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Noi professori senza classe sul pianeta DaD

Ovvero il pianeta della Didattica a Distanza dove sono atterrati, al tempo del virus, studenti e docenti. E proprio due di loro raccontano sei settimane trascorse tra video improvvisati, lettura di grandi classici e rumori fuori scena

16/04/2020
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la Repubblica

Emanuele e Filippo Marazzini

Non male, come primo anno di insegnamento nella scuola statale. Anzi, nemmeno un anno. Perché da settembre a fine febbraio tutto fila liscio: la tensione di fronte a venti volti nuovi, i segni rossi su una verifica, le riunioni in cui ti riscopri studente, l'esperienza dei veterani che incoraggia, suggerisce prassi, svela meccanismi. Poi, d'un tratto, il vuoto. Dall'estremo Oriente, la terra che, come spieghiamo in prima media, Marco Polo raggiunse dopo un Milione di passi, non arriva la seta, ma una malattia. Classi vuote, case piene. Lavagne pulite, e-mail impazzite. Il calendario scrolla via programmi, progetti, recuperi e gite. Si profila una terra inesplorata, le danno persino un nome: Didattica a Distanza (in burocratese, DaD).

Se ne sentiva parlare in coda ai corsi di aggiornamento, ma solamente gli stolti rimanevano seduti. Oggi sono i primi ad uscire dal fortino e a guardarsi intorno. Non comprendono tutto, però uniscono punti. Al telefono, li senti euforici. Intanto la verità, nei giorni, si fa chiara proprio a tutti: non siamo più insegnanti, ma coloni. L'esplorazione non inizia nel migliore dei modi. La settimana 1, come dei parenti alla lontana, compensiamo l'assenza con l'eccesso: regaliamo ai nostri pupilli centinaia di pagine da sottolineare, migliaia di esercizi, un plotone di espressioni. Li immaginiamo attendere, voraci, le nostre istruzioni davanti al computer. Sogniamo che sarà proprio la nostra materia a far loro dimenticare la noia della quarantena. Un mantra: che Petrarca vinca su FIFA, il complemento di origine su Fortnite!
Silenzio, nessuna risposta per giorni. Le foreste della DaD cominciano a mettere paura.

#2
Lo sconforto sparisce all'alba della settimana 2; segnali di fumo si alzano dalle colline, arrivano le prime e-mail di risposta. Intanto, il governatore della colonia ha ricevuto ordini dalla madrepatria: possiamo iniziare a dialogare, ci dice, prendete contatto con gli indigeni. I nativi digitali sono curiosi, fare scuola con Internet li diverte. La comunicazione, agli inizi, è rudimentale: non li vediamo, ma loro vedono noi (sinistra) e scrivono dei commenti alla lezione (destra). In mezzo alle parole che scrivono si intuisce l'umore della loro tribù. I più si dicono sereni, per fortuna, sono goliardici, il clima è vacanziero. Prof., è un periodo brutto, mi annoio tanto, scrive ad un certo punto M., di seconda media. Così, l'indomani, alla fine della videolezione, chiedo a tutti la prima cosa che faranno una volta finita la clausura. Stanno al gioco. Annoto: una partita a calcio con mio cugino, girare in bici fino all'argine, guardare l'erba da vicino, correrecorrerecorrere, organizzare una merenda con i miei amici, fare una lezione di italiano dal vivo (ruffiano!), passeggiare con Gnoghi (un gatto?), andare in montagna con la famiglia. Dove se ne stava tutta questa umanità? Nascosti tra i cespugli della rete, i nativi lamentano la perdita di riti e di ritmi (in fondo, la radice greca è la stessa); non si lagnano più, mirabile a dirsi, dei compiti perché hanno profumo di pomeriggio, eco di normalità. Li consegnano persino in anticipo come se, finalmente, ci fosse il tempo per leggere a fondo, comprendere. Oppure, forse, è solo fretta di finire e che tutto finisca.

#3
Dalla madrepatria, su muli fedeli, ci portiamo ancora appresso gli strumenti del mestiere: tabelle cartacee per le valutazioni, libri di testo, matite, temperini. Ma qui, nelle steppe della DaD, a poco a poco ogni schema salta, i manuali non bastano più, gli evidenziatori finiscono. Per non perdere la strada e la dignità professionale, si decide di seguire le orme dei nativi. Così facciamo nostri i loro costumi, ci iniziamo ai loro culti. Il più terribile è quello di You Tube. Il dio esige un alto tributo dai suoi adepti: la privacy in cambio dell'apertura di un canale online. Qualcuno rinuncia, i più temerari accettano. Ed eccomi davanti al computer per registrare la prima lezione che invierò ai ragazzi. I ciak iniziali non convincono, rivedersi imbarazza, ma la soglia è superata. Non si torna più indietro. Nei giorni, lo schermo si fa specchio e scolpisce nell'eternità del Web, in variazione minima, il mio busto, la barba - ora corta ora lunga - , occhiaie, sbalzi di luce, suoni inattesi. Il girato segue regole ferree: il virus non va mai nominato, sono banditi tristezza e colpi di tosse. Il viso fisso al centro, comprensivo, paterno. Un'oratoria semplice, da messaggio alla nazione. Spazio alla teatralità: pause sceniche, un uso della suspence che neanche Hitchcock. Mostriamo spesso oggetti strani ripescati in cantina. L'utopia è rendere la lezione un appuntamento gradito, quasi una puntata della propria serie tv preferita. Di cui ci auguriamo, però, non si faccia la seconda stagione.<EM>

#4
In colonia, tra noi insegnanti girano leggende. Le si racconta, alla sera, davanti al fuoco, seduti nei gruppi Whatsapp. Alcuni riferiscono di metodi innovativi per interrogare a distanza. Altri che in una città vicina già si fanno verifiche virtuali. Altri ancora che gli stipendi saranno tagliati, un po' come alla Juve. Le notizie volano, preoccupano, vengono smentite appena le si è lette o confermate dai silenzi. Durante la settimana 1, quasi tutti inviavano messaggi color arcobaleno, inni all'autarchia, immagini con frasi maschie, bersaglieri e frecce tricolori, poi quando si è capito che lo sprint diventava maratona, si è smesso di digitare, quasi a prender fiato. Oggi, cinque messaggi: tre sono santini del nuovo San Giuseppe nazionale. L'emergenza è democratica: i veterani condividono le incertezze di noi novellini. Anzi, il paesaggio della Didattica a Distanza li colpisce per il suo vago fascino. Sono docenti da una vita, scacchisti formidabili, ma lo streaming ha cambiato il tavolo da gioco. Intuiscono il cambiamento e corrono su Internet a perfezionare la lingua dei nativi. Imparano con dedizione e umiltà, faticano di una fatica che noi Millenial, merito o colpa dell'anagrafe, non conosciamo. La pandemia alimenta la vocazione, dona loro un'urgenza missionaria; sanno accantonare l'orgoglio e chiedere aiuto con una fiducia che commuove. In cambio ti regalano sempre cannocchiali per vedere più lontano.

#5
Nostra madre, insegnante pure lei (vallo a capire, il destino) inizia ogni videolezione suonando la campanella. Utile, YouTube. "Sono i ragazzi a chiederlo - dice - li rassicura". Così nelle lande del Nuovo Mondo riecheggia ancora quel trillo spesso atteso, sempre invocato. Squillo che salva dal naufragio delle interrogazioni e concede l'intervallo, terraferma. Squillo che affetta e affretta il tempo. Altri rumori mancano all'appello. Astucci che piombano dai banchi, la plastica accartocciata delle bottiglie, quella più impalpabile delle merendine, il morse del gesso sulla lavagna, sedie che raschiano. Cosa resta? La DaD rivoluziona i sensi: poiché i volti dei nativi si sbriciolano in tanti pixel, l'udito va affinato. Cerchiamo di cogliere i saliscendi della loro voce in mezzo ai saliscendi della rete. Talvolta le parole sono rare e pregnanti, oracoli che è bello interpretare. Spesso invece le voci si intrecciano, si sovrappongono. I microfoni ce le restituiscono in differita, acute o con un timbro più adulto, che fa riflettere. Ma è un attimo: subito dopo giocano con l'audio, si spengono i microfoni a vicenda, ridacchiano. Se un alunno disturba può essere espulso dall'aula virtuale, come nella realtà. Ma al nostro arrivo in colonia, insieme alle regole per usare le piattaforme digitali, ci hanno messo a disposizione un'altra arma, degna di Black Mirror. Al corso avvertono di servirsene solo quando necessità impone. Il dispositivo finale non appartiene a questo mondo, non ha controparte in natura, è un'arma d'istruzione di massa. Così se lo studente persevera sulla cattiva strada, pigiando un pulsante di fianco alla sua icona, possiamo togliergli la voce. Silenziarlo. Imbavagliarlo. Le istruzioni non registrano effetti collaterali, ma ci siamo giurati a vicenda di non usarla mai.

#6
Chiusi in casa, ci sorprendiamo a sfogliare i libri dell'infanzia. Contengono avventure eterne e pensieri grandi. Li teniamo accanto alla tastiera e al momento giusto, durante la videolezione, saltano fuori. Raccontiamo ai ragazzi che stare tutto il giorno in un condominio, al terzo piano, è come essere dei baroni che non vogliono mai scendere dagli alberi. Ci tuffiamo sotto i mari con il Capitano Nemo, guardiamo negli occhi le tigri, in Malesia. I nativi hanno fame di avventura, di esotismo (o già d'estate?): G. manda una foto col suo pappagallino verde; S., che sta scoprendo le gioie del western, chiede informazioni su un fumetto di Tex Willer; la maratona in tv di Harry Potter piace a parecchi. Ma i brani dell'antologia non bastano più. Così il martedì e il giovedì, inizio a leggere loro a puntate un romanzo di Mino Milani. Siamo a metà. I pronostici sulla quarantena li faccio contando i capitoli: spero che almeno il finale lo leggeremo tra i banchi. Il libro racconta di una spedizione nell'Africa nera, alla ricerca di un luogo misterioso. Lo stile è un po' ridondante, eppure mi sembra di vederli, gli alunni di prima, tra i portatori della carovana. Rumorosi, liberi. Vorrei che le parole fossero come il loto di Omero, che facessero dimenticare la via di casa. Ma l'esito è incerto: Calvino, Verne e Salgari arrivano davvero all'orecchio o la nostra voce svapora nel Web? Nel dubbio, punto tutto sulla vecchia storia del conte di Palermo. Ma, ragazzi, la nostra ora è finita: questa ve la racconto la prossima volta.


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