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Scuola e disabilità, l'Italia è all'avanguardia, perché il Miur vuole cambiare?

di Domenico Pantaleo.

13/01/2016
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L'Huffington Post

Ci dice l'Istat che in Italia sono quasi 154.000 gli alunni e gli studenti con disabilità più o meno gravi che frequentano le scuole di ogni ordine e grado. 87.000 frequentano la scuola primaria e 67.000 la secondaria di primo grado. L'Istat rileva anche che i numeri sono in aumento rispetto a una dozzina di anni fa perché si è innalzato il grado di fiducia delle famiglie con persone disabili nell'istituzione scolastica e nella capacità di quest'ultima di rispondere, nella stragrande maggioranza dei casi, ai bisogni educativi, didattici e di socializzazione. Insomma, il modello italiano di integrazione della disabilità attraverso il percorso scolastico funziona, da almeno 40 anni. E converrebbe incentivarlo, piuttosto che smantellarlo.

Cosa stia accadendo nelle scuole italiane in fatto di disabilità dopo l'annuncio del Miur della elaborazione di un decreto delegato, effetto della pessima legge 107/2015, ce lo spiega la professoressa Manuela Pascarella, laureata in Filosofia, e da quasi un decennio insegnante di sostegno, e dunque una specialista del "modello italiano" della socializzazione e della didattica per alunni e studenti disabili. Per questo post, lascio volentieri a lei la parola, con la certezza che le sue riflessioni ci aiutano a riportare il dibattito pubblico su questo tema sui binari culturali e pedagogici più corretti.

"Quando abbiamo frequentato i corsi di specializzazione universitaria per la didattica alle persone con disabilità ci veniva sempre detto: non diventate mai gli angeli custodi dell'alunno disabile, ma uno strumento, un ponte che permette loro, in ogni momento della loro vita scolastica, di entrare in relazione con gli altri. Nella nostra prassi quotidiana, ciò significa che noi insegnanti di sostegno (non è una rivendicazione corporativa, ma una formulazione burocratica) siamo a tutti gli effetti docenti di quella classe, perché la nostra prerogativa è quella di fornire sostegno a tutti gli alunni e gli studenti. Entrare in relazione con tutta la classe per un alunno o uno studente disabile significa preparare l'intera classe alla socializzazione, evitando forme di marginalizzazione e ghettizzazione. Siamo noi che facilitiamo le forme di integrazione, anche didattica. Questo è il modello italiano, introdotto quasi 50 anni fa dalla legge 517 del 1977 e confermato dalla legge 104 del 1992: evitare di portare in classe la facile soluzione di una ipermedicalizzazione della disabilità, ed evitare che il docente di sostegno si trasformi in un infermiere più o meno bravo.

In questi decenni, siamo riusciti ad affermare il principio per il quale siamo docenti a tutti gli effetti e a tutto tondo della classe, non medici, e la classe non è la succursale di un reparto ospedaliero. È grazie a questo modello, italiano, brillante, e di successo, che abbiamo introdotto nelle scuole e nelle classi gli strumenti didattici e culturali per cambiare il contesto-classe in modo che tutti insieme, l'alunno disabile, i suoi amici studenti e gli stessi insegnanti fossero in grado di trovare i giusti strumenti per favorirne l'apprendimento. Con l'annuncio trapelato dal ministero dell'Istruzione, siamo invece di fronte ad una novità rilevante proprio sul piano culturale delle metodologie. Il Miur prevede una figura professionale che si colloca a metà strada tra figura medica e figura educativa, un ibrido che rischia di snaturare l'insegnante di sostegno, che è, e vuole restare, un docente della classe, non un corpo separato. Il sottosegretario Faraone sembra invece molto interessato ad un modello anglosassone di introduzione di iperspecialisti sanitari delle singole patologie di cui sarebbero portatori i ragazzi disabili. Con la conseguenza di smantellare il modello italiano, che tutto il mondo ci invidia e vuole copiare, di trasformare un docente a tutto tondo in una sorta di patologo che gira per le scuole all'occorrenza, distribuendo farmaci e terapie, e riducendo e impoverendo i fattori di relazione e socializzazione delle persone disabili con il contesto della classe.

Insomma, grazie al modello italiano, decine di migliaia di famiglie con persone disabili hanno ritrovato fiducia nell'istituzione scolastica, proprio per la sua capacità di guardare lontano, al futuro. Quando le famiglie si chiedono che ne sarà dei loro ragazzi in un futuro prossimo, affermano un bisogno che oltrepassa la semplice e banale somministrazione di una terapia. Chiedono assicurazioni, a noi, alla scuola, alla società, sul futuro dei loro cari in difficoltà. Fino ad oggi, la risposta delle istituzioni italiane, soprattutto quelle scolastiche, è stata positiva, forte, e culturalmente vincente. Perché smantellare ciò che di buono vi è nelle nostre esperienze scolastiche, e nella nostra legislazione sulla disabilità? Su questi argomenti, vorremmo che si apra un confronto pubblico, largo, a partire da una interlocuzione proprio con i vertici del ministero, con la signora ministra e col sottosegretario Faraone, artefici di un cambiamento culturale difficilmente spiegabile e destinato già in partenza al fallimento".