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Sinergia atenei-imprese sul trasferimento di tecnologie e brevetti

Ricerca pubblico-privata: riorganizzazione al via per 60 centri sparsi in Italia.

23/06/2021
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Il Sole 24 Ore

C.Fo.

Al Recovery plan (Pnrr) il governo assegna una missione di quelle apparentemente impossibili: mettere ordine nell’attuale confusa e frastagliata governance italiana del passaggio dalla ricerca di base ai risultati industriali.

Una quota di 350 milioni è indirizzata proprio a riorganizzare e razionalizzare una rete di 60 centri (centri di competenza 4.0, Digital innovation hub, punti di innovazione digitale) incaricati dello sviluppo di progettualità e dell’erogazione alle imprese di servizi di trasferimento tecnologico. Per capirci, secondo l'Atlante i4.0 del ministero dello Sviluppo economico e di Unioncamere attualmente sono 630 i centri per il trasferimento tecnologico e la trasformazione digitale delle imprese.

Ultimo anello del tech transfer

Con il riassetto promesso il governo pensa di poter concretizzare un aumento del valore del servizio di trasferimento tecnologico del 140% (circa 600 milioni) rispetto al valore base di 250 milioni. Il finanziamento dei centri già esistenti si baserà sulla valutazione della performance e di eventuali carenze di finanziamento; l’abbinamento con fondi privati sarà considerato condizione essenziale. Una delle caratteristiche dovrà essere la fornitura di servizi più prossimi al mercato rispetto ad altre due tipologie di soggetti delineati nel Pnrr. In sostanza questi centri dovranno sviluppare o favorire investimenti ad alto Trl (technology readiness level, il livello di maturità tecnologica) valorizzando in risultati industriali la ricerca di altri soggetti.

I «campioni nazionali R&S»

Si tratta innanzitutto di quelli che sono citati come «campioni nazionali», centri di ricerca nazionale, in collaborazione con le università, su alcune grandi tecnologie abilitanti. All’inizio del 2022 saranno lanciati bandi di gara per selezionare i centri e quindi le tecnologie di riferimento, tra una rosa di candidati che al momento include simulazione avanzata e big data, ambiente ed energia, quantum computing, biopharma, agritech, fintech, tecnologie per la transizione digitale industriale, mobilità sostenibile, tecnologie applicate e patrimonio culturale, tecnologie per la biodiversità. Si tratterà di consorzi, con le funzioni amministrative centralizzate e quelle di ricerca parzialmente decentralizzate secondo le competenze delle istituzioni di ricerca partecipanti. Le imprese private saranno coinvolte attraverso accordi specifici di utilizzo delle infrastrutture di ricerca. Questa linea di investimento è finanziata dal Pnrr con 1,6 miliardi.

«I campioni territoriali» R&S

Il piano destina invece 1,3 miliardi agli «ecosistemi dell’innovazione» che non dovranno lavorare a livello nazionale su una singola filiera tecnologica ma su scala locale e con un approccio settoriale più trasversale. Un modello di riferimento può essere considerato il campus di San Giovanni a Teduccio che fa capo all’università Federico II di Napoli. Si prevedono 12 strutture da finanziare, tra nuove e già esistenti e anche in questo casi si ricorrerà a dei bandi di gara. Ogni progetto dovrà presentare quattro elementi di base: attività formative innovative condotte in sinergia dalle università e dalle imprese e dottorati industriali; attività di ricerca anche queste condotte congiuntamente, in particolare con le Pmi del territorio; supporto alle start -up; coinvolgimento della comunità locale.

Che poi questo sistema, basato comunque su una pluralità di soggetti sebbene ripartiti su tre livelli di intervento differenziati, possa aiutare a semplificare l’attuale frammentazione è un’affascinante scommessa. Da verificare al più tardi entro il 2026, data ultima per i progetti del Recovery plan.


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