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Diplomati e laureati senza lavoro Italia ultima della classe in Europa

Ultimi. Secondo l'Eurostat i giovani italiani sono quelli che nell'Ue hanno più difficoltà a trovare lavoro. Parliamo di ragazzi dai 20 ai 34 anni con almeno un diploma, quando non una laurea o un master, in tasca

11/07/2020
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La Stampa

Elisabetta Pagani


Ultimi. Secondo l'Eurostat i giovani italiani sono quelli che nell'Ue hanno più difficoltà a trovare lavoro. Parliamo di ragazzi dai 20 ai 34 anni con almeno un diploma, quando non una laurea o un master, in tasca. Un titolo di studio che però non assicura un impiego in tempi rapidi. Dal rapporto dell'Ufficio statistico europeo (su dati 2019), pubblicato quando l'Italia era in piena pandemia e passato un po' in sordina, emerge che il tasso di occupazione, a 1-3 anni dall'aver concluso gli studi, è del 58,7%. Nessuno, nell'Ue, fa peggio. Subito sopra si trova la Grecia (59,4%), al terzultimo posto, distanziata, la Spagna (73), e sono lontani la media europea (80,9%) e il podio: Malta (93,1%), Germania (92,7%) e Paesi Bassi (91,9%). Se invece si considerano solo i laureati (il rapporto indica lo standard Isced 5-8), l'Italia sale al 64,9% e supera la Grecia (64,2%), rimanendo però ben distante dalla media Ue: 85%.
«Ci sono Paesi, quelli del Nord Europa, in cui l'inserimento nel mercato del lavoro è più immediato e in cui si è fatta una politica giovanile efficace - spiega Mario Mezzanzanica, prorettore per l'Alta formazione e il Job Placement dell'Università Bicocca -. Bisogna però sottolineare che è difficile comparare Paesi con sistemi scolastici e universitari così differenti. Basta pensare ai percorsi di laurea professionalizzanti di 1-2 anni che esistono in Germania, una sorta di apprendistato in cui il lavoro è quasi garantito. Da noi sono marginali». A pesare sono anche le differenze fra Nord e Sud Italia: «Per l'Istat - continua Mezzanzanica - il tasso di occupazione dei laureati è in media del 67,8%, ma al Nord è intorno all'80%, o lo supera perfino come nel nostro caso».
Differenze che la pandemia ha aumentato. Da un recente rapporto di Almalaurea, consorzio interuniversitario di 76 atenei, emerge che nei mesi del lockdown «il tasso di occupazione a un anno dalla laurea si è ridotto, rispetto al 2019, del 9% tra i laureati di primo livello e dell'1,6% tra quelli di secondo». E che a pagare il prezzo più alto sono stati il Sud e le donne. Donne che in Italia faticano ancora più degli uomini a trovare lavoro: 55,8% il tasso di occupazione (Eurostat).
«Siamo un Paese ad alto tasso medievale» commenta Ivano Dionigi, presidente di Almalaurea. Perché questi dati? «Primo: i nostri ragazzi iniziano l'università un anno dopo molti colleghi europei, si laureano tardi e spesso abbandonano. Secondo: la riforma del 3+2 è partita male. Terzo: manca l'orientamento. E poi gli stipendi: all'estero pagano meglio e quindi i nostri giovani se ne vanno, anche perché in Italia molte imprese sono a conduzione familiare e familistica. Università, politica e imprese devono lavorare insieme, e dei tre attori l'università è quella che fa meglio la sua parte».
A chi critica l'eccesso di teoria di atenei che non preparerebbero al mondo del lavoro, Dionigi replica che «la pratica ha il suo peso, ma il compito dell'università non è formare dei superperiti». A preoccuparlo, in questo 2020, sono le immatricolazioni: «La crisi del 2008 ci ha fatto perdere 60.000 matricole, poi per metà recuperate. Ora dobbiamo stare attenti. Per una famiglia senza lavoro o in cig iscrivere un figlio all'università sarà la priorità? Io dico che perdere anche una sola matricola sarà una sconfitta per il Paese».
Il coronavirus i suoi effetti li sta già facendo sentire. Basta guardare i dati della Banca dei curricula di Almalaurea. Se a gennaio 2020 sono stati acquisiti dalle imprese oltre 100mila cv dalla piattaforma (+15,1% rispetto al 2019), a febbraio si è registrato un -17,3% seguito da tre mesi di crollo, quelli del lockdown (picco ad aprile, -56,1%) e ora da una ripresa. Nello stesso tempo, richieste triplicate per i cv del campo medico.
In fase di ripartenza, come intervenire per dare più chance ai giovani? «Servono politiche capaci di favorirne l'inserimento in un mondo del lavoro, il nostro, che tra piccole e piccolissime imprese non aiuta i neolaureati - conclude Mezzanzanica -. E bisogna favorire l'incontro fra domanda e offerta creando legami sempre più stretti fra università e imprese».