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Cosa serve alla scuola

Le famiglie e il diritto all'istruzione

25/08/2020
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La Rinascita

Andrea Gavosto

L a scuola è stata sorpresa dalla risalita dei contagi. Il problema non è solo italiano, come ha ben spiegato Maurizio Molinari nell’editoriale di domenica. Ma in Italia, più che altrove, l’avvio dell’anno scolastico appare in balia degli eventi. Né si può dire che questo andamento dell’epidemia fosse imprevedibile, anche nei tempi. Ci si deve semmai stupire dello stupore di chi, in primo luogo il ministero dell’Istruzione, non è stato abbastanza lungimirante.

Da marzo a oggi, anziché fare i conti con i danni enormi alla preparazione degli studenti e attrezzarsi in vista della ripresa del virus, è prevalsa infatti la retorica del ritorno alla “normalità”: le attività didattiche sono terminate normalmente il 10 giugno; le scuole riapriranno a settembre, con un distanziamento minimo così da tenere in aula il maggior numero di studenti, senza turni o grandi modifiche organizzative; la didattica è solo in presenza, salvo emergenze; assegnazioni delle cattedre e mobilità dei docenti hanno iter normali o quasi: giusto qualche assunzione temporanea in più laddove si dovranno dividere classi. Di normale, però, la situazione oggi ha poco: con i contagi in crescita, molti istituti potrebbero non riaprire a settembre o essere costretti a chiudere poco dopo.

Come evitare che le scuole favoriscano un’ulteriore diffusione virale oppure chiudano del tutto, danneggiando il futuro dei ragazzi e gettando i genitori nel panico? Nel suo articolo Molinari spiega che in alcuni Paesi si sta tentando una combinazione di misure protettive (distanziamento di oltre un metro anche in movimento, mascherine, ingressi scaglionati, uso di spazi esterni) e di creazione di piccoli gruppi stabili di allievi. Non è scuola normale, ma evita il lockdown e permette — per ora con successo — di gestire la situazione sanitaria.

Perché una strategia simile funzioni anche in Italia, occorre distinguere fra gli studenti delle superiori, più autonomi, e quelli più piccoli. Per i primi, turni (casa-scuola, mattina-pomeriggio) e didattica a distanza rappresentano risorse per ridurre i rischi: richiedono però un notevole sforzo formativo e organizzativo, che si doveva avviare mesi fa.

Contrariamente alla vulgata, esistono metodi consolidati perché l’apprendimento online dia esiti soddisfacenti e misure efficaci affinché coinvolga tutti. Serve però che i docenti adattino subito il loro modo di insegnare, uscendo dalla logica della lezione tradizionale e sfruttando la varietà di strumenti didattici e tecnologici oggi a disposizione. Occorre nei prossimi mesi una campagna di formazione obbligatoria all’insegnamento online per tutti i docenti, certificata da agenzie ministeriali.

Necessarie oggi, sarebbero innovazioni utili anche per un futuro di nuovo “normale”.

Per i più piccoli fino alla scuola media e i disabili, il problema è ancora più complesso: per loro la didattica a distanza funziona meno; inoltre, se stanno a casa, anche i genitori dovranno farlo. Serve una scuola “aperta tutto il giorno”, con docenti (in maggior numero o retribuiti per il lavoro straordinario) che assicurino orari estesi e flessibili, in modo che i bambini stiano a scuola il più possibile, recuperino quanto più studio possibile, svolgano attività in piccoli gruppi fissi, con orari scaglionati, consentendo alle famiglie elasticità nel recuperarli.

Per fare ciò, la scuola non può cavarsela da sola. I trasporti pubblici vanno ripensati per assicurare spostamenti nell’arco di tutta la giornata.

Soprattutto, i datori di lavoro devono accettare che padri e madri abbiano orari adattati alle esigenze dei più piccoli. Sarebbe l’inizio di una vera rivoluzione sociale.

L’autore è direttore della Fondazione Agnelli


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