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Una legge sulla pessima scuola che non tutela i "maestri un po' maghi"

di Domenico Pantaleo

07/01/2016
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L'Huffington Post

Nel mondo ci sono le terre ed i cieli
non sono divisi in scaffali
Nel mondo ci sono le fiabe e le arti
non sono divise in reparti
Nel mondo c'è un nido, che è la tua classe
uscendo non trovi le casse
Nel mondo ci sono maestri un po' maghi
Ci sono, non solo se paghi
Nel mondo il sapere che vuoi si conquista
Nel supermercato si acquista
E allora rispondi con una parola
Com'è che vuoi la tua scuola?

Questa splendida filastrocca è di Bruno Tognolini, poeta, narratore, drammaturgo che ha dedicato la sua vita letteraria all'infanzia. Mi è venuta alla mente perché quella domanda "Com'è che vuoi la tua scuola?" dev'essere il tarlo che accompagna l'impegno di tutti noi. La domanda non è rivolta solo ai bambini, agli scolari e agli studenti, è rivolta alla società intera. E ora che la scuola ricomincia dopo la lunga pausa di Natale e Capodanno, è opportuno rimetterla al centro del dibattito pubblico delle forze sociali, politiche e anche dei media: "Com'è che vogliamo la nostra scuola?".

Nella bella filastrocca di Tognolini ci viene detto, in modo lieve ma profondo, che la scuola non è un supermercato, il sapere non si acquista, ma "si conquista", e i "maestri sono un po' maghi, ci sono, non solo se paghi". Sembra una risposta poetica e una critica ante litteram all'orientamento del tutto ideologico che ha ispirato la legge 107 del 2015 di riforma delle nostre scuole, firmata dalla ministra Stefania Giannini. La risposta che essa fornisce alla domanda "Com'è che vogliamo la nostra scuola?" si è rivelata in diversi punti sbagliata, e soprattutto costituita quasi esclusivamente da considerazioni economicistiche, trasformandola, come dice il poeta, in un supermercato, dove c'è un direttore con ampi poteri e "i maestri un po' maghi" vengono, nei fatti, trasformati in addetti che si possono ricattare, economicamente, espellere, cacciare, con un colpo di matita. Nemmeno una parola su dispersione scolastica, innovazione della didattica, riforma dei cicli e educazione degli adulti che sono le vere questioni da affrontare per una scuola che guardi al futuro e non al passato.

Riprendiamo così il dibattito sui "maestri un po' maghi", estendendo, naturalmente, il gruppo all'intera classe docente delle nostre scuole. Ogni giorno, insieme ai loro ragazzi, la domanda se la pongono, con la concretezza e il pragmatismo che i problemi quotidiani richiedono. Sono maestri e docenti che assumono il peso della responsabilità della formazione delle nuove generazioni, e sanno bene che il sapere, la conoscenza, sono beni comuni fondamentali per una società inclusiva e giusta. La responsabilità conferisce loro una straordinaria funzione sociale, e soprattutto diritti, inalienabili, intoccabili. Perciò, nessun maestro, nessun docente, può essere lasciato solo, abbandonato, escluso, messo in competizione con altri proprio perché, seguendo la profonda intuizione di Bruno Tognolini, "ci sono, non solo se paghi".

La bussola di una qualunque riforma della scuola avrebbe dovuto partire da questo riconoscimento pubblico sul ruolo e la funzione sociale, importantissimi, della classe docente e sul grado notevole delle loro responsabilità sociali, e educativa. Libertà e autonomia del lavoro dei docenti non possono essere calpestati da una scuola trasformata in azienda e non si possono spogliare le persone dei loro diritti costituzionali a partire dal rinnovo del contratto nazionale. Da questo assunto di principio, la Flc Cgil, insieme con altre forze sindacali, ritiene che il piano di assunzioni avrebbe dovuto garantire la stabilizzazione per tutti i precari che a vario titolo in questi anni hanno maturato il cosiddetto diritto alle immissioni in ruolo. Si sarebbe fornita una risposta non solo economicistica alla domanda di partenza e avremmo potuto parlare di quella vera Buona Scuola di cui tanto abbiamo bisogno e per la quale ci battiamo. Invece, a causa di una legge regressiva e autoritaria che non abbiamo condiviso e che abbiamo più volte denunciato, siamo nella condizione in cui i tanti docenti e lavoratori precari che oggi stanno lavorando nelle nostre scuole, alcuni anche da anni, rischiano di non lavorare più. Si tratta di decine di migliaia di docenti, i quali, nonostante un concorso già indetto per decreto, potrebbero rimanere fuori dal circuito del lavoro pur essendo abilitati e pur avendo almeno 3 anni di servizio. La Corte europea di giustizia, che affronta le questioni dei diritti, e non si lascia condizionare dalle partite di bilancio, ha già sanzionato l'Italia, condannandola ad assumere tutti coloro che ne abbiano i requisiti. Quel concorso non rispetta la sentenza della Corte Europea, e pertanto andrebbe sensatamente rinviato a dopo la stabilizzazione dei docenti.

E che ne è dei "maestri un po' maghi"? Per loro si annunciano tempi difficili e grami. Il ministero ha bloccato la stabilizzazione e potenziamento dell'offerta formativa per i docenti delle scuole dell'infanzia già immessi nelle graduatorie ad esaurimento e di merito, discriminandoli rispetto agli altri docenti precari. Per loro, il piano di assunzione finisce qui, in attesa della riforma delle scuole dell'infanzia, prevista dalla legge delega, sulla quale però non vi è ancora chiarezza.

È poi emerso il dramma dei docenti della cosiddetta "seconda fascia", dove sono collocati tantissimi abilitati in Matematica o in Lingue e Letterature straniere o specializzati nel sostegno. La gran parte di loro ha già almeno 3 anni di servizio, ma la legge 107/15 non li ha presi minimamente in considerazione. È assurdo e incomprensibile avere escluso tutto il personale Ata dal piano di stabilizzazione, ritenuto residuale e non una componente fondamentale per far funzionare le scuole. Noi, forze sindacali, non li lasceremo soli, e con loro proseguiremo una battaglia di dignità, che ha un notevole valore sociale.

"Com'è che vorremmo la nostra scuola?": piena di ragazzi e ragazze felici di apprendere e di conoscere, e di "maestri maghi" e docenti stabili verso i quali la società intera esprime gratitudine, ma soprattutto attenzione ai diritti e alla straordinaria funzione sociale. Continuare a rivendicare un radicale cambiamento della legge sulla pessima scuola è una battaglia di civiltà e democrazia per affermare una scuola realmente egualitaria e inclusiva.