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da Fuoriregistro: Vicende di Riforma (da un incontro con Bertagna)

Vicende di Riforma di Emanuela Cerutti - 01-02-2002 Dopo Cerini, Bertagna. I sindacati bergamaschi sembrano aver concentrato nel giro di pochi giorni gli incontri più significativi sul t...

01/02/2002
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Fuoriregistro

Vicende di Riforma
di Emanuela Cerutti - 01-02-2002

Dopo Cerini, Bertagna.

I sindacati bergamaschi sembrano aver concentrato nel giro di pochi giorni gli incontri più significativi sul tema scottante della Riforma scolastica.

Un po' tardi, contesta qualcuno, visto che il confronto avviene a giochi fatti.
E con poca chiarezza, dal momento che nessuno riesce a far luce fino in fondo sui nodi che contano.
Nemmeno l'autore della famosa bozza, forse perché due ore sono nulla di fronte ad un documento di ottanta pagine, già sintesi delle duecentosettantaquattro dello scorso dicembre, che, riferisce Bertagna, si possono trovare sugli Annali del Ministero.
Lui stesso, infatti, in apertura di discorso, propone un vero e proprio corso universitario, che si terrà in primavera, qui a Bergamo, e vorrà esaminare punto per punto ogni riga ed ogni idea: il suo invito si rivolge insistentemente agli studenti, intervenuti numerosi e rumorosi, perché non percorrano ipotesi 'di strada' . Nulla di quanto i media hanno detto e dicono corrisponde a verità, sono tutte interpretazioni, dovute ad una certa "inerzia mentale, come quella del bambino convinto che chi vive dall'altra parte del pianeta cammini a testa in giù". E se fosse , interviene una studentessa, che si interpreta laddove non ci sono affermazioni chiare ed incontrovertibili? Non c'è tempo per approfondire l'argomento.

Non ci sono, globalmente parlando, risposte a nessun quesito che il relatore definisce 'politico', come quello sugli organici, la scuola dell'infanzia, l'onda anomala, gli organi collegiali, questioni di cui non si occupano quegli uomini 'di studio e pensiero' che hanno avuto solo l'incarico di mettere a punto un'ipotesi realizzabile, 'di fattibilità'
.
Che cosa ci ha detto, allora, l'autore del 'materiale offerto alla Repubblica' ,dopo il 'lavoro più impegnativo che sulla scuola sia stato fatto' anche in termini di consultazioni precedenti?

Prima di tutto la sua preoccupazione iniziale:
il Titolo V°
A luglio, data dell'affidamento dell'incarico da parte del Ministro Moratti, non è ancora legge: occorre aspettare il Referendum
dell'ottobre successivo. L'indicazione è però decisa: si lavori tenendo fortemente conto di questo cambiamento ormai alle porte. E' questa certezza che spinge Bertagna a partire.
Tale cambiamento, ci spiega, rappresenta lo sfondo sul quale tracciare i profili dell'ipotesi di riforma.
Secondo il Titolo V°, infatti, i cittadini fino al 18° anno d'età hanno diritto all'uguale soddisfacimento dei diritti essenziali, tra cui quello all'istruzione. Non più scuole di serie A e scuole di serie B, un liceo classico per gli intelligenti ed un professionale per i non capaci. 'Le scuole devono essere equiparate' per superare 'la dimensione ospedaliera della formazione professionale' e 'realizzare percorsi di pari dignità".

Ecco perché si è pensato di affidare alle Regioni il compito di 'attuare', cioè rendere regolamenti, i 'principi generali' stabiliti dallo Stato, rimandando ad una fase successiva, di cui farà parte il seminario precedentemente citato, lo studio puntuale, metodologico ed epistemologico, che eleverà la formazione professionale ad un livello finalmente definibile "A1".
Stando ancora al Titolo V ^, la stessa Legge 30 risulterebbe incostituzionale, in quanto l'uguaglianza per tutti è garantita, ma solo fino a 15 anni ; senza contare il suo porre a 13 anni quella scelta per il futuro che già a 14 è ritenuta oggi eccessivamente precoce.
Ispirata alla parità è anche la proposta innovativa dei "percorsi in alternanza' tra i 15 e i 18 anni: 400 ore teoriche, 330 ore di tirocinio guidato, 700 ore di stage, il tutto sovvenzionato da borse di studio 'e non salari' , senza pregiudicare in alcun modo la valenza formativa.
All'insegna dell'innalzamento della qualità complessiva , soprattutto davanti ai risultati delle indagini Ocse che parlano di 'analfabetismo' o 'semianalfabetismo' dei laureati italiani, Bertagna accenna alla formazione superiore (Universitaria o Professionale), che dovrebbe permettere, a 21 anni, la conclusione, riconosciuta a livello europeo, di un corso di studi effettivamente valido. Con rammarico ricorda la generale bocciatura di proposte note come 'anno 0' o 'eccellenza'
. Le Università avrebbero dovuto scegliere il 10% dei migliori docenti superiori per attivare 'corsi di recupero' di ragazzi in entrata alle diverse facoltà, ma con problemi di ordine didattico che ne ritarderebbero, se non impedirebbero, la continuazione degli studi. Sogno intenso, ma breve, a meno di un ripensamento improvviso.

L'intervento prosegue sempre a flash, tra una domanda e l'altra, con qualche elemento di contraddizione ( 'comunque la scuola non può risolvere le disuguaglianze sociali' ), di novità ( il voto di condotta è prodotto di un'indagine Istat effettuata su 8000 tra docenti, studenti e genitori, che, rispettivamente al 92, 94 e 80%, ritengono inseparabili logica ed etica), di prevedibilità (alla Religione Cattolica non si può rinunciare in presenza di un trattato internazionale sancito dalla Costituzione).

Le ultime note vogliono dare un'immagine di scuola aperta al valore indiscusso della persona: il tutor , che 'coordina' l'équipe pedagogica, pronto ad intervenire, secondo il principio di sussidiarietà, laddove manchi l'intervento della famiglia, peraltro promosso; i percorsi individualizzati, garantiti dalle 300 ore facoltative, che servono allo studente per imparare meglio colmando assenze o lacune di troppo, l'obbligo scolastico , ribadito a chiare lettere, l'auspicabile abbattimento delle tasse scolastiche in nome della nuovamente ribadita pari dignità.
Non si capisce, allora, come da tali principi scaturiscano le decisioni sul taglio degli organici, con relativa riduzione-razionalizzazione dell'orario , sul precocismo scolastico, sulla non più garantita apertura delle scuole d'infanzia statali nei territori in cui vengono chiuse le 'private'.
Non si capisce come mai rimanga aperto il dubbio che una scuola siffatta sia in realtà al servizio dell'impresa, o che la 'malaprofessionalità' non venga neppure scalfita dalle ipotesi esposte. Troppo poco tempo per le risposte: o, forse, anche Bertagna è intrappolato dal ritmo vorticoso degli eventi e si sta a sua volta chiedendo dove mai sia finito.

Una cosa è certa, un concetto che apre e chiude la conversazione: la scuola 'statale ' non esiste più, siamo nella scuola della Repubblica e cioè 'dei comuni, delle province, delle città metropolitane e delle regioni', perché ' la Repubblica contiene tutto' .