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I ragionieri del voto

Una riflessione del docente Guido Trombetti

24/06/2019
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la Repubblica

«Il nostro tempo vive una vera e propria fascinazione per il numero. Si tratta di un feticismo, che ha massicciamente invaso anche la scuola. Dall’uno al due,uno più, due e mezzo, tre meno senza trascurare la presenza immancabile del quattro». Così su "Repubblica" di alcuni giorni or sono Massimo Recalcati. La sua preoccupazione è che nella scuola «la selezione rischi di precedere la formazione anziché esserne una sua logica conseguenza». Francamente non credo che il " feticismo" della valutazione di precisione, quella dei due più e dei quattro meno meno, sia ascrivibile al nostro tempo.

Magari è soltanto posto maggiormente in risalto dall’ubriacatura di valutazioni che è il dominus odierno.
Nella scuola, ma non solo, sopravvive una particolare tipologia di ragionieri ( con tutto il rispetto per quelli della partita doppia, direbbe Umberto Eco). I ragionieri del voto. Cioè quei personaggi convinti di possedere, per assegnare un voto, il calibro di precisione. Capace di misurare una larghezza con un errore di un millesimo di millimetro. Ma questa particolare tipologia di soggetti io la ricordo in sella già oltre cinquant’anni fa. Quindi non mi appaiono come un prodotto del nostro tempo. Ma bensì un fenotipo antico. Personalmente non mi sono mai sentito depositario della perfezione nell’assegnare un voto. Affidandomi più alla impressione d’insieme che ad astrusi algoritmi per sintetizzare in un numeretto un giudizio. E nel dubbio tra due voti scegliendo sempre di dare il voto più alto. Meglio incoraggiare che deprimere. Il voto non è un fine della didattica. Ma soltanto un giudizio di sintesi sul livello di apprendimento. Ampiamente soggetto ad errore.

C’è invece, nelle scuole di ogni ordine e grado, chi si ritiene depositario di una missione (e di una dote) sovrannaturale. Assegnare voti. Così da non avere alcun dubbio nel distinguere tra 24 e 25 o tra 5 e mezzo e 6.
Francamente questi ragionieri non li ho mai capiti. Sono più che altro dei presuntuosi. Un fenomeno complesso come l’apprendimento è difficile da ricondurre a un’unica misura quantitativa.

Qualcuno mi ha spiegato (ma è vero?) come si assegnano i voti finali nelle scuole. Si fa la brutale media aritmetica. Se la media è 7,49 si da 7. Se è 7,51 invece 8. Due centesimi di distanza che diventano una unità. Forse è questo che fa parlare Recalcati di fascinazione dei numeri?
È come se si volessero ridurre i margini della valutazione individuale, lasciando che un meccanismo "oggettivo" predetermini il risultato.
È pur vero che alla resa dei conti un voto si lo deve dare.

Ma quello che io critico, come Recalcati, è un certo atteggiamento mentale. Che pone il dio voto al centro dell’universo didattico. Quante volte, per dirne un’ altra, si sentono distinguere i docenti in stretti o larghi di voto.
Stretto? Largo? Ma che significa? Siamo vicoli o professori?
Ma se proprio occorre schierarsi allora lo dico: io sto con quelli larghi.
Vogliamo ripetere qui quanto detto milioni di volte?
Ripetiamolo pure. La scuola deve innanzitutto formare.

Deve far lievitare la coscienza critica dei ragazzi. Aiutarli a capire quanto sia importante la conoscenza. Unico vero ascensore sociale. E ancor più aiutare i ragazzi ad individuare i loro talenti. Le loro propensioni. Anche al fine di favorire future scelte ponderate.
Occorre certamente agire sulle modalità di insegnamento, specialmente nelle scuole secondarie. Spesso la didattica è statica. Concentrata sul sapere acquisito. Ad esempio la matematica viene (spesso ma, per fortuna, non sempre) trasmessa come un insieme di conoscenze imbalsamate in un formalismo asfissiante. Occorre invece stimolare la creatività. Sottolineare quanto vi è di indeciso nella conoscenza. Sia che si parli di fisica, di matematica o di storia. Far emergere insomma il grande fascino del sapere che è sempre in movimento. È sempre emendabile.

Queste però, come quella del cinque più (che non è sei), sono questioni dibattute da sempre. E non del nostro tempo. E poi in fondo qui e lì dei progressi si colgono.
Come ad esempio l’introduzione della fisica moderna (relatività, quanti...) nelle ultime classi liceali.
Diceva Caccioppoli: «Quale crimine non si attribuisce ad una sigaretta». Viene da dire: quale crimine non si attribuisce al nostro tempo?