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Quell'aiuto che la scuola può dare all'integrazione

Dacia Maraini

26/01/2016
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Corriere della sera


                I ncontro una scuola media di Gioia dei Marsi. Il dirigente mi dice che il 30% degli studenti è di origine straniera. Si chiamano Mohamed, Jasmin, Pol, Elias. Parliamo di libri e storie. Ma appena salta fuori il tema dell’emigrazione, si fanno tutti attenti. Alcune mani si alzano, nonostante la timidezza. Magda, un ragazzina magra dagli occhi tristi, mi dice che è nata in Italia da genitori marocchini e lei non si sente del tutto italiana. Sembra che questo la amareggi. Le racconto la mia storia di bambina italiana che a un anno è andata in Giappone, ha vissuto in mezzo a bambini giapponesi, parlando giapponese; a dieci è rientrata in Italia e ha dovuto cambiare lingua e abitudini e non è stato facile. Mi hanno aiutato i libri, le dico, le amicizie infantili, la scuola, il teatro, non senza qualche viscerale nostalgia. «Magda» aggiungo «le tue due patrie non ti dividono ma ti arricchiscono». Nella sala non vola una mosca. La conoscenza e la convivenza con culture diverse li ha resi pensosi. Racconto che recentemente a Boston ho incontrato un gruppo di emigrati abruzzesi. Si sentono americani, sono integrati, ma hanno conservato legami con l’Italia e con l’Abruzzo. Cosa vuol dire integrazione e quali sono i doveri e i diritti di chi chiede ospitalità a un altro Paese? La prof si avvicina alla lavagna. «Proviamo a stabilire insieme i doveri di chi vuole vivere in un Paese ospitante?» dice e tutti approvano. E lei compita a voce alta:
1) Imparare la lingua e frequentare le scuole del Paese ospitante. 2) Imparare le leggi del Paese ospitante. 3) Rispettare le conquiste che riguardano i diritti civili del Paese ospitante; per esempio: niente mutilazioni genitali, niente violenza sulle donne, anche se pretendono di vestirsi o di comportarsi all’occidentale, niente copertura totale del corpo e del viso, niente 4 mogli. 4) Stare alle regole della Costituzione del Paese ospitante. E le libertà dell’ospite? chiede un bambino dagli occhi scintillanti. Ebbene, elenchiamole, dice la dolcissima prof: 1) L’ospite ha la libertà di esercitare la propria religione. 2) La libertà di pregare, in luoghi scelti con il Paese ospitante. 3) La libertà di avere un documento valido per spostarsi nel Paese ospitante. 4) La libertà di parola e di pensiero, purché non trasgredisca la legge. 5) La libertà di studiare e parlare la propria lingua, purché non sia la sola. Non posso che ringraziare la scuola di Gioia dei Marsi, il suo preside e le sue insegnanti per l’esempio che danno. 

 


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