. E l’idea che emerge qui degli insegnanti mi pare piuttosto bassina. Anche proprio dal punto di vista umano.

Ma tutto il progetto affida la qualità della scuola al dinamismo individuale dei singoli, che devono mettersi in gioco, non accontentarsi di restare nel grigiore dell’indifferenziato, nell’egualitarismo. A questo individualismo corrisponde il ruolo sovraordinato del dirigente che sceglie i docenti – perché è la leva più efficace per migliorare la qualità dell’insegnamento: la scelta delle persone. Il preside avrà la facoltà di premiare quindi individualmente gli insegnanti più efficaci. A sua totale discrezione, sembra di capire. Si dice che questo ruolo dei dirigenti dovrà essere compensato da un nuovo protagonismo di insegnanti, famiglie e studenti. E uno si aspetterebbe un discorso forte sulla collegialità, ma nelle righe successive si legge solo che la governance interna della scuola va ripensata: collegialità non può più essere sinonimo di immobilismo, di veto, di impossibilità di decidere. Puro stile renziano.

Peraltro non sfugge a nessuno, anzi è espresso a chiare lettere, che la retribuzione di merito così conseguita (dal 2018, di tre anni in tre anni, per due terzi ogni volta) sarebbe a costo zero, finanziata com’è dagli esclusi, visto che l’insieme della categoria perde definitivamente e da subito la progressione di stipendio esistente precedentemente. Per non parlare del blocco del contratto collettivo di lavoro.

2. Si insiste molto, giustamente, nel testo del governo, sull’importanza di connettere scuola e società. Sapere e mondo del lavoro. Anche ipotizzando un monte di 200 ore annue di alternanza scuola-lavoro per gli istituti tecnici. Sei ore la settimana e per tre anni. Ora, è senz’altro vero che nella scuola italiana manca la dimensione del fare, della sperimentazione pratica, di laboratorio. Manca l’idea che un sapere teorico si costruisce continuamente verificandolo nell’applicazione pratica, e poi tornando alla riflessione teorica che riflette sui risultati e mette a punto l’analisi. E così via. Una dimensione non solo libresca del sapere, che sarebbe preziosa per non perdere ragazze e ragazzi che oggi apprendono sempre di più per tentativi ed errori, per ipotesi e poi verifica dell’ipotesi. Basta pensare alla dimensione informatica, a come funziona l’apprendimento delle nuove tecnologie. Mai si impara davvero qualcosa studiando i libretti di istruzione. Si prova, si chiede l’aiuto di qualcuno, insieme si riprova. Si impara consolidando procedure e conoscenze che funzionano, scartando le altre.

E tuttavia, anche se il progetto del governo propone una collaborazione forte fra luoghi di lavoro e scuola, non un banale passaggio di giovani da un’esperienza all’altra, non mi pare che il contatto con il mondo del lavoro così com’è sia la soluzione.

Negli anni passati si è parlato molto di postfordismo. Di una produzione che include la conoscenza, mette al lavoro il sapere, cambia continuamente codici e linguaggi. Di posti di lavoro che non saranno più garantiti per l’intera vita. A me pare che questo scenario – che a volte è stato presentato come fosse una festa della creatività sociale e non l’incubo di una precarietà assoluta, di lavoro e di vita – per certi versi, paradossalmente, dia senso e razionalità (razionalità proprio economica) a una scuola e a una conoscenza che non cerca di inseguire le trasformazioni immediate del lavoro, che non si concentra sui software, in mutazione continua, ma lavora sull’hardware, o sui sistemi operativi. E meglio Linux, aperto e cooperativo, di Microsoft chiuso e proprietario. Insomma il sapere che un tempo si diceva “disinteressato” forse è diventato il più interessante in questo tempo che chiede di saper navigare nel mare esploso delle biografie personali, nella società liquida. Un sapere precocemente professionalizzante rischia di non preparare a quelle mutazioni, di non insegnare a stare dentro – ma anche fuori e sopra – questo mondo di alfabeti sempre più complessi. Dove contano le grammatiche profonde più delle sintassi che si limitano ad aggiornare e inseguire il lessico.

3. Nel testo – che pure parla di laboratori, curiosità, creatività giovanile eccetera – a me pare non compaia mai la qualità particolare dello spazio scolastico, la natura relazionale specifica della scuola. Quello spazio asimmetrico ma condiviso che è il tessuto anche emozionale in cui si costruiscono ricerca e sapere. Dove non si tratta solo di trasmettere conoscenze già confezionate, ma di partire da domande e desideri, dubbi e curiosità. Dove l’arte e la musica non sono risorse turistiche da imparare a vendere, ma strumenti per la conoscenza di sé e del mondo. Gratuiti. Per certi versi, inutili. Improduttivi. In un vecchio articolo sul Sole24ore Giorgio Allulli spiegò che la carriera docente non serviva gran che in effetti al miglioramento dell’organizzazione scolastica, ma serviva però a mandare il messaggio ai giovani che il mondo funziona così: una gara, una scala su cui si deve arrampicarsi. Qualcuno sarà premiato nella corsa, qualcun altro no, ma sarà stimolato a partecipare alla gara la volta successiva. E questo dinamismo individuale produce il miglioramento collettivo.

A me pare che un’impostazione del genere, che circola alla grande anche nella proposta governativa, sia in realtà distruttiva di quella comunità educativa che è ancora la scuola, pur con tutti i suoi casini, magari negli interstizi, negli spazi e nei tempi informali della megamacchina burocratica.

Insegnanti di serie A e di serie B in competizione fra loro. Studenti e famiglie che vedono i premiati e i respinti, li controllano sul sito per scegliere la scuola oppure li accolgono dopo la vittoria o la sconfitta nelle loro aule. Via profe non si butti giù, vedrà che fra tre anni sarà promosso anche lei – certo nella nostra classe hanno mandato tutti i bocciati… Mi pare abbastanza per produrre disastri. La scuola è anche un sistema complesso e un contenitore organizzativo, ma contiene processi viventi. Che chiedono attenzione, riconoscimento e valutazioni tutte particolari.

Va da sé che non vedendo proprio la qualità di quelle relazioni e di quello spazio, il documento del governo non faccia alcuna differenza fra scuola pubblica e scuola privata. Sono tutte chiamate “pubbliche” nel testo le scuole del sistema, statali o paritarie. Vanno solo giudicate per i risultati che ottengono. E finanziate allo stesso modo, pare di capire. Scompaiono il pluralismo, la laicità il confronto delle idee, la costruzione di un mondo comune a partire dalla diversità dei punti di vista, delle propensioni etiche e delle storie. Tutto ciò che fa di una scuola una scuola pubblica, specchio e strumento di autoeducazione della polis, bene comune della comunità politica, non dello Stato né degli assessori né dei privati, scompare dalla scena. Scompare alla fine la stessa idea di scuola, laica e pluralista, equiparata in tutto e per tutto alla scuola di un’idea.

E allora non ci siamo proprio.


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