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I veri numeri sul virus a scuola "Ci si contagia quanto all’esterno"

I dati dell’Istituto di sanità. E lo studio del biologo Bucci conferma: "Non è più pericolosa, ma neppure più protetta" Ad aumentare i rischi la difformità di regole fra Regioni. Intanto dilaga alle superiori l’opzione didattica a distanza

24/10/2020
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la Repubblica

Corrado Zunino

"La scuola sicura" non esiste. Appunto, è uno slogan. Esiste la scuola insicura come il resto della società, esattamente come la media dei contagi nel resto della popolazione. Un po’ di dati offerti con logica statistica, finalmente, dopo settimane di zero virgola zero branditi per dimostrare tesi.

Il Patto trasversale per la scienza, qui guidato dai professori Enrico Bucci, Guido Poli e Antonella Viola, ha appena realizzato una "Indagine sulla propagazione del virus nelle scuole" che offre quattro conclusioni nette. Queste: «I dati considerati non supportano un ruolo delle scuole come moltiplicatore di infezioni. I dati mostrano che le scuole non sono più protette del resto della comunità. Il tasso di infezione scolastica appare seguire quello della comunità circostante. La probabilità di infezione in una scuola non è significativamente diversa da quella della società nel suo complesso».

Quattro modi per dire la stessa cosa: a scuola, almeno oggi, non c’è una protezione speciale, ma, parallelamente, non è il naturale assembramento della scuola a provocare lì, in classe e nei corridoi, una moltiplicazione dei contagi.

Il faticoso studio — «i dati ci sono, ma bisogna andarli a cercare come aghi nei pagliai delle Aziende sanitarie locali», dice Bucci — prende in esame tre aree importanti sia dal punto di vista demografico che epidemiologico: la provincia di Milano, la provincia di Bergamo e la regione Lazio. In particolare, dalle ultime due realtà geografiche si vede che dall’1 al 21 ottobre la crescita dei contagi sia forte tra gli studenti e la popolazione tutta e sia tra le due corti parallela, con valori decisamente vicini. I positivi nella scuola — nell’ultima settimana per il Lazio (23,5 ogni centomila contro 19) e nelle ultime tre settimane per Bergamo (7,8 contro 5,1) — sono leggermente di più, «ma nei tre campioni esaminati la circolazione del virus nelle scuole non appare superiore a quanto avviene nel complesso della comunità di riferimento». Questo assioma — «la scuola contagiosa esattamente come la società» — è confermato dai dati comparati tra gli istituti scolastici che hanno avviato l’anno scolastico prima, il 14 settembre, e quelli che hanno aperto successivamente: hanno crescite di contagi simili. Il lavoro sui protocolli regionali, tuttavia, fa pensare che la scuola sia resa più insicura dal fatto che non esistano regole nazionali, ma interpretazioni territorio per territorio. «Servirebbe una quarantena rigorosa per tutti coloro che devono fare i tamponi», spiega Bucci. E invece l’Emilia Romagna suggerisce ai compagni di uno studente positivo di tornare in classe in attesa del risultato del test. E non prevede l’utilizzo della mascherina Ffp2 fino alla conoscenza del risultato. «La scuola dovrebbe estendere l’uso delle mascherine anche ai banchi e non affidare responsabilità così grandi ai presidi, figure che non possono avere cognizioni epidemiologiche ».

Per il biologo Bucci la scelta dei governatori di sottrarre studenti alla scuola in presenza oggi è immotivata: «È la paura che ispira le scelte, ma è tardi per chiudere selettivamente ».

L’Istituto superiore di sanità, per parte sua, assorbe i dati fin qui offerti dal ministero dell’Istruzione, non parla più dei singoli contagi e nel report settimanale rivela che i focolai negli istituti scolastici sono in aumento, pur restando il 3,5 del totale (la massa che frequenta la scuola è il 15,7 per cento della popolazione). Il professor Massimo Galli, infettivologo del Sacco, crede, invece, che gli assembramenti dell’istruzione abbiano un ruolo nel peggioramento generale: «In questo momento non possiamo avere tutti i ragazzi a scuola, quelli delle superiori in particolare. Vanno prese decisioni drastiche e limitative». Vincenzo De Luca è pronto a chiudere tutti i cicli della Campania. E con le ordinanze di Friuli, Sardegna, Calabria e Sicilia diventano quindici le Regioni (più la provincia autonoma dell’Alto Adige) che hanno portato le superiori in didattica a distanza. Solo Emilia Romagna e Trentino si sono opposti.