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Il valore di ricerca e formazione

In Italia il dibattito non è incentrato su come rendere culturalmente competitivo il Paese, e in particolare il settore della medicina, ma piuttosto, per esempio, sull’ipotesi di ridurre gli anni di studio all’interno delle scuole di specializzazione perché mancano i medici.

23/12/2018
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Corriere della sera

di Paolo Corradini*

Emerge con forza nel campo della cura dei tumori del sangue l’uso di una diagnostica molecolare sempre più sofisticata per cercare di personalizzare la terapia e la prognosi del paziente.

Dal congresso dell’American Society of Hematology, tenutosi a fine dicembre con 30mila partecipanti da tutto il mondo, emerge poi con evidenza il balzo verso le applicazioni concrete della terapia genica (ad esempio nella cura della talassemia) e dell’immunoterapia con linfociti geneticamente modificati (i cosiddetti Car-T) che hanno dato in linfomi e leucemie risultati davvero impensabili fino a pochi anni fa. La rapida evoluzione della ricerca comporta però che l’ematologo sia costretto a una formazione perenne per saper usare questi nuovi farmaci e sapere gestire delle nuove complicanze, che sono potenzialmente mortali se non ben curate. E il nostro Paese come si colloca in questo scenario? I ricercatori italiani producono spesso buoni lavori scientifici e ricevono anche premi molto importanti a livello mondiale, ma molti di loro lavorano all’estero e altri sono costretti a lavorare in istituzioni o università poco organizzate, se paragonate agli Usa o ad alcune nazioni europee.

In Italia il dibattito non è però incentrato su come rendere culturalmente competitivo il Paese, e in particolare il settore della medicina, ma piuttosto, per esempio, sull’ipotesi di ridurre gli anni di studio all’interno delle scuole di specializzazione perché mancano i medici. La percezione di chi fa ricerca è invece di vivere in un Paese che perde competitività, che non programma quasi nulla, che spesso va in controtendenza con il mondo e non si pone quesiti seri sulle vere domande che abitano l’animo umano.

Una società che non investe seriamente in cultura, ricerca, salute, giustizia ed ecologia che ruolo può avere nel mondo occidentale e che mondo può lasciare alle generazioni future? L’Italia ha avuto la prima Università e il primo comitato etico del mondo per tutelare i diritti dei pazienti: oggi non sembra sappiamo dove vogliamo andare.

Considerando le risorse del Paese e i costi della nuova diagnostica di precisione e delle terapie innovative, ora è ancora più importante fare seri programmi di medio e lungo termine: il rischio, altrimenti, è che gli italiani non potranno beneficiare nei prossimi anni delle cure migliori contro queste e molte altre malattie.

* Presidente Soc. Italiana di Ematologia