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La Stampa - Porto Alegre, il movimento chiama la politica

Porto Alegre, il movimento chiama la politica Parte Veltroni, Cofferati risponde all'appello dell'Arci: sì, dialoghiamo E se a Porto Alegre oltre a "un altro mondo", come recita lo slogan...

28/01/2002
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La Stampa

Porto Alegre, il movimento chiama la politica
Parte Veltroni, Cofferati risponde all'appello dell'Arci: sì, dialoghiamo

E se a Porto Alegre oltre a "un altro mondo", come recita lo slogan, fosse in costruzione più modestamente anche un'altra sinistra italiana? A meno tre giorni dal World Social Forum - l'incontro del movimento globale "per un'altra globalizzazione" - la domanda, fino all'altro ieri peregrina e a tutt'oggi comunque azzardata, s'impone di nuovo. In Brasile, mescolati tra i 50mila attivisti da tutto il mondo (a ognuno verrà distribuito regolamentare preservativo), ci saranno i leader Agnoletto e Casarini ma anche Veltroni che è partito ieri, una fetta di Ds, una delegazione (ed è una novità) della Cgil. I no global, che non vogliono più essere chiamati così, hanno rilanciato l'azione in piazza (manifestazione di Roma contro il ddl Bossi-Fini, occupazioni di questo fine settimana dei centri di permanenza per immigrati a Bologna e Modena), ma anche riallacciato "i fili di un dialogo con l'esterno". Li tesse l'estrema destra dell'estrema sinistra.
MOVIMENTO CHIAMA POLITICA. Al congresso nazionale dell'Arci che s'è svolto nel weekend a Vico Equense, il presidente, Tom Benetollo, ha rivolto un appello a Sergio Cofferati. Il movimento, ha detto, non va lontano - a Porto Alegre e in Italia - senza un rapporto saldo con il sindacato: alla faccia di quella fetta radicaleggiante che vede come fumo negli occhi ogni possibilità di dialogo che puzzi di "istituzionalità". Nel documento congressuale si leggeva che "ci sono nuove potenziali alleanze tra il lavoro classico e i nuovi lavori". Che l'Arci in varie occasioni, per esempio per i referendum del 2000, si è già impegnata "direttamente" con Cgil Cisl e Uil. Cosa ha risposto Cofferati?
COFFERATI. Ha detto parole significative, tanto più sullo sfondo della crisi del patto Rutelli-Fassino e delle difficoltà dei Ds: "Noi siamo interessati a una relazione organica con l'Arci, anche a un rapporto sistematico con l'associazionismo, con il volontariato e con il mondo magmatico dei movimenti". In Brasile arriverà una delegazione della Cgil. Cofferati chiede come precondizione, "ai nostri interlocutori, soprattutto ai movimenti giovanili, il rispetto reciproco, cioè sostenere le proprie tesi rifuggendo dalla violenza". È un problema con cui tutti i no global che sbarcano a Porto Alegre hanno fatto i conti?
"VOGLIAMO-DOBBIAMO". Difficile dirlo: Casarini è di nuovo indagato, i dubbi prevalgono sulle certezze. "Vogliamo capire meglio chi siamo e cosa possiamo realizzare", dice Francesco Caruso, il napoletano che s'è conquistato il ruolo di capo della rete campana. "Dobbiamo far vedere che siamo in tanti", spiega Luca Casarini, leader dei disobbedienti, un tempo tute bianche, neoindagato per l'occupazione, venerdì, del centro temporaneo per immigrati di Bologna. "Dobbiamo individuare cosa vogliamo", intima Franco Gesualdi, uno dei responsabili di Lilliput, la rete di Ong "moderate" che lavora sodo, spesso nell'ombra, per dare a questo popolo la faccia credibile che ha, per dire, in Francia, Inghilterra, Stati Uniti. Tre "vogliamo-dobbiamo" a cui bisogna tener fede a Porto Alegre. In che stato di salute ci arriva il movimento italiano?
L'ITALIA E GLI ALTRI. Numericamente è sempre agguerritissimo, anche in Italia. Ma all'estero, in Francia, Inghilterra, Stati Uniti, Canada, s'è costruito nel tempo un cotè meno effimero, meno mediatico. Fuori chi va sui giornali e fa discutere è Attac francese, legata all'entourage di Le Monde. Uffici studi seri come quelli di Global Exchange, Public Citizen, Human Rights. Libri capaci, a torto o ragione, di imporsi, come quelli della Klein o di Susan George. Da noi fanno più rumore occupazioni e picchetti. A Porto Alegre ci saranno 500 delegati, ma solo quattro seminari italiani: il movimento nostrano è tutto cuore e poca testa?
LA PROTESTA "D'OPINIONE". Da un po' di tempo sta provando ad coinvolgere l'opinione pubblica al di là della fetta di società che lo ha sempre fiancheggiato. E allora, accanto ai consueti Dario Fo e Franca Rame, le ultime iniziative hanno coinvolto anche uno come Bruno Trentin. Rossana Rossanda, ma anche don Luigi Ciotti e don Bettazzi. I "vecchi" Marco Revelli e Mario Tronti, con Stefano Benni o Antonio Tabucchi. Toccare, raggiungere, mobilitare: oltre a settori della sinistra tradizionale, i quarantenni un tempo impegnati e adesso disillusi, gli apolitici, o i trentenni "più aperti" che magari già lavorano.
I VENTENNI. E poi i ventenni. Su questo fronte la protesta sta benone, mobilita, tira: c'è l'azione della Rete No Global napoletana, armi e bagagli a Porto Alegre (Caruso: "Non mi chiamate troppo in Brasile, mi fate spendere un patrimonio di telefonino"). C'è il social forum italiano, pieno di giovanissimi. Le occupazioni in mille licei. Il problema, semmai, è come sedurre chi non va più a scuola. Chi non càpita più, o va meno di prima, in un centro sociale. Chi vota poco, e magari neanche più a sinistra.
ATTAC. Lilliput, che riunisce le Ong più silenziose (Arci, Mani Tese, Nigrizia, Centro modello nuovo sviluppo...), da qualche tempo si tiene appartata dalle manifestazioni (ma non c'è polemica, dice Gesualdi, "stiamo ridefinendo la nostra identità"). È appena nata invece, anche in Italia, Attac, da una costola di Attac Francia di Ignacio Ramonet e Bernard Cassen. Duemila iscritti nel mondo, cinquemila attivisti, oltre 70 comitati locali e quattrocento persone - molte sui trent'anni - all'assemblea costitutiva a Bologna. "Un risultato importante - dice Marco Bersani - ora proviamo a trasmettere l'idea di un movimento che lotta, senza spettacolo". Perché "un altro mondo è in costruzione", e forse anche un'altra sinistra.
Jacopo Iacoboni