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Due linee nel governo sull’innovazione

Il ministro Marco Bussetti ha annunciato l’arrivo di una fondazione privata che si occupi di trasferimento tecnologico

20/05/2019
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Il Sole 24 Ore

Eugenio Bruno e Carmine Fotina

Senza andare troppo lontano quando parliamo di trasferimento tecnologico dalla scienza all’industria uno dei modelli a cui ispirarsi arriva da Lovanio. Una cittadina a 30 chilometri da Bruxelles che ai più è nota forse per i suoi birrifici e che invece vanta un’università capace di incassare ogni anno 90 milioni di euro dai suoi brevetti. Grazie a una rete di spin-off, incubatori, parchi tecnologici e ospedali universitari. Numeri che, se confrontati con i 36mila euro di ritorno medio per le “invenzioni” dei nostri atenei, dà una rappresentazione plastica del ritardo italiano sulla strada che porta un’idea innovativa a diventare un prototipo industriale. Partendo da qui, il ministro dell’Istruzione, Marco Bussetti (Lega), ha annunciato l’arrivo di una fondazione privata che faccia parlare ricerca e imprese. Ma in realtà un organismo simile - peraltro a capitale interamente pubblico e con un plafond di oltre 2 miliardi fino al 2030 - in Italia esista già. Sebbene solo sulla carta, non essendo stato pubblicato il regolamento attuativo. Più in generale, al di là degli strumenti da mettere in campo, si può dire che è al modello pubblico che guarda l’altro ministero che lavora su questi temi, quello dello Sviluppo economico guidato dal leader M5S Luigi Di Maio. Con il risultato che anche sull’innovazione la maggioranza gialloverde parla con due voci diverse.

Il ritardo italiano

L'ultima fotografia ufficiale del trasferimento tecnologico nelle nostre università si basa sulla valutazione della qualità della ricerca (Vqr) 2011-14. Partiamo dai brevetti che spesso rappresentano la base di un’innovazione di prodotto o di processo. Ebbene nel quadriennio esaminato sono stati censiti 3.013 brevetti accademici (in cui almeno uno degli inventori è un docente/ricercatore/assegnista/dottorando) e 1.094 universitari (cioè che restano nella titolarità dell’ateneo). Di questi ne vengono valorizzati solo 321 per un ritorno totale di 2,1 milioni di euro. Cambiando fonte e allargando l’analisi ad anni più recenti emerge che qualche progresso nel frattempo c’è stato. L’ultimo rapporto del Network per la valorizzazione della ricerca (Netval) sul trasferimento tecnologico calcola in 3.917 il numero di brevetti (domande e concessioni) detenuti in portafoglio dalle 55 università italiane censite. Numeri coincidenti con le stime fornite dal capo dipartimento Alta formazione del Miur, Giuseppe Valditara, nel corso della manifestazione “Innovagorà”: 3.900 brevetti attivi nel portafoglio delle università italiane, che ci collocano all’undicesimo posto nel mondo.

La doppia linea nel governo

Proprio a “InnovAgorà” il ministro Marco Bussetti ha annunciato l’arrivo di una fondazione privata che si occupi di trasferimento tecnologico. Il progetto, a cui sta lavorando lo stesso Valditara, punta alla nascita di una fondazione con una partecipazione di minoranza del Miur e un ruolo di primo piano assegnato a un network di fondazioni bancarie. Ma non sono pochi, tra i tecnici di altri ministeri, quelli che si chiedono se il progetto di Bussetti non rischi davvero di essere una fuga in avanti. Sulla carta, una Fondazione già ci sarebbe. L’aveva prevista il ministro dell’Economia del precedente governo con un apposito decreto della presidenza della Repubblica che però non è mani andato oltre l’esame preliminare del Consiglio dei ministri. La Fondazione prevista dal Mef aveva carattere pubblico e si ispirava a modelli come la National Science Foundation americana e l’Agence National de la Recherche francese. E, soprattutto, sarebbe ampiamente finanziata potendo disporre del «Fondo per favorire lo sviluppo per capitale immateriale, la produttività e la competitività», un enorme serbatoio da oltre 2,3 miliardi spalmati fino al 2030. Ora si sa solo che questo Fondo, inutilizzato, ha già perso 100 milioni che l’ultima legge di bilancio ha dirottato su altre misure. La stessa Ragioneria dello Stato, nel corso di alcune riunioni tecniche preparatorie del decreto crescita, avrebbe “ricordato” ai vari dicasteri che c’è già pronto all’uso uno strumento pronto e ricco di risorse (al momento congelate). Ma non è l’unica contraddizione. Al ministero dello Sviluppo economico continuano a interrogarsi sulla possibilità di adottare modelli diversi, ad esempio un’Agenzia dedicata o comunque un nuovo soggetto in cui sia il pubblico a dettare la linea e ad avere la regia. Senza contare un’antica scarsa sinergia tra Miur e Mise sulla materia del trasferimento tecnologico. Non sarebbe più opportuno, si chiedono alcuni dei tecnici del governo, aumentare la cooperazione tra ministeri su questi temi? Ma per avere una risposta anche a questo quesito, forse, bisognerà aspettare il redde rationemnell’esecutivo che potrebbe seguire al voto di domenica 26.