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Il Fatto: L'istruzione che non c'è

Marina Boscaino

25/01/2010
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Il Fatto Quotidiano

La commissione "Lavoro " in un paese civile e democratico non dovrebbe avere nulla a che fare con il destino di ragazzi di 15 anni. Invece un emendamento al disegno di legge sul lavoro, collegato alla Finanziaria, è stato approvato proprio da quell'articolazione della Camera: l'apprendistato potrebbe assolvere a tutti gli effetti l'obbligo di istruzione. Come insegnante democratica ho assistito alla generale levata di scudi contro il provvedimento. Con sollievo, perché improvvisamente l'Italia sembra rendersi conto di quanto la frequenza scolastica sia elemento portante e concreto dello sviluppo, della crescita e del progresso di una società. Con disorientamento, perché l'indignazione di oggi è incongruente rispetto alla noncuranza con cui sono state affrontate l'ambiguità e la manipolazione di concetti fondativi della democrazia e delle pari opportunità, quando sarebbe stata possibile una vera battaglia sull'innalzamento dell'obbligo
scolastico comprensivo dei primo biennio della super iore. Nel corso degli ultimi 10 anni questa materia ha appassionato solo (alcuni) addetti ai lavori: la legge 10 del 2000, con Berlinguer e De Mauro, innalzava l'obbligo scolastico dai 6 ai 15 anni di età; significava tutti dentro la scuola, come ancora adesso accade fino ai 13 anni, alla terza media. Su quella legge si sono accaniti gli interventi più fantasiosi, tutti lesivi del diritto/dovere allo studio degli adolescenti. L'astuzia politica è stata giocare su un'ambiguità linguistica: sostituire al concetto di obbligo "scolastico" (scuola, cultura, socializzazione, condivisione, integrazione, recupero, inclusione) quello di obbligo "di istruzione". Dal ministro Moratti, passando per Fioroni, fino a Gelmini, l'obbligo di istruzione può così essere assolto a scuola, ma anche nei "percorsi e progetti" che diversi enti locali affidano alle agenzie formative private, esterne al sistema scolastico. Coloro che ci governano hanno progetti certamente chiari, soprattutto quando si tratta di divaricare in maniera definitiva sorti e immobilizzare destini socialmente determinati: si pensi alla normativa sull'immigrazione. Ecco dunque l'idea di far assolvere l'obbligo - l'unico che ormai la nostra
legislazione contempla, quello di "istruzione" - anche nell'apprendistato: peraltro un tentativo di superare surrettiziamente anche l'età minima per lavorare, fissata dal precedente governo di centrosinistra a 16 anni. Rinunciare definitivamente all'età di 15 anni alla formazione scolastica per imparare un mestiere, equivale - secondo Cazzola e i suoi seguaci - all'ultimo anno di istruzione. Contemporaneamente, è il nostro stesso paese che rinuncia a lavoratori e cittadini più consapevoli. È questo il risultato della svendita di principi e diritti praticata negli ultimi 10 anni. Inutile dire che le vittime predestinate di questo clamoroso passo indietro della civiltà saranno "gli sfigati": invece che attrezzare scuole, provvedere a programmi di recupero culturale e soprattutto di motivazione,
diminuire l'attuale rapporto alunni-docente che impedisce la relazione educativa, disporre strategie formative, lo Stato li indirizza e confina nel lavoro precoce. La scuola così com'è non è adatta a includere tutti i giovani cittadini, rispettando le loro individualità. La risposta è allontanare le variabili scomode, confinandole nell'addestramento di basso profilo, impoverendo al contempo la scuola con tagli clamorosi. Mentre sarebbe stato necessario darle un respiro flessibile, attraverso investimenti economici, umani e professionali. Come continua ad esigere l'art. 3 della Costituzione. Dove fossero coloro che oggi si indignano sui media, mentre alcuni di noi insegnanti non rinunciavano a gridare quanto la strada presa fosse pericolosa, non sta a me dirlo. Certo tacevano. L'impressione è che oggi sia tardi per rimuovere il vuoto drammatico che quel silenzio ha provocato.


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