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Gli Istituti Professionali nello schema di decreto: settore separato dell’istruzione?

di Antonio Valentino

18/03/2017
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ScuolaOggi

Il dibattito sugli otto schemi di decreto del MIUR, su altrettanto materie sulle quali la Legge 107 prevede la delega, non ha coinvolto più di tanto il mondo della scuola. Certamente moltissime audizioni, qualche convegno e seminario; ma niente che significasse impegno o interesse diffuso a partecipare alla discussione aperta dai testi ministeriali.

E ciò nonostante che le questioni poste al centro dell’attenzione affrontino aree problematiche destinate a pesare, nel bene o nel male, sui processi di riforma della così detta Buona Scuola.

È noto che l’accelerazione sulle deleghe è stata voluta dalla Ministra praticamente a due mesi dalla loro scadenza. E questo spiega i diversi livelli di elaborazione dei testi e le difficoltà a confrontarsi con essi. Comunque ritengo positiva questa mossa della Ministra Fedeli. Se non altro perché le questioni su cui si è discusso e si sta ancora discutendo sono di quelle da considerare centrali per la vita del sistema scuola e del suo rinnovamento.  Rilanciarle quindi nelle varie sedi - anche se in tempi ridotti e con assenze significative nel dibattito - ha avuto il senso di confrontarsi con le questioni centrali del fare scuola oggi, delle sue nuove parole chiave e delle strategie più opportune in questa fase.

Delle otto deleghe, quella sulla Istruzione Professionale sembra abbia coinvolto di meno. Andrebbero capite le ragioni.  Certamente pesano le diverse questioni – e tutte di elevata complessità - che si intrecciano in questa area dell’istruzione (il rapporto istruzione-formazione professionale; le ambiguità del testo costituzionale – art. 117, così come riscritto dalla riforma del 2001 -; gli studenti che la frequentano, spesso problematici e di difficile gestione per le storie che si portano dietro ….).

È senza dubbio importante che la L. 107 abbia risollevato il problema per uscire da una emergenza particolarmente preoccupante e che abbia prospettato di uscirne attraverso una apposita delega.  Anche se resta da capire come una questione che riguarda l’impianto complessivo del sistema scuola (di cui l’istruzione professionale è una delle tre gambe) possa essere affrontata fuori da un ridisegno complessivo della secondaria di secondo grado.

Chiavi di lettura dello schema di decreto

Nel merito dello schema di decreto, la immediata percezione che si ha dopo una sua prima lettura è che si voglia costruire un settore dell’istruzione separato dalle altre due gambe del sistema (l’istruzione liceale e l’istruzione tecnica). Un corpo a sé, quasi estraneo al sistema. Da tenere separato perché a frequentarlo (che non significa necessariamente a sceglierlo) sono, in misura considerata prevalente, ragazzi poco scolarizzati e con situazioni difficili alle spalle. Ai quali si vuole offrire comunque opportunità di “recupero”. Prospettiva, questa, ovviamente apprezzabile.

Ad una analisi attenta, due sembrano essere le possibili chiavi di lettura della proposta ministeriale.

La prima, che sottolinea le novità rappresentate dall’introduzione del Piano Formativo Individuale (PFI), dall’individualizzazione degli apprendimenti e dalla istituzione della figura del tutor per ogni ragazzo. Che sono scelte di attenzione potenzialmente promettenti per meglio cogliere situazioni di svantaggio e meglio fronteggiarli.

Per poterla ben valutare occorrerebbe però sapere se c’è un investimento o se invece l’operazione è sostanzialmente a costo zero. E sembra di capire che risorse fresche non ce ne siano. Né si può dire che l’introduzione di più ore di copresenza per attività di laboratorio (tutta da dimostrare, leggendo le tabelle orarie) significhi un maggiore impegno sul piano finanziario, dal momento che la delega prevede comunque bilanciamenti nell’offerta formativa che non dovranno comportare costi aggiuntivi.

La seconda sottolinea l’ulteriore schiacciamento della formazione sul versante professionale nella sua versione applicativa/addestrativa e prevalentemente operativa. Si capisce, soprattutto attraverso gli articoli 4 e 5 sull’assetto organizzativo e didattico, che questa scelta venga assunta anche come la strategia vincente contro il disagio e la demotivazione.

In altri termini, la ricetta sembra essere: più professionalizzazione per vincere il disagio e le difficoltà degli studenti (è ovviamente una semplificazione, per intenderci più facilmente).

La previsione poi della “Rete nazionale delle scuole professionali", che a sua volta si raccorda con la “Rete nazionale dei servizi per le politiche del lavoro”, evidenzia ulteriormente l’importanza che si intende dare a questa strategia per contrastare il disagio e sottolinea senza ambiguità la centralità di una professionalizzazione marcatamente settoriale.

Queste griglie di lettura considerate comparativamente portano, senza forzature, ad una valutazione sostanzialmente negativa dell’intero ridisegno. 

Ci sono certamente proposte didatticamente e organizzativamente interessanti; ma la domanda è: l’insistenza sul tipo di professionalizzazione previsto veramente giova a motivare gli studenti, a farli sentire dentro un progetto e una struttura che li coinvolga, ne riduca svantaggi e problemi e offra prospettive promettenti?

Dalle rilevazioni critiche a diverse linee di ricerca per il rilancio degli IP

Le esperienze degli ultimi decenni ci consegnano alcune ipotesi di lavoro che nel testo governativo non pare siano considerate come dovrebbero. Ne richiamo soprattutto tre.

La prima riguarda le modalità di rilancio degli Istituti professionali.   Le direzioni di lavoro mi sembrano soprattutto queste:

Pensare ad un modello organizzativo[1] e ad un impianto formativo che tendano a valorizzare soprattutto il tipo di intelligenza più diffuso tra chi attualmente li sceglie o tra quelli a cui si intende proporre l’offerta dei vari percorsi (il target a cui si pensa in una operazione di riordino)[2]. Sulla base – e questo è il prius - di una diversa considerazione dell’orientamento (riprenderò in seguito questo punto). 

Investire sugli insegnanti e DS ‘bravi’, che sono la leva strategica per eccellenza. In grado di qualificare la didattica in tutte le sue variabili (valutazione/autovalutazione, orientamento, comunicazione ….) e  puntare sulla fiducia e sull’autostima dei ragazzi.  

Considerazioni, queste, che valgono ovviamente anche per le altre due gambe del sistema, ma che sono soprattutto importanti per quella più ‘sofferente’.

La seconda considera partitamente la questione degli insegnanti ‘bravi’. E pone l’accento sulle forme di reclutamento del personale che dovrebbero essere particolarmente stringenti (almeno nella fase di riordino e rilancio): agli IP - mi riferisco ai docenti e ai DS - si va perché li si sceglie, ma anche perché   si è scelti in quanto particolarmente attrezzati e motivati. Ovviamente andrebbero previsti riconoscimenti, per esempio, attraverso bonus premiali garantiti o crediti da ‘spendere’ per la carriera o per una più celere progressione economica.

Al riguardo ci sono – ovvio – interrogativi e problemi consistenti di natura sindacale. Ma occorrerebbe comunque ragionarci, data la rilevanza anche sociale della posta in gioco.

La terza punta a dare evidenza e importanza agli investimenti in strutture, in decoro ambientale e laboratori. Scelte capaci di creare appeal.

È perdente, comunque, impoverire culturalmente gli IP con provvedimenti tipo: riduzione della cultura generale (che non dovrebbe avere niente a che fare con una cultura libresca o accademica, nella sua accezione negativa) e centralità ossessiva di una cultura professionale schiacciata sull’addestrativo e sull’operativo, visti quasi come contrapposti al riflessivo. Non si recupera così il disagio sociale e giovanile. Né si costruisce una cultura del lavoro.  

Ripensare l’orientamento

Andrebbe recuperato, nell’orientamento scolastico e quindi nella scelta di qualunque tipo di scuola del secondo ciclo, l’idea maestra che a scuola si va per imparare a stare al mondo in modo intelligente, da cittadini in erba “riflessivi” e preparati anche per affrontare l’esperienza lavorativa. Restano ovviamente, anche in questa visione, importanti questioni in sospeso (socioeconomici, culturali…), però si fa almeno la propria parte.

Tutto questo presuppone che l’orientamento a scuola, almeno dalla secondaria di primo grado,  

muova da una esplorazione individualizzata e personalizzata di attitudini e interessi e dalla consapevolezza che chi è in formazione è soggetto a molteplici oscillazioni, 

metta nel conto anche l’insuccesso parziale (che comunque non è la sconfitta)

parta dal fatto che la rivoluzione tecnologica in atto - che non sappiamo ancora dove porterà - più che professionalizzazioni settorializzate (tipo quelle previste con gli 11 indirizzi dello schema di decreto), richiede competenze di cittadinanza attiva  (previste tra l’altro dal nostro ordinamento) e rinnovata cultura.

I ragazzi che vanno al Professionale non credo chiedano di essere professionalizzati in campi che tra 10 anni cambieranno volto; la domanda sembra essere quella del fare, costruire, ricercare soluzioni a problemi, partendo da una proposta curricolare articolata in saperi essenziali, comuni a tutti, e in aree opzionali che intercettino attitudini, attese, bisogni propri di adolescenti in formazione; e anche quella di essere aiutati e sostenuti in tutto questo.

È in queste aree che potrebbero / dovrebbero trovare spazio esperienze formative declinate su professioni specifiche da sperimentare sul campo, anche come occasioni di crescita di una cultura del lavoro.

E per finire

La conclusione, ovviamente non assertiva, ma ipotetica (in grado quindi di farsi carico dei rischi e problemi connessi) è che bisognerebbe pensare (con la necessaria accortezza e flessibilità) ad un segmento di scuola che sviluppi prioritariamente l’intelligenza linguistica (che dà gambe alle competenze di cittadinanza e che non va pertanto ridotta a padronanza di grammatica e sintassi) e valorizzi intelligenze di tipo operativo, tecnologico  e imprenditivo (per usare le categorie di Gardner); non a intelligenze che si considerano di qualità più bassa, solo perché, nella maggior parte dei casi, condizionate da situazioni familiari difficili o da disagi e problemi relazionali di diversa origine.

Ai ragazzi che sono in queste situazioni non propongo una scuola angusta, tutta rinchiusa nel numero ristretto di 11 indirizzi e in Reti tipo quelle prospettate nello schema di decreto; ma ambienti e situazioni di apprendimento coinvolgenti, aperti, co-progettati, curati da professionisti della didattica e della relazione educativa.

Ovviamente, riflessioni che muovano da questa visione e da queste preoccupazioni lasciano il tempo che trovano se non si trasformano in progetto credibile e ipotesi di lavoro fattibili e promettenti. In grado cioè di mobilitare intelligenze e valorizzare esperienze; ma anche attivare e governare processi, che richiedono sempre, per essere efficaci, tempi non brevi e comunque distesi. 

O no?

[1] Interessanti le proposte degli artt. 4 e 5 dello schema di decreto sul Piano formativo individuale (PFI), sulla “personalizzazione” e sulla figura del tutor. Se inseriti in un impianto complessivo che ne chiarisca contesti e traguardi. E fattibilità.

[2] La lezione di H. Gardner e i suoi studi sulle intelligenze multiple rappresentano, al riguardo, una promettente ipotesi di lavoro.  È a questa che si guarda con queste considerazioni.