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Il “bipensiero” del Miur

Di Teresa D’Errico

09/08/2016
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Retescuole

Sapere e non sapere; credere fermamente di dire verità sacrosante mentre si pronunciavano le menzogne più artefatte; ritenere contemporaneamente valide due opinioni che si annullavano a vicenda; sapendole contraddittorie fra di loro e tuttavia credendo in entrambe, fare uso della logica contro la logica; rinnegare la morale proprio nell’atto di rivendicarla; credere che la democrazia sia impossibile e nello stesso tempo vedere nel Partito l’unico suo garante. (G. Orwell, 1984)

Orwell lo chiamava “bipensiero”. Si tratta di una forma di disonestà intellettuale che determina un uso manipolatorio del linguaggio, atto a irretire le masse, creare caos e spacciare come urgenti e inevitabili, estremamente necessari, provvedimenti che, invece, nascondono una matrice antidemocratica e altamente lesiva della serena vita collettiva.

Questo è, in linea di massima, ciò che si è verificato con la legge 107/2015, detta “La buona scuola”: inizialmente una minaccia solo per l’organizzazione scolastica, poi un pericolo per l’idea stessa della libertà d’insegnamento e per il normale diritto allo studio dei giovani, la riforma Giannini si è trasformata, infine, in un attacco diretto alla vita delle persone, alla naturale unione delle famiglie, alla qualità della vita dei cittadini.

Ma procediamo con ordine.

  • Una minaccia per l’organizzazione scolastica.

Reclutare in modo indiscriminato – senza fare, cioè, un concreto screening delle esigenze specifiche delle singole scuole italiane – migliaia di insegnanti rimasti, in effetti, senza classi e senza funzioni, e dotarli pure della seducente veste di “potenziatori” non ha modificato in meglio la situazione della scuola pubblica ed ha, anzi, creato soltanto caos: le assunzioni di tali docenti sono avvenute senza alcun rispetto del rapporto di congruità tra le classi di concorso e le scuole alle quali gli insegnanti neoassunti sono stati assegnati. Pertanto, ad esempio, docenti di diritto o di dattilografia sono stati destinati a licei scientifici o classici, dove – è noto – non si insegna diritto e non si studia dattilografia! Questi docenti senza funzione hanno, quindi, svolto qualche supplenza oppure, in qualche caso, hanno attivato sporadici progetti pomeridiani, frequentati in modo facoltativo da alunni volenterosi e, comunque, in numero minimo. Lo stipendio dei docenti “potenziatori”, però, equivale a quello di insegnanti di ruolo che lavorano cinque ore in classe, elaborano e correggono compiti scritti, svolgono mediamente sette/otto interrogazioni al giorno, studiano per preparare le loro lezioni e per tener desta la motivazione dei loro studenti.

Omologare situazioni e condizioni è l’esatto contrario dell’idea di merito tanto millantata dal MIUR come principio ispiratore della “Buona scuola”.

Anche l’introduzione del sistema degli ambiti territoriali e dell’organico di rete ha ulteriormente contribuito ad azzerare le differenze tra i neoassunti e tutti i docenti che sono titolari da anni. Questi ultimi, infatti, qualora facciano domanda di mobilità o si trovino nella sciagurata condizione di essere in esubero, finiscono – come i neoassunti, appunto – nella “rete”, una dimensione virtuale di anime vaganti, insegnanti senza ruolo, pedine di una scacchiera di cui non si individuano le caselle, vittime di una flessibilità logistica che fa di loro dei Jolly di cui però nessun dirigente potrebbe avere bisogno … destinati, insomma, a rimanere nella “rete”, finché le maglie tengono

A ben guardare, si registra una precarizzazione generale, paradossalmente generata da una riforma che si proponeva di combattere il precariato storico della scuola! Questa non è solo una minaccia per l’organizzazione scolastica, è un’incongruenza che sconfina nell’ingiustizia.

  • Un pericolo per l’idea stessa della libertà d’insegnamento e per il diritto allo studio dei giovani.

Attribuire ai dirigenti scolastici enormi poteri (di selezione del personale in entrata, di valutazione del personale in servizio ai fini dell’attribuzione del bonus premiale, etc.) non solo condanna proprio i dirigenti all’assunzione di responsabilità nuove rispetto alle loro stesse prerogative contrattuali, con conseguenti rischi, eventuali contenziosi, aumento degli oneri lavorativi – in quanto, di fatto, relativamente alle nomine dei docenti, i presidi si trovano a svolgere funzioni fino ad ora di pertinenza dei provveditorati – ma determina una stortura dell’idea stessa di scuola come dimensione di lavoro cooperativo. Competizione per il conseguimento del bonus, acritico allineamento alle volontà di chi dirige la scuola, tensione volta a evitare il rischio di essere allontanati in quanto considerati – da chi ora ha ampi poteri discrezionali – non più funzionali o comunque non adatti all’offerta formativa dell’istituto: queste sono, ormai, le nuove categorie comportamentali dei docenti, sfiniti dall’atmosfera “stressogena” di istituti scolastici trasformati in giungle darwinisticamente organizzate per effetto di una dissennata riforma. E la didattica, in tutto ciò, è davvero l’ultima preoccupazione.

Di quale libertà di insegnamento si potrà parlare? E gli studenti quale diritto allo studio potranno rivendicare? Si svolgeranno programmi e verifiche che l’indirizzo della scuola, voluto dal dirigente, richiederà: prove uguali per tutti o comunque preconfezionate secondo le precise indicazioni di chi predispone e amministra la mission della scuola, l’Invalsi come strumento di valutazione dell’efficacia dei docenti, autopubblicazione da parte degli istituti scolastici di manuali di studio in versione multimediale, metodologie all’avanguardia come la flipped classroom, sostituzione delle lezioni tradizionali con l’uso di agili e flessibili piattaforme digitali. Semplificazione, efficienza, nuove tecnologie didattiche, rapidità sono le nuove parole d’ordine calate dall’alto, imposte dal MIUR, il Ministero dell’Indottrinamento Uniformato Renzianamente.

E chi non si allinea è fuori… finisce nella “rete”.

  • Un attacco diretto alla vita delle persone, alla naturale unione delle famiglie, alla qualità della vita dei cittadini.

Sembra incredibile. In fondo era solo una riforma del sistema scolastico. Invece è stata una devastazione. Molte testate giornalistiche hanno parlato di deportazione degli insegnanti. L’innovativo sistema digitale, attraverso la semplificazione dell’algoritmo, ha decretato trasferimenti vandalici di docenti dalla Sicilia al Nord Italia. Certo, si potrebbe rispondere, “di che vi lamentate, vi diamo un lavoro!”

Invece ci lamentiamo: un lavoro  serve a vivere. Uno stato – lo diceva Aristotele – ha il compito di assicurare una vita felice. Ma questo governo forse non conosce Aristotele.

Una madre non può lasciare i figli. Certamente lascerà il lavoro. Forse si tratta di strategie economiche e di sofisticate politiche del lavoro: causare autolicenziamenti per sistemare tutti i precari che l’Europa aveva imposto di stabilizzare; “rottamare” i vecchi, i professori soprannumerari, personale in esubero, una “zavorra” di cui liberarsi per fare posto ai giovani, sostituire l’esperienza con l’energia, gli anni di servizio con nuove e non ben identificate “competenze”. Questa è la “neolingua” – per usare un termine orwelliano – cara al MIUR: eliminare, sostituire, rottamare, idee che da qualche anno sono al governo!

Occorre, a questo punto, rimettere in ordine concetti e parole in uso nella 107/2015 e fare chiarezza nel bi-pensiero del MIUR.

Sono stati chiamati neoassunti/potenziatori: in realtà non hanno potenziato nulla, non hanno avuto un ruolo, sono stati, però, pagati come tutti gli altri docenti.

È stato chiamato merito: invece non sempre e non ovunque la capacità di saper insegnare è stata valorizzata. Ha prevalso, in genere, la disponibilità a collaborare con i dirigenti scolastici, ad assumere incarichi di carattere organizzativo.

È stata chiamata “fine del precariato”: il precariato, a dire il vero, non è finito. Per un gioco di illusioni e mistificazioni i contratti non sono annuali, sono triennali. Ma dopo un triennio di lavoro? Mah, non si sa.

È stata chiamata “La buona scuola”. È lecito chiedersi: ma si conosce il significato delle parole “buona” e “scuola”?

Scriveva Sallustio: davvero abbiamo smarrito da tempo il vero significato delle parole. (…) La spregiudicatezza nelle male azioni è sinonimo di forza d’animo; per questo lo Stato è caduto tanto in basso!