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SCUOLA/ La rana bollita e l’impossibile rischio zero

Le scuole restano chiuse mentre quasi tutto riapre: è un danno troppo grande, vale la pena sacrificare qualcosa della salute per riaprirle?

18/05/2020
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Il Sussidiario.net

Emanuele Contu

«Nel mondo ci sono state, in egual numero, pestilenze e guerre; e tuttavia pestilenze e guerre colgono gli uomini sempre impreparati». Che Camus avesse ragione, lo abbiamo sperimentato in questi mesi e fin troppo. La pandemia ha trovato impreparate società e istituzioni. Anche il mondo delle scuole si è fatto cogliere di sorpresa: difficile immaginarsi di dover chiudere i cancelli da un giorno con l’altro e, allo stesso tempo, dover tenere aperta la scuola fuori da scuola, nelle case di oltre otto milioni tra docenti e studenti.

Il diritto a ricevere educazione e istruzione nei luoghi dell’educazione e dell’istruzione è stato compresso e azzerato, mentre studenti, insegnanti e dirigenti senza scuole si misuravano con la necessità di inventarsi una didattica a distanza che tutelasse quanto possibile il diritto a essere accolti, accuditi, accompagnati a crescere e apprendere. Presi dall’urgenza dell’inventarsi sistemi, costruire orari, scovare risorse, distribuire computer e tablet, le scuole hanno avuto poco tempo per osservare il quadro d’insieme e ragionare su quanto stava accadendo.

Negli ultimi tre mesi in Italia si è sospeso – assieme a molti altri – il diritto a educazione e istruzione. È stata una sospensione accettabile perché eccezionale e limitata nel tempo. Salvo che proprio il limite temporale è stato di settimana in settimana spostato sempre più in là: i giorni sono diventati settimane, le settimane mesi. E più la conclusione di questa fase si spostava in avanti, più veniva meno il carattere di eccezionalità e urgenza dei primi provvedimenti.

Abbiamo fatto la fine della rana nella pentola? Ci siamo adattati all’acqua sempre più calda, fino a restare lessati? È una domanda che dobbiamo porre. Mentre ci si avvia a riaprire palestre e ristoranti, mentre la necessità di riavviare il sistema produttivo induce a trovare compromessi, oggi sembra normale e accettabile ipotizzare che il limite per le scuole si sposti ancora più in là, oltre il termine dell’anno scolastico: si immaginano programmi per aprire le scuole ma sottoponendone l’attività a limiti che non è certo siano compatibili con il mandato stesso del sistema nazionale d’istruzione. Non è sufficiente raggiungere la generalità dei bambini e dei ragazzi per aver garantito il diritto a educazione e istruzione: anche ammesso che tramite forme di frequenza alternata e organizzazione creativa sia possibile coinvolgere la totalità della popolazione studentesca nelle attività didattiche (e già questo è molto dubbio), occorre sapere che raggiungere tutti non significa garantire il diritto al successo formativo per tutti. Anzi: come toccato con mano in questi mesi, le fasce più deboli pagano il prezzo più alto, i bambini e i ragazzi che hanno maggiore bisogno di scuola per colmare il proprio svantaggio sono i primi a restare indietro.

Il diritto a educazione e istruzione è divenuto negoziabile e condizionato. E con ciò rischia di perdere la sua natura di diritto e divenire quindi privilegio. Senza forse rendersene conto, il nostro Paese sta decidendo che il diritto a essere educati e istruiti può essere sospeso in particolare per quanti più ne hanno la necessità. Non sono certo che questo sia un prezzo da poter pagare, anche nei tempi eccezionali del COVID-19.

Fino a questo punto, la domanda che ci siamo posti è stata a senso unico: cosa siamo disposti a sacrificare del diritto a educazione e istruzione per preservare il diritto alla salute. Come sta accadendo per altri settori della vita sociale e produttiva, occorre iniziare a porsi anche la domanda inversa: cosa siamo disposti a sacrificare del diritto alla salute per preservare il diritto a educazione e istruzione?