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Landini: "Basta dividere la vita in fasi: formazione permanente deve essere un diritto"

Intervista al segretario generale della Cgil

24/05/2020
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la Repubblica

Roberto Mania

«Non giriamoci intorno — dice Maurizio Landini, segretario generale della Cgil — non esiste l’insegnamento scolastico a distanza. La scuola è per sua natura un’esperienza sociale collettiva. Va bene usare il digitale, va bene nell’emergenza la lezione online, ma se vogliamo che le scuole riaprano in sicurezza a settembre dobbiamo decidere adesso come farlo e senza perdere tempo».

Il sindacato, dunque, a fianco di genitori e alunni che in tutta Italia hanno chiesto ieri di ritornare sui banchi di scuola dopo l’estate. Il leader della Cgil dice di più: «Smettiamola di pensare che le fasi della vita siano distinte nettamente tra loro, che ci sia un tempo per lo studio e la formazione, poi un tempo del lavoro e, infine, quello del pensionamento. Dobbiamo pensare a un diritto alla formazione permanente, senza interruzioni. È scritto nella nostra Costituzione, all’articolo 35: "La Repubblica cura la formazione e l’elevazione professionale dei lavoratori"».

L’idea di Landini è di utilizzare i periodi di cassa integrazione per la formazione e la riqualificazione dei lavoratori rimodulando gli orari di lavoro in applicazione anche di una norma prevista dal decreto Rilancio. Ma la premessa di un progetto di questo tipo è che ci sia un sistema di ammortizzatori sociali universale per tutti coloro che lavorano, indipendentemente dal contratto e dal tipo di azienda.

Andiamo con ordine, Landini. Lei anticiperebbe l’avvio del prossimo anno scolastico? Non ci sono resistenze da parte del personale della scuola e quindi dei sindacati?

«Il problema non è quando aprire ma come aprire. Lo si deve fare in sicurezza per gli studenti e per tutti coloro che lavorano nelle scuole. E bisogna fare, ora, sia i lavori di messa in sicurezza degli edifici sia le assunzioni di personale necessario stabilizzando chi è precario da anni.

Insieme a Cisl e Uil abbiamo chiesto un incontro al governo proprio per affrontare questi temi. Per evitare che la scuola si trasformi in una nuova emergenza».

L’emergenza, per adesso, si chiama, sul fronte sociale, lavoro.

L’impennata della cassa integrazione è stato il primo campanello d’allarme. Milioni di lavoratori in cassa integrazione, molti ancora in attesa del sostegno al reddito. Un ginepraio, tra ammortizzatori diversi e complicazioni burocratiche. Il governo sta lavorando ad una riforma degli ammortizzatori sociali che prevede, appunto, la formazione professionale per i cassintegrati. Condivide questa impostazione?

«Intanto bisogna superare i ritardi nei pagamenti del sostegno al reddito. Quello che ci ha insegnato l’emergenza Covid è che c’è un livello di precarietà nel lavoro senza precedenti. Così per provare a tutelare tutti abbiamo dovuto inventarci una tantum, bonus di vari tipi, la cassa integrazione in deroga.

Tutto questo impone una scelta netta: muoversi verso un sistema di ammortizzatori sociali universale».

Una cassa integrazione uguale per tutti?

«Per tutte le forme di lavoro e, progressivamente, per tutte le imprese, indipendentemente dalle dimensioni e dal settore in cui operano. Dentro questo cambiamento, considerando l’impatto che le nuove tecnologie stanno determinando nel lavoro, bisogna pensare a un Piano nazionale per la formazione permanente.

Dobbiamo mettere in collegamento tutti gli strumenti che abbiamo: dalla cassa integrazione, ai contratti di solidarietà espansiva, all’indennità di disoccupazione, fino al reddito di cittadinanza».

Come pensa di finanziare una cassa integrazione uguale per tutti visto che oggi non tutte le imprese contribuiscono al relativo fondo?

Non c’è il rischio che aumentino i costi soprattutto per le piccole imprese?

«No, anche perché già oggi le piccole imprese partecipano al finanziamento dei fondi bilaterali.

Ma non è questo il punto. Il punto è che questo è il momento di fare delle scelte coraggiose. Un sistema di ammortizzatori sociali universale insieme al diritto alla formazione permanente è un passo necessario per aumentare le competenze delle persone e così la produttività e l’efficienza delle imprese, una volta usciti da questa crisi. Dobbiamo aumentare le nostre conoscenze digitali, accrescere la sicurezza nei luoghi di lavoro, valorizzare la capacità delle persone a lavorare in gruppo partecipando anche alle fasi in cui si assumono le decisioni strategiche delle aziende. È un passaggio epocale che dobbiamo provare a sfruttare».

Lei parla di diritto alla formazione permanente mentre è a rischio, per i più giovani, il diritto stesso all’istruzione con l’allargamento delle diseguaglianze sociali. Non le sembra paradossale?

«Non è paradossale: è lo stesso tema.

La risposta alla precarietà è la libertà nel lavoro. Il diritto alla formazione, e alla conoscenza, comincia sui banchi di scuola e non dovrebbe interrompersi più. La fragilità del nostro sistema produttivo deriva anche dalla scarsa attenzione, pure in termini di investimenti, su formazione, ricerca ed innovazione».

Lo dice in un Paese che, con l’ultimo decreto Rilancio, ha destinato più risorse alla nazionalizzazione dell’Alitalia che alla scuola. E — aggiungo — la nazionalizzazione dell’Alitalia fa parte da tempo del pacchetto di proposte della Cgil. Non ha qualche ripensamento?

«No. La nazionalizzazione dell’Alitalia va considerata all’interno di una strategia complessiva della mobilità, non il mero salvataggio di un vettore. Dietro l’Alitalia ci sono il turismo e il nostro patrimonio culturale ed artistico. Le ricordo che la Germania ha messo circa 10 miliardi per salvare Lufthansa e la Francia quasi 8 per Air France».

Possono permetterselo anche perché hanno bilanci pubblici meno disastrati rispetto al nostro.

«No, perché hanno una strategia di politica industriale».

Ma così lo Stato fa insieme il regolatore e il gestore. Perché pensa ad un ingresso dello Stato anche in Fca in vista della fusione, nel 2021, con Peugeot?

«Perché dentro Peugeot c’è già lo Stato francese. E penso che non sia affatto banale ragionare su una partecipazione pubblica, attraverso, per esempio, Cassa depositi e prestiti. Saper fare automobili è una ricchezza dell’intero Paese. E lo Stato è già oggi dentro i grandi gruppi strategici nazionali, Eni, Enel, Leonardo, Fincantieri.

Continuo a pensare che serva la presenza pubblica per salvaguardare l’occupazione e le competenze ma anche per progettare una mobilità ambientalmente sostenibile».