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RSU della scuola a Roma. Rabbia e conflitto, sconcerto e responsabilità: “Io non sono serena”

Al Teatro Quirino l’assemblea nazionale organizzata da FLC CGIL, Cisl scuola, Uil scuola, Snals e Gilda.

11/09/2015
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“Io non sono serena, caro Renzi e cara ministra Giannini”. Con la voce rotta dall’emozione e dalla rabbia, Emilia di Vaio, assistente tecnico in una scuola di Napoli, ha raccontato così la sua vita da precaria ai più di mille rappresentanti unitari dei sindacati riuniti oggi a Roma, al teatro Quirino, da FLC CGIL, Cisl scuola, Uil scuola, Snals e Gilda. Quella testimonianza, quel grido disperato appena rotto in gola di una giovane signora napoletana, precaria da anni, che ora con la legge numero 107 del 2015 rischia il posto di tecnico amministrativo e dunque la disoccupazione, insieme a migliaia di altri suoi colleghi per la disattenzione e l’incuria del ministero dell’Istruzione, è la metafora o se volete, l’indicazione di un clima, di un sentimento collettivo, rapidamente diffuso nel teatro strapieno di docenti e personale tecnico e amministrativo che attraverso le RSU, rappresentanze sindacali unitarie, sono la punta avanzata della scuola italiana. Partiamo dai collaboratori scolastici perché quelle che hanno raccontato sono tra le storie più significative delle difficoltà quotidiane nelle migliaia di scuole italiane. Damiano Salmeri, RSU di un istituto alberghiero palermitano, racconta, con molta e bella ironia (“eravamo 4 amici al bar”, citando la nota canzone di Gino Paoli) dell’unico operatore rimasto in una scuola con oltre 2800 alunni, e alle prese con le iscrizioni al primo anno, circa 700. Come farà? Chiedetelo al dirigente scolastico, visto che ha concesso ferie e riposi agli altri tre, con “scelta geniale”, commenta scherzosamente. Si può sostenere una scuola, come l’alberghiero di Palermo, di cinque piani “di morbidezza”, per dire della sua vastità, con un solo operatore tecnico amministrativo in segreteria? Evidentemente no.

“Io non sono serena”, le voci delle insegnanti delle scuole dell’infanzia

“Io non sono serena”, cari Renzi, Giannini e voi parlamentari del Pd che avete approvato una pessima legge, fanno eco le altre voci delle insegnanti delle scuole dell’infanzia, strategiche, importanti, decisive. Loro vivono in una sorta di limbo, dicono, soprattutto dopo una sentenza della Cassazione che riapre la graduatoria anche a coloro che pur avendo solo un titolo di scuola superiore, hanno però vinto un concorso e dunque hanno acquisito un diritto. Ma non solo. La gravissima disparità tra Nord e Sud nel numero di scuole dell’infanzia determina molte diseguaglianze. La ministra e Renzi si sono impegnati a moltiplicare le scuole dell’infanzia in Italia? “Io non sono serena”, hanno risposto, dal momento che il progetto è rimasto solo sulla carta, e quell’impegno assunto scherzosamente proprio con Delrio, oggi ministro alle Infrastrutture e ieri sindaco di Reggio Emilia, la città a maggior tasso di scuole per l’infanzia per numero di bambini, si è rivelato solo un altro dei proclami di propaganda di Renzi.

“Io non sono serena”, le testimonianze dei docenti delle scuole medie e dei Licei

“Io non sono serena”, hanno detto anche le docenti e i docenti delle scuole primarie, e delle secondarie, venuti a Roma da Bologna a Verona, da Venezia a Palermo, dopo il grande pasticcio nato dall’applicazione delle regole sulla stabilizzazione e del “misterioso algoritmo” capace di trasferire i docenti trapanesi a Milano e i modenesi a Messina, in un intreccio del tutto disincarnato di città e scuole disponibili. Insomma, ciò che senti soffiare in quel teatro Quirino così pieno fino all’orlo è il respiro delle persone in carne e ossa, la loro di storia di vita, il loro affanno quotidiano. Non si tratta di gente “qualunque”, sono coloro che vivono quella realtà complessa, delicata, articolata, talvolta indescrivibile nella sua totalità, che è la scuola italiana. E ti dicono, tutti, con la loro presenza, la loro emozione, la loro rabbia, che questa realtà straordinaria non la puoi governare a colpi di tweet. Ecco, molti di loro fanno parte o facevano parte del Pd, partito del premier, ed ora anche della ministra Giannini, e di quel sottosegretario, Faraone, e oggi la loro difficoltà politica e umana l’avverti in modo palese, lo senti un conflitto vissuto interiormente, e la delusione di chi ha gridato e non è mai stato ascoltato. Sono tutti consapevoli e concordi su un dato di fatto: si è costruita una pessima legge sulla  pelle della scuola, e nonostante le richieste pressanti, le mobilitazioni e il grande sciopero unitario del 5 maggio, con 650 mila docenti tutti assenti, sciopero che resterà negli annali della storia sindacale italiana, si è scelta la prova di forza, la prova muscolare, l’imposizione dell’uomo solo al comando. La grande contraddizione tra appartenenza politica e delusione professionale segna una ferita profonda in tanti, forse difficilmente colmabile con la sola stabilizzazione. Parliamo del ceto intellettuale, quello delle docenti e dei docenti, più strategicamente esposto alla costruzione responsabile delle generazioni future di un paese. Come ha fatto Renzi a non capirlo? Questa considerazione ha accompagnato non solo ogni intervento, ma anche ogni applauso, ogni commento sussurrato al vicino, ogni malinconico sguardo.

L’intervento di Mimmo Pantaleo, segretario FLC Cgil: salviamo il Mezzogiorno e la Costituzione

“Il sindacato non arretra”, dice Mimmo Pantaleo segretario generale della FLC, dal palco, condiviso con i segretari scuola di Cisl e Uil, e di Snals e Gilda. E prosegue: “il prossimo 23 settembre avrà luogo al Ministero un decisivo confronto con i sindacati uniti. Quello che noi abbiamo da dire lo sanno, da prima della legge. Perché abbiamo cercato di costruire dialogo, e ci hanno chiuso le porte. Il sindacato non arretra, né nelle mobilitazioni già promosse e organizzate, né nella sua affermazione del rispetto della democrazia, della qualità dei diritti nelle scuole, e dell’osservanza della Costituzione. La legge Giannini calpesta la democrazia, spegne i diritti, e cancella la Costituzione. E infine, facciamo del Mezzogiorno una grande questione politica generale, perché con l’esodo forzoso di migliaia di docenti, insieme con l’esodo di migliaia di universitari, rischia l’impoverimento e l’abbandono”.