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“Riportiamo in classe 135 mila ragazzi”

Il piano anti-abbandono dell’ex sottosegretario Rossi-Doria: “Asili, tempo pieno, laboratori e lezioni in strada” Il tasso di dispersione è sceso al 13,8%, ma resta tra i più alti d’Europa. Va peggio al Sud, per maschi e stranieri

11/01/2018
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la Repubblica

Ilaria Venturi

Un bel giorno non rispondono più all’appello tra i banchi: lasciano a lezioni cominciate, non si ripresentano l’anno successivo, anche se promossi, vengono bocciati e gettano la spugna, dicono di volersi trasferire in un altro istituto, ma in realtà non lo fanno. Insomma: spariscono. Perduti alla scuola. Quelli che abbandonano medie e superiori, quando stare in classe è ancora un obbligo, sono in calo. Ma rimangono pur sempre un’emergenza. Anzi, sono “ il problema”, della scuola e del Paese, secondo l’ultimo rapporto del gruppo di lavoro istituito dalla ministra Valeria Fedeli e guidato da Marco Rossi- Doria, maestro per 43 anni, ex sottosegretario all’Istruzione.

Di qui un piano nazionale di contrasto che tiene insieme azioni diverse, e scende nei dettagli: più asili, perché c’è una relazione tra l’inserimento da piccoli nel sistema educativo e il successo scolastico futuro, ma anche un sistema di formazione professionale nelle regioni dove non funziona; e ancora più tempo pieno, laboratori, didattica a misura del alunno. E aule aperte alla strada, come già si sperimenta in alcune periferie di Napoli e Palermo dove gli insegnanti seguono i ragazzi in famiglia, lavorando con educatori e assistenti sociali.

Il fenomeno della dispersione è fotografato da Eurostat. Nel confronto con l’Europa, che valuta quanti giovani tra i 18 e i 24 anni hanno solo la licenza media o una qualifica e non sono più in formazione, l’Italia ha fatto passi avanti: il tasso di quanti abbandonano precocemente gli studi è passato dal 20,8% del 2006 al 13,8% del 2016. Ma restano forti squilibri tra Nord e Sud, con Sicilia, Campania e Sardegna ben sotto la media nazionale. L’istantanea sul biennio 2015- 2017 emerge invece dall’anagrafe degli studenti. Ed è comunque impietosa: 14.258 ragazzini che hanno abbandonato le medie, altri 8.949 persi nel passaggio alle superiori, 112.240 che non hanno continuato gli studi nei licei e in tecnici e professionali. Un esercito di oltre 135mila dispersi. Soprattutto maschi, sedicenni, stranieri, in particolare nati all’estero, o di origine rom e sinti (per loro il tasso di abbandono sale al 42%). Figli del disagio economico e culturale. In Italia, ricorda il rapporto, oltre un milione di persone tra i 3 e i 18 anni è in condizioni di povertà assoluta.

«Perdiamo troppi alunni — scuote la testa Rossi- Doria — Così neghiamo a bambini e ragazzi il diritto al futuro. Un danno che un Paese che fa sempre meno figli non può permettersi». Fedeli guarda alle conseguenze: «L’abbandono e la dispersione hanno conseguenze negative non solo sulle vite dei singoli, causano una perdita economica per l’intero Paese in termini di Pil, minano la coesione sociale».

Le condizioni di partenza sono un ostacolo. Poi subentrano gli insuccessi della scuola, che « a 50 anni da don Milani è tuttora di classe » , si legge. Tra le indicazioni anche quella di limitare, con forme di moratoria, le bocciature, che «non sono efficaci». Le ripetenze, osserva l’ex sottosegretario, sono l’anticamera della dispersione nei quartieri difficili delle nostre periferie. « Io sono stato bocciato, ma avevo una famiglia che poteva aiutarmi a recuperare. Quando però una bocciatura capita in una famiglia povera, cosa accade? Il problema non è bocciare, ma cosa succede dopo, cosa faccio per quel ragazzo». Frena la ministra: «Abolire la bocciatura sarebbe controproducente, meglio un percorso di accompagnamento dei ragazzi».

Il problema è la solita Italia a due velocità: in Veneto, a lasciare precocemente la formazione è l’ 8%, in Sicilia il dato triplica. L’obiettivo è scendere sotto il 10%, il target indicato dall’Europa per il 2020. Possibile? « Non è una battaglia persa — ragiona Rossi Doria — ma per vincerla occorre un coordinamento nazionale per ottimizzare le risorse per almeno un decennio, l’individuazione di zone di educazione prioritaria su cui concentrare gli interventi, che devono essere costanti nel tempo. E una forte rete tra scuole e realtà educative: oratori, terzo settore, centri sportivi. È un tema trasversale ai partiti, che deve diventare una priorità del prossimo governo».